Viaggiare a 150. Allora?

Viaggiare a 150. Allora?

novembre 16, 2018  |  Senza categoria  |  32 Commenti  |  Lascia un commento


Ciclicamente si torna a parlare di portare il limite a 150 orari sui tratti di autostrade con almeno tre corsie per senso di marcia e asfalto drenante.
Si può fare? Certo che sì, è una norma già prevista dal codice della strada all’articolo 142 comma 1 dove si legge che in presenza di buone condizioni atmosferiche, con traffico adeguato e un tratto con almeno tre corsie di marcia e asfalto drenante, se ci saranno gli adeguati cartelli stradali e un sistema Tutor che controlli la media effettiva, si può marciare a 150 all’ora purché quel tratto di strada abbia avuto una incidentalità bassa nell’ultimo quinquennio.
Quindi la proposta del presidente della commissione Trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, è già attuabile senza che ci sia bisogno di nessuna norma speciale. Il solo problema, al di là dell’ostilità del Movimento 5 Stelle che è comunque al Governo, è che a decidere se metterla in atto o no deve essere per forza il concessionario della strada, quindi le varie società che hanno in gestione la rete autostradale e pure l’ANAS che è diventata a sua volta una concessionaria.
Perché quindi questo limite, da molti chiamato a gran voce e da altrettanti molti osteggiato con impeto, non entra in vigore? Sono i gestori delle strade a non decidersi perché in caso di incidentalità cresciuta perderebbero molti quattrini statali. Infatti, quando io ero ancora direttore, pubblicammo su Quattroruote quella famosa formula complessa da cui si sapeva esattamente come sarebbero girati i quattrini negli accordi tra lo Stato e le concessionarie e lì una variabile era legata al numero di sinistri, più era alto meno si incassava. Quel famoso accordo segreto denunciato dal Ministro Toninelli dopo il disastro di Genova, sconosciuto al nostro uomo di Governo ma portato alla luce del sole già sei anni fa grazie a una ricerca giornalistica molto efficace dell’ottimo collega Emilio Deleidi.
Dunque temo, per chi ci spera, che questo limite dei 150 non verrà mai adottato, seppure nulla di legale lo impedisca.

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Tempi duri anche per le premium tedesche

novembre 8, 2018  |  Senza categoria  |  20 Commenti  |  Lascia un commento


Chi lo avrebbe mai detto? Sono tempi duri anche i colossi tedeschi dell’auto. Molti danno la colpa agli standard WLTP per misurare con più accortezza i dati reali dei consumi in condizione di marcia su strada, fatto sta che dopo BMW anche Mercedes ha annunciato un vero crollo degli utili nel terzo trimestre di quest’anno. In particolare BMW, quando era uscita allo scoperto, aveva sorpreso tutti perché è la prima volta da dieci anni in qua che la casa bavarese si trova a rivedere al ribasso le sue previsioni annuali.
Vediamo allora di fare un po’ di ordine riguardo alle norme WLT che sono entrate in vigore il primo di settembre e che pretendono che tutte le nuove omologazioni rispondano ai criteri di misurazione introdotti adesso. Se si ascoltano le voci che provengono da tutti i costruttori il problema è uno solo: c’è la fila ai laboratori per far verificare che le vetture rispondano ai criteri imposti. Per questo i piazzali sono pieni. In realtà pare che non tutti i modelli siano proprio confacenti e che pure l’obbligo di aggiornare quelli più datati non sia così facile da essere messo in pratica. Fatto sta che entro agosto c’è stata un’offerta esagerata di auto, arrivate sul mercato con sconti esagerati pur di eliminare gli stock in casa, mentre adesso stagnano le vendite di veicoli nuovi che stanno patendo i ritardi per essere in regola.
Di sicuro erano davvero tanti anni che non si vedevano così in sofferenza i conti dei marchi premium tedeschi e questo fa un po’ impressione. A parziale spiegazione, almeno per quanto riguarda BMW, ci sono poi i problemi che si sono aggiunti a causa della guerra commerciale tra Washington e Pechino. In Cina infatti è in atto una vera ritorsione verso gli Stati Uniti che finisce con il penalizzare con nuove tasse tutte le SUV che sono prodotte a Spartanburg, in Carolina del Sud, e che piacciono tanto agli automobilisti del Dragone. Un danno calcolato in almeno 300 milioni di euro.
Non ho parlato di Audi perché in Vw danno soltanto i dati consolidati e non splittati per marchi, ma a sentire gli spifferi pare proprio che la situazione sia in linea con la concorrenza. Morale: giorni difficili anche dove regnava sempre la festa. E questa è davvero una notizia.

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Maserati, non è tutto oro: Cina e Modena i temi caldi

Maserati, non è tutto oro: Cina e Modena i temi caldi

ottobre 31, 2018  |  Senza categoria  |  96 Commenti  |  Lascia un commento


Correva l’estate del 1997 e la Fiat era in ambasce perché non ci cavava i piedi con la Maserati, acquisita nel 1989 e lasciata nelle mani del malcapitato ing. Alzati, uomo di grande spessore ed esperienza ma del tutto abbandonato da Torino. Ecco allora l’idea: l’appioppiamo a Montezemolo, che fa tanto il galletto con la Ferrari, e vediamo “che cosa farà da grande” secondo il pensiero del suo nemico dichiarato Romiti.
Al tempo la casa del Tridente metteva sul mercato, con molta fatica, mille automobili e l’ordine della Fiat era di riuscire ad aumentare le vendite del 50%, anche se nessuno su questo risultato scommetteva una lira.
Ricordo bene quando Montezemolo, a cavallo del nuovo millennio, arrivò a promettere il traguardo delle 10 mila Maserati entro il 2010 mai immaginando la crisi economica che si sarebbe presentata.
Sorrisero tutti per quella previsione, salvo poi ricredersi nel 2008 allorché si arrivò a 8.900. Auto nuove e accattivanti, lo stabilimento di Modena rifatto completamente, e un’immagine ritrovata in giro per il mondo.
Lo scorso anno si è toccata quota 51 mila, ma Marchionne era deluso perché voleva arrivare a 75 mila, così a New York, nell’aprile di quest’anno per il lancio della Levante GTS, denunciò chiaramente che si era sbagliato il collocamento di questa SUV sia sul mercato americano sia soprattutto su quello cinese, altrimenti si sarebbe fatto tombola.
Già, il problema della Cina rimane il guaio più grosso di Maserati perché da quelle parti il blasone non ha alcun peso: non conoscono la storia e comprano soltanto per moda. Lì sbagliare il prezzo significa restare fuori dal giro, e così è successo. Un errore a cui sarà molto difficile rimediare nel breve.
Ed eccoci all’altro problema che affligge in questi giorni il marchio, a dispetto dei traguardi raggiunti e peraltro non ripetibili quest’anno come temeva proprio Marchionne: lo stabilimento di Modena. Il gioiello recuperato da Montezemolo è adesso quello a rischio ridimensionamento con molta apprensione tra i dipendenti. Ormai tutto il grosso (Quattroporte, Ghibli e Levante) nasce a Torino e siccome quasi tutta la produzione futura finirà sulla piattaforma Giorgio – quella della Giulia – con catene di montaggio a Torino oppure a Cassino, è molto improbabile che ne venga impiantata un’altra in Emilia dove boccheggiano le attuali sportive del Tridente (a loro volta destinate a un futuro sulla stessa piattaforma Giorgio) oltre che l’Alfa Romeo 4C già a fine vita.
L’erede di Marchionne, Manley, si è preso almeno due trimestri per ridisegnare il futuro di Maserati, ma è sicuro che adesso nei suoi pensieri ci sono soprattutto i tre stabilimenti europei ad alta intensità produttiva – Melfi, Pomigliano e Tychy in Polonia – e questi andranno riempiti con la Panda, la piccola Renegade e la nuova Ypsilon che dovrebbe tenere in vita (evviva, evviva) il brand Lancia dopo le tante minacce di chiusura. A Modena ci si penserà dopo, tanto più che anche la piccola Levante troverà vita altrove assieme alla piccola Stelvio. Ovvio che nella Motor Valley in tanti tremino, e per l’erede di Altavilla, il torinese Pietro Gorlier, una prima gatta da pelare è già servita.

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Contro i telefonini non legifera mai nessuno

Contro i telefonini non legifera mai nessuno

ottobre 23, 2018  |  Senza categoria  |  25 Commenti  |  Lascia un commento


Deve essere davvero difficile per uno che vuole fare politica prendere provvedimenti scomodi e rischiare poi di non essere votato o peggio ancora, finire nel mirino di chi sente danneggiato. Però ogni tanto bisognerebbe agire, e invece questo non succede.
Il riferimento è a chi siede in Parlamento, non importa il colore che rappresenta, ed è sempre restio a intervenire per limitare l’uso smodato e pericolosissimo dei telefonini alla guida.
La ragione, peraltro è evidente: sono troppi. E troppi significa potenziali voti in fumo. Certo, trovare una soluzione per chi dimentica i bambini a bordo è più facile perché ormai sono sempre meno i bambini e ancor meno quelli tanto distratti da abbandonarli in auto. Qualcuno si arrabbierà per la spesa da affrontare, ma si prevedono numeri risibili di scontenti.
Diverso il caso degli smartphone che hanno aggiunto alla distrazione di telefonare direttamente dall’apparecchio quella di restare in contatto perenne con il mondo esterno adesso che i social stanno diventando per molti una droga e un coinvolgimento ossessivo. L’imperativo è leggere tutto e subito, poi rispondere, oppure intervenire, sempre subito. Parlare di patologia è il minimo, ma il problema è totale in un mondo in cui la distrazione alla guida è da anni al primo posto tra le cause d’incidente stradale.
Si obietterà: ma le sanzioni ci sono. È vero, ma davvero crediamo che basti la minaccia di 161 Euro di multa e la detrazione di 5 punti della patente per scoraggiare i malati di connettività permanente? No di certo: ci vorrebbe la tanto sbandierata sospensione della patente alla prima infrazione come suggeriva in un articolo sul Sole 24 Ore il sempre attento e competente Maurizio Caprino. Se ne parla da anni, tutti a parole sono d’accordo, ma nessun Governo si azzarda di affrontare l’argomento e le ragioni s’intuiscono facilmente: sarebbe una mossa tatticamente ostile. E allora si rimanda tutto alle calende greche nascondendo il rinvio dietro la promessa che al più presto s’interverrà.

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Il sottobosco dei prezzi di vendita delle automobili nuove

ottobre 16, 2018  |  Senza categoria  |  31 Commenti  |  Lascia un commento


Ma quanto costa comperare un’auto nuova? Il tema è di grande attualità perché ormai tra i potenziali clienti serpeggia un diffuso malumore. I listini esistono e Quattroruote da sempre ne è il portatore sano, però quel numero ufficiale serve soltanto a ricordare che quello è il prezzo che non deve mai essere pagato.
Sul mercato regna infatti lo sconto diffuso dettato da campagne sempre più aggressive da parte dei costruttori e dal sacrificio mai uguale da parte dei concessionari. Così lo stesso modello si può portare a casa con differenze molto sensibili di prezzo a nord oppure a sud dello Stivale, ma anche all’interno di una stessa regione e peggio ancora nella stessa città.
Di conseguenza la clientela si divide in maniera ingiusta tra chi sa trattare e chi non è capace, tra chi è amico di oppure tra chi è disposto a un pellegrinaggio estenuante tra un rivenditore e l’altro per strappare l’offerta più alettante.
In sintesi si viaggia al buio, e anche chi ha ottenuto il massimo del massimo resta sempre nel dubbio che se avesse insistito di più magari poteva pagare ancora meno. Morale, così non va proprio bene.
Ho molte primavere sulle spalle e ricordo bene quando si andava in commissionaria (un tempo le rivendite si chiamavano così) e l’auto la si pagava a listino. Neanche una lira in meno, semmai godendosi un regalo del venditore che all’inizio era il triangolo, poi nel tempo sono diventati i tappetini, quindi nei casi più esagerati addirittura l’autoradio (ma nel frattempo sono passati dieci anni).
L’automobile come un cosmetico al supermercato: c’è un prezzo scritto e quello si paga senza che a nessuno venga il minimo dubbio. È la maniera più chiara e più onesta, capace di mettere tutti sullo stesso piano: nessuno è avvantaggiato e nessuno si sente turlupinato.
Si potrà mai tornare a mercato così? Probabilmente no, almeno finché si rimane all’acquisto diretto del bene. Meglio potrà andare con il pagamento per l’uso. In questo caso la rata è fissata a monte e difficilmente può cambiare. Non è la soluzione bensì una soluzione. Di sicuro la trattativa attuale è quanto di più confuso, clientelare e torbido ci possa essere.

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Blocco Euro 4, domeniche tutti a piedi. Anzi no, abbiamo scherzato

ottobre 9, 2018  |  Senza categoria  |  30 Commenti  |  Lascia un commento


Ormai la cronaca è una continua accusa ai provvedimenti presi dai nostri amministratori senza un briciolo di conoscenza dei problemi reali.
Dall’1 ottobre, per esempio sono scattate le misure antismog nelle regioni del Nord Italia che si affacciano sulla Pianura Padana. Le limitazioni alla circolazione dei diesel Euro 3, più inquinanti, riguardano Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, dove rimarranno in vigore fino al 31 marzo 2019. Lo stop vale dal lunedì al venerdì e dalle 8:30 fino alle 18:30 e riguarda le auto e i veicoli commerciali.
In Piemonte i divieti sono invece slittati di una settimana, dopo la decisione di inserire deroghe per esentare categorie. Il provvedimento interessa 3 milioni di veicoli ma era aggravato dalla decisione dell’Emilia Romagna di bloccare anche le auto diesel Euro 4. Ovviamente in quest’ultima regione è scattato il putiferio per due ottime ragioni: i veicoli diesel Euro 4 sono molto recenti, molto diffusi e molto meno velenosi di quanto si possa credere, in più il blocco è arrivato all’improvviso mettendo in grande difficoltà sia i privati rimasti improvvisamente a piedi che tutti quelli che con i vari furgoni ci lavorano.
Morale, chi è rimasto danneggiato ha protestato talmente tanto che in un comune dopo l’altro, tra quelli esterni i capoluoghi di provincia, sono cominciate le deroghe al provvedimento al punto che lunedì 8, cioè appena una settimana dopo, il blocco alle Euro 4 è stato cancellato in Regione con una figura così barbina che peggio non si può.
Ma non bastava questo, a Bologna sono andati oltre e hanno pure indetto sei domeniche super ecologiche nelle quali può circolare solo chi possiede un’auto elettrica pura (e sono appena 75 in tutta la città…). Le date fissate sarebbero state il 28 ottobre, l’11 novembre e il 2 dicembre 2018; il 13 gennaio, il 3 febbraio e il 3 marzo 2019. In queste domeniche il blocco era previsto nella fascia oraria dalle 9 alle 18.
Anche qui un grande putiferio e adesso è arrivata in tutta fretta anche la sospensione dell’avventuroso progetto in attesa di un nuovo incontro tra i Comuni nella sede regionale dell’Anci.
Allora la domanda che bisogna porsi è sempre la stessa: perché i politici si muovono sempre sull’onda di annunci clamorosi per poi capire che sono mosse avventate, spesso basate sul nulla, e tali da mettere in grande difficoltà i comuni cittadini.
Si dirà che saper correggere i propri errori è comunque un segno di grande correttezza intellettuale, però pensarci bene prima di fare le cose non sarebbe più prudente?

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Aria nuova dal Vietnam

Aria nuova dal Vietnam

ottobre 3, 2018  |  Senza categoria  |  27 Commenti  |  Lascia un commento

Nel disperante contesto del Salone dell’auto di Parigi, dove le troppe assenze hanno intristito i grandi padiglioni di quello che fu il Mondial de l’Automobile, uno stand ha richiamato una vera folla di curiosi, quella della prima marca vietnamita di auto, la Vinfast.
Grande e spettacolare, piazzato di fronte alla Ferrari, ha sorpreso per sfacciataggine e convinzione, un modo di affacciarsi al grande giro internazionale ben differente dalle prime volte dei cinesi – sempre relegati in posti angusti e defilati – e prima ancora dei coreani.
La Vinfast è un’industria giovanissima che muove da uno stabilimento costato un miliardo e mezzo di dollari e che ambisce a migliorare il livello di vita della popolazione locale. A un tiro di schioppo dalla Thailandia dove si costruiscono oltre 3 milioni di veicoli l’anno ma in fabbriche di proprietà estera (soprattutto marche giapponesi) questa azienda vietnamita vuole imporsi subito e ha presentato due vetture piuttosto imponenti, una filante berlina e una SUV pretenziosa, dove si mescolano competenze importanti: lo stile della Pininfarina più le tecnologie di BMW e Magna Steyr.
Il messaggio trasmesso al mondo è che la Vinfast non vuole assolutamente essere una semplice car company bensì diventare la vera grande industria nazionale: non a caso a breve verranno lanciate una citycar, una vettura elettrica e anche una moto elettrica. In un mercato locale che è in continua crescita per quello che attiene alle vendite di automobili, tutte d’importazione, è facile inserirsi in fretta. Più difficile sarà imporsi fuori dai confini, però i tempi sono molto cambiati. Mezzo secolo fa per gli orientali invadere l’Europa oppure gli Stati Uniti era un’impresa quasi impossibile. Adesso invece la strada è stata aperta e molti pregiudizi sono caduti, in più chi si affaccia al mondo adesso lo fa con automobili riuscite come design e sempre con una qualità tecnica inappuntabile. Prendere sottogamba i nuovi competitor è un errore che non si può più permettere nessuno e non succederà. Se poi vi fidate del vostro vecchio mestierante, queste Vinfast con motori due litri turbo benzina e oltre 230 CV, più un cambio automatico 8 marce, troveranno in fretta un pubblico interessato se, come promettono, potranno anche contare su un prezzo decisamente invitante.

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Strisce pedonali luminose o in 3D, arriveranno mai?

Strisce pedonali luminose o in 3D, arriveranno mai?

settembre 26, 2018  |  Senza categoria  |  16 Commenti  |  Lascia un commento


Ormai si parla con sempre più insistenza di introdurre nelle città italiane strisce pedonali di ultima generazione. Quelle più costose a led oppure anche quelle disegnate in 3D che servono per impressionare gli automobilisti invitandoli a rallentare con decisione come se si trovassero davanti un ostacolo invalicabile.
Sono la soluzione giusta per impedire la strage che continua implacabile? Magari capaci di ridurre cifre che fanno paura: dal 2001 al 2015 sono morti quasi 11mila pedoni e 291mila sono rimasti feriti a causa di incidenti stradali.
Di sicuro tutti gli studi sostengono che con pitturazioni adeguate e meglio ancora se luminose si può mettere un freno importante alla terribile carneficina, il problema è però uno solo: le zebre intelligenti costano molto, quelle luminose addirittura 10 mila euro cadauna, che per le casse delle amministrazioni comunali sono balzelli impossibili.
Si dirà: ma i soldi delle multe che dovrebbero servire per la manutenzione delle strade? Già, ci vorrebbero quelli; se non che anni di assoluta negligenza e l’uso dei quattrini dirottato altrove hanno fatto sì che adesso i lavori sono tanti, sicuramente troppi da affrontare tutti assieme. Ci sono i ponti da controllare, l’asfalto da rimettere in regola, guardrail malridotti, semafori malfunzionanti e spesso coperti dai rami degli alberi, strisce a terra di ogni genere da rivitalizzare e tanto ancora. Un piano lavori per cui non solo non si capisce come intervenire per posizionare zebre all’avanguardia, ma nemmeno ci sono i denari per le vernici al fine di rigenerare le strisce esistenti – e spesso diventate quasi invisibili – in presenza di incroci, oppure davanti alle scuole, agli ospedali, ai cimiteri o in ogni posto più a rischio.
E all’estero come fanno? Non lo so, ma qualcuno riesce a modernizzarsi, soprattutto nel nord Europa ma anche in Spagna, con Germania e Francia subito dietro. Se però nel 2017 i pedoni che sulle nostre strade ci hanno lasciato le penne sono cresciuti di oltre il 5% rispetto al 2016 qualcosa andrà fatto. E pure in fretta.

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Monitorare i ponti con i telefonini? Pare sia meglio che con i sensori

settembre 19, 2018  |  Senza categoria  |  24 Commenti  |  Lascia un commento


Dopo la tragedia del ponte di Genova lo scorso mese di agosto ormai una vera psicosi si sta impossessando di molti automobilisti, adesso timorosi ogni volta che devono affrontare un cavalcavia.
Come si è letto, si sta pensando di monitorare quelli più a rischio (ma bisognerebbe farlo con tutti, soldi permettendo) grazie a sensori capaci di misurare il numero e l’intensità delle vibrazioni. Eppure pare che ci sia un sistema a costo quasi nullo ed efficacia addirittura superiore: sfruttare i tanto criminalizzati telefonini che sono sempre al centro dell’attualità per i rischi conseguenti alla distrazione al volante.
Lo sostengono quelli del Massachussets Institute of Technology, il leggendario MIT di Boston, dimostrando che gli smartphone che stanno condizionando la nostra vita sono in grado, grazie agli accelerometri di cui sono dotati, di rilevare in maniera istantanea lunghezza, altezza e profondità e registrare il tutto, in particolare anche le vibrazioni di un punte che si sta attraversando.
Possibile? Certo che sì, assicurano quelli che se ne intendono (e al MIT non scherzano per nulla) arrivando a dire che i telefonini sono addirittura più accurati nei rilevamenti e soprattutto tanti di più rispetto ai sensori fissi che si possono montare sui viadotti. Addirittura chiariscono che ogni sensore mobile fornisce dati significativamente migliori in termini di risoluzione rispetto a uno fisso, ed è quindi da solo in grado di offrire informazioni paragonabili a quelle raccolte da oltre un centinaio di sensori permanenti. Mica male!
Il suggerimento sarebbe quello di creare una rete allargata di segnali, estremamente utile per evitare tragedie o possibile tragedie, proprio contando sulla diffusione capillare ormai raggiunta dai cellulari in giro per il mondo. A suo modo è poi quello che fa Google Maps che è in grado di riconoscere in tempo reale le condizioni del traffico (e quindi segnalare ingorghi o strade bloccate) proprio sfruttando i segnali che arrivano dai telefonini fermi sulle strade.

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Meno male che la Jeep c’è

settembre 11, 2018  |  Senza categoria  |  30 Commenti  |  Lascia un commento


È passato un mese e mezzo dalla scomparsa di Sergio Marchionne e gli occhi di molti analisti sono stati puntati sul mercato statunitense per capire come il mercato avrebbe reagito alla scomparsa dell’uomo che da noi ha salvato il Gruppo Fiat da morte certa, ma che soprattutto di là dell’oceano ha salvato anche lì da morte certa il Gruppo Chrysler.
C’era molta apprensione, va detto, ma almeno in agosto la più piccola delle leggendarie “big three” è quella che ha performato meglio con una crescita del 10% contro il 4,1% della Ford e addirittura il -13,3% della General Motors.
Come sia potuto succedere è presto detto: perché la Jeep, marchio su cui Marchionne aveva scommesso tutto, ha ottenuta da sola uno strepitoso +20%, grazie soprattutto alla nuova Wrangler e alla Compass, e ancor meglio ha fatto RAM con un +27%. Due crescite che da sole tengono in piedi tutto il Gruppo FCA negli States dove il raddoppio delle vendite Alfa Romeo (tutto merito della Stelvio) incide comunque pochissimo perché si tratta di numeri nel totale molto marginali.
Per Michael Manley, il successore di Marchionne, si tratta di dati che portano un po’ di serenità stante la grande preoccupazione che aleggia su FCA dopo la scomparsa del suo uomo guida, e che leniscono un po’ le ferite che vengono dall’Europa dove la scarsità di modelli nuovi rallenta le vendite (Jeep esclusa, va da sé). Peraltro entro fine mese dovrebbe arrivare il nome dell’erede di Altavilla alla guida dell’EMEA (l’area che comprende i mercati di Europa, Middle East e Africa) dove se non altro dovrebbe arrivare un italiano con il toto-nomi oramai ristretto alla triade Pietro Gorlier- Daniele Chiari- Gianluca Italia, con Gorlier, attuale CEO di Magneti Marelli, nel ruolo di favorito dopo che si sarà concretizzata la vendita proprio della Magneti Marelli per portare in cassa tanti soldi freschi da far fruttare al meglio. E di quanti denari servano per rilanciare i brand nazionali Dio solo lo sa.

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