Il sottobosco dei prezzi di vendita delle automobili nuove

ottobre 16, 2018  |  Senza categoria  |  20 Commenti  |  Lascia un commento


Ma quanto costa comperare un’auto nuova? Il tema è di grande attualità perché ormai tra i potenziali clienti serpeggia un diffuso malumore. I listini esistono e Quattroruote da sempre ne è il portatore sano, però quel numero ufficiale serve soltanto a ricordare che quello è il prezzo che non deve mai essere pagato.
Sul mercato regna infatti lo sconto diffuso dettato da campagne sempre più aggressive da parte dei costruttori e dal sacrificio mai uguale da parte dei concessionari. Così lo stesso modello si può portare a casa con differenze molto sensibili di prezzo a nord oppure a sud dello Stivale, ma anche all’interno di una stessa regione e peggio ancora nella stessa città.
Di conseguenza la clientela si divide in maniera ingiusta tra chi sa trattare e chi non è capace, tra chi è amico di oppure tra chi è disposto a un pellegrinaggio estenuante tra un rivenditore e l’altro per strappare l’offerta più alettante.
In sintesi si viaggia al buio, e anche chi ha ottenuto il massimo del massimo resta sempre nel dubbio che se avesse insistito di più magari poteva pagare ancora meno. Morale, così non va proprio bene.
Ho molte primavere sulle spalle e ricordo bene quando si andava in commissionaria (un tempo le rivendite si chiamavano così) e l’auto la si pagava a listino. Neanche una lira in meno, semmai godendosi un regalo del venditore che all’inizio era il triangolo, poi nel tempo sono diventati i tappetini, quindi nei casi più esagerati addirittura l’autoradio (ma nel frattempo sono passati dieci anni).
L’automobile come un cosmetico al supermercato: c’è un prezzo scritto e quello si paga senza che a nessuno venga il minimo dubbio. È la maniera più chiara e più onesta, capace di mettere tutti sullo stesso piano: nessuno è avvantaggiato e nessuno si sente turlupinato.
Si potrà mai tornare a mercato così? Probabilmente no, almeno finché si rimane all’acquisto diretto del bene. Meglio potrà andare con il pagamento per l’uso. In questo caso la rata è fissata a monte e difficilmente può cambiare. Non è la soluzione bensì una soluzione. Di sicuro la trattativa attuale è quanto di più confuso, clientelare e torbido ci possa essere.

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Blocco Euro 4, domeniche tutti a piedi. Anzi no, abbiamo scherzato

ottobre 9, 2018  |  Senza categoria  |  30 Commenti  |  Lascia un commento


Ormai la cronaca è una continua accusa ai provvedimenti presi dai nostri amministratori senza un briciolo di conoscenza dei problemi reali.
Dall’1 ottobre, per esempio sono scattate le misure antismog nelle regioni del Nord Italia che si affacciano sulla Pianura Padana. Le limitazioni alla circolazione dei diesel Euro 3, più inquinanti, riguardano Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, dove rimarranno in vigore fino al 31 marzo 2019. Lo stop vale dal lunedì al venerdì e dalle 8:30 fino alle 18:30 e riguarda le auto e i veicoli commerciali.
In Piemonte i divieti sono invece slittati di una settimana, dopo la decisione di inserire deroghe per esentare categorie. Il provvedimento interessa 3 milioni di veicoli ma era aggravato dalla decisione dell’Emilia Romagna di bloccare anche le auto diesel Euro 4. Ovviamente in quest’ultima regione è scattato il putiferio per due ottime ragioni: i veicoli diesel Euro 4 sono molto recenti, molto diffusi e molto meno velenosi di quanto si possa credere, in più il blocco è arrivato all’improvviso mettendo in grande difficoltà sia i privati rimasti improvvisamente a piedi che tutti quelli che con i vari furgoni ci lavorano.
Morale, chi è rimasto danneggiato ha protestato talmente tanto che in un comune dopo l’altro, tra quelli esterni i capoluoghi di provincia, sono cominciate le deroghe al provvedimento al punto che lunedì 8, cioè appena una settimana dopo, il blocco alle Euro 4 è stato cancellato in Regione con una figura così barbina che peggio non si può.
Ma non bastava questo, a Bologna sono andati oltre e hanno pure indetto sei domeniche super ecologiche nelle quali può circolare solo chi possiede un’auto elettrica pura (e sono appena 75 in tutta la città…). Le date fissate sarebbero state il 28 ottobre, l’11 novembre e il 2 dicembre 2018; il 13 gennaio, il 3 febbraio e il 3 marzo 2019. In queste domeniche il blocco era previsto nella fascia oraria dalle 9 alle 18.
Anche qui un grande putiferio e adesso è arrivata in tutta fretta anche la sospensione dell’avventuroso progetto in attesa di un nuovo incontro tra i Comuni nella sede regionale dell’Anci.
Allora la domanda che bisogna porsi è sempre la stessa: perché i politici si muovono sempre sull’onda di annunci clamorosi per poi capire che sono mosse avventate, spesso basate sul nulla, e tali da mettere in grande difficoltà i comuni cittadini.
Si dirà che saper correggere i propri errori è comunque un segno di grande correttezza intellettuale, però pensarci bene prima di fare le cose non sarebbe più prudente?

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Aria nuova dal Vietnam

Aria nuova dal Vietnam

ottobre 3, 2018  |  Senza categoria  |  27 Commenti  |  Lascia un commento

Nel disperante contesto del Salone dell’auto di Parigi, dove le troppe assenze hanno intristito i grandi padiglioni di quello che fu il Mondial de l’Automobile, uno stand ha richiamato una vera folla di curiosi, quella della prima marca vietnamita di auto, la Vinfast.
Grande e spettacolare, piazzato di fronte alla Ferrari, ha sorpreso per sfacciataggine e convinzione, un modo di affacciarsi al grande giro internazionale ben differente dalle prime volte dei cinesi – sempre relegati in posti angusti e defilati – e prima ancora dei coreani.
La Vinfast è un’industria giovanissima che muove da uno stabilimento costato un miliardo e mezzo di dollari e che ambisce a migliorare il livello di vita della popolazione locale. A un tiro di schioppo dalla Thailandia dove si costruiscono oltre 3 milioni di veicoli l’anno ma in fabbriche di proprietà estera (soprattutto marche giapponesi) questa azienda vietnamita vuole imporsi subito e ha presentato due vetture piuttosto imponenti, una filante berlina e una SUV pretenziosa, dove si mescolano competenze importanti: lo stile della Pininfarina più le tecnologie di BMW e Magna Steyr.
Il messaggio trasmesso al mondo è che la Vinfast non vuole assolutamente essere una semplice car company bensì diventare la vera grande industria nazionale: non a caso a breve verranno lanciate una citycar, una vettura elettrica e anche una moto elettrica. In un mercato locale che è in continua crescita per quello che attiene alle vendite di automobili, tutte d’importazione, è facile inserirsi in fretta. Più difficile sarà imporsi fuori dai confini, però i tempi sono molto cambiati. Mezzo secolo fa per gli orientali invadere l’Europa oppure gli Stati Uniti era un’impresa quasi impossibile. Adesso invece la strada è stata aperta e molti pregiudizi sono caduti, in più chi si affaccia al mondo adesso lo fa con automobili riuscite come design e sempre con una qualità tecnica inappuntabile. Prendere sottogamba i nuovi competitor è un errore che non si può più permettere nessuno e non succederà. Se poi vi fidate del vostro vecchio mestierante, queste Vinfast con motori due litri turbo benzina e oltre 230 CV, più un cambio automatico 8 marce, troveranno in fretta un pubblico interessato se, come promettono, potranno anche contare su un prezzo decisamente invitante.

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Strisce pedonali luminose o in 3D, arriveranno mai?

Strisce pedonali luminose o in 3D, arriveranno mai?

settembre 26, 2018  |  Senza categoria  |  16 Commenti  |  Lascia un commento


Ormai si parla con sempre più insistenza di introdurre nelle città italiane strisce pedonali di ultima generazione. Quelle più costose a led oppure anche quelle disegnate in 3D che servono per impressionare gli automobilisti invitandoli a rallentare con decisione come se si trovassero davanti un ostacolo invalicabile.
Sono la soluzione giusta per impedire la strage che continua implacabile? Magari capaci di ridurre cifre che fanno paura: dal 2001 al 2015 sono morti quasi 11mila pedoni e 291mila sono rimasti feriti a causa di incidenti stradali.
Di sicuro tutti gli studi sostengono che con pitturazioni adeguate e meglio ancora se luminose si può mettere un freno importante alla terribile carneficina, il problema è però uno solo: le zebre intelligenti costano molto, quelle luminose addirittura 10 mila euro cadauna, che per le casse delle amministrazioni comunali sono balzelli impossibili.
Si dirà: ma i soldi delle multe che dovrebbero servire per la manutenzione delle strade? Già, ci vorrebbero quelli; se non che anni di assoluta negligenza e l’uso dei quattrini dirottato altrove hanno fatto sì che adesso i lavori sono tanti, sicuramente troppi da affrontare tutti assieme. Ci sono i ponti da controllare, l’asfalto da rimettere in regola, guardrail malridotti, semafori malfunzionanti e spesso coperti dai rami degli alberi, strisce a terra di ogni genere da rivitalizzare e tanto ancora. Un piano lavori per cui non solo non si capisce come intervenire per posizionare zebre all’avanguardia, ma nemmeno ci sono i denari per le vernici al fine di rigenerare le strisce esistenti – e spesso diventate quasi invisibili – in presenza di incroci, oppure davanti alle scuole, agli ospedali, ai cimiteri o in ogni posto più a rischio.
E all’estero come fanno? Non lo so, ma qualcuno riesce a modernizzarsi, soprattutto nel nord Europa ma anche in Spagna, con Germania e Francia subito dietro. Se però nel 2017 i pedoni che sulle nostre strade ci hanno lasciato le penne sono cresciuti di oltre il 5% rispetto al 2016 qualcosa andrà fatto. E pure in fretta.

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Monitorare i ponti con i telefonini? Pare sia meglio che con i sensori

settembre 19, 2018  |  Senza categoria  |  24 Commenti  |  Lascia un commento


Dopo la tragedia del ponte di Genova lo scorso mese di agosto ormai una vera psicosi si sta impossessando di molti automobilisti, adesso timorosi ogni volta che devono affrontare un cavalcavia.
Come si è letto, si sta pensando di monitorare quelli più a rischio (ma bisognerebbe farlo con tutti, soldi permettendo) grazie a sensori capaci di misurare il numero e l’intensità delle vibrazioni. Eppure pare che ci sia un sistema a costo quasi nullo ed efficacia addirittura superiore: sfruttare i tanto criminalizzati telefonini che sono sempre al centro dell’attualità per i rischi conseguenti alla distrazione al volante.
Lo sostengono quelli del Massachussets Institute of Technology, il leggendario MIT di Boston, dimostrando che gli smartphone che stanno condizionando la nostra vita sono in grado, grazie agli accelerometri di cui sono dotati, di rilevare in maniera istantanea lunghezza, altezza e profondità e registrare il tutto, in particolare anche le vibrazioni di un punte che si sta attraversando.
Possibile? Certo che sì, assicurano quelli che se ne intendono (e al MIT non scherzano per nulla) arrivando a dire che i telefonini sono addirittura più accurati nei rilevamenti e soprattutto tanti di più rispetto ai sensori fissi che si possono montare sui viadotti. Addirittura chiariscono che ogni sensore mobile fornisce dati significativamente migliori in termini di risoluzione rispetto a uno fisso, ed è quindi da solo in grado di offrire informazioni paragonabili a quelle raccolte da oltre un centinaio di sensori permanenti. Mica male!
Il suggerimento sarebbe quello di creare una rete allargata di segnali, estremamente utile per evitare tragedie o possibile tragedie, proprio contando sulla diffusione capillare ormai raggiunta dai cellulari in giro per il mondo. A suo modo è poi quello che fa Google Maps che è in grado di riconoscere in tempo reale le condizioni del traffico (e quindi segnalare ingorghi o strade bloccate) proprio sfruttando i segnali che arrivano dai telefonini fermi sulle strade.

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Meno male che la Jeep c’è

settembre 11, 2018  |  Senza categoria  |  30 Commenti  |  Lascia un commento


È passato un mese e mezzo dalla scomparsa di Sergio Marchionne e gli occhi di molti analisti sono stati puntati sul mercato statunitense per capire come il mercato avrebbe reagito alla scomparsa dell’uomo che da noi ha salvato il Gruppo Fiat da morte certa, ma che soprattutto di là dell’oceano ha salvato anche lì da morte certa il Gruppo Chrysler.
C’era molta apprensione, va detto, ma almeno in agosto la più piccola delle leggendarie “big three” è quella che ha performato meglio con una crescita del 10% contro il 4,1% della Ford e addirittura il -13,3% della General Motors.
Come sia potuto succedere è presto detto: perché la Jeep, marchio su cui Marchionne aveva scommesso tutto, ha ottenuta da sola uno strepitoso +20%, grazie soprattutto alla nuova Wrangler e alla Compass, e ancor meglio ha fatto RAM con un +27%. Due crescite che da sole tengono in piedi tutto il Gruppo FCA negli States dove il raddoppio delle vendite Alfa Romeo (tutto merito della Stelvio) incide comunque pochissimo perché si tratta di numeri nel totale molto marginali.
Per Michael Manley, il successore di Marchionne, si tratta di dati che portano un po’ di serenità stante la grande preoccupazione che aleggia su FCA dopo la scomparsa del suo uomo guida, e che leniscono un po’ le ferite che vengono dall’Europa dove la scarsità di modelli nuovi rallenta le vendite (Jeep esclusa, va da sé). Peraltro entro fine mese dovrebbe arrivare il nome dell’erede di Altavilla alla guida dell’EMEA (l’area che comprende i mercati di Europa, Middle East e Africa) dove se non altro dovrebbe arrivare un italiano con il toto-nomi oramai ristretto alla triade Pietro Gorlier- Daniele Chiari- Gianluca Italia, con Gorlier, attuale CEO di Magneti Marelli, nel ruolo di favorito dopo che si sarà concretizzata la vendita proprio della Magneti Marelli per portare in cassa tanti soldi freschi da far fruttare al meglio. E di quanti denari servano per rilanciare i brand nazionali Dio solo lo sa.

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Bastasse il 5% di bici in più per ridurre del 30% l'inquinamento a Milano...

Bastasse il 5% di bici in più per ridurre del 30% l’inquinamento a Milano…

settembre 4, 2018  |  Senza categoria  |  17 Commenti  |  Lascia un commento

Leggo sul sempre interessante Affari&Finanza di uno studio della Regione Lombardia, con una simulazione dell’Inventario Emissioni aria di Arpa, secondo il quale se il 5% dei milanesi andasse in bicicletta si avrebbe un calo del 30% dell’inquinamento.
Accidenti, un dato strepitoso! Peccato che quello fosse soltanto il titolo, perché poi andando a leggere i numeri viene fuori -3,8% di PM10, -8% CO2 e -11% di ossidi di azoto. Numeri comunque interessanti, ma anche qui da prendere con le molle perché molto probabilmente si riferiscono al calo dell’inquinamento prodotto dagli autoveicoli, non quello globale.
Infatti quando c’è lo stop alle auto a Milano si è visto che i dati complessivi non cambiano in città, così come è noto che il massimo delle poveri sottili è stato individuato non sulle strade bensì nelle stazioni della metropolitana, in questo specifico caso generato dai freni delle carrozze e dal non ricircolo dell’aria. Ma è un dato che comunque fa media.
Un discorso analogo si può fare riguardo la CO2, dove il peso complessivo delle auto è davvero basso. Basti per questo pensare a Pechino, la città più inquinata del mondo, dove circolano milioni di biciclette senza incidere su quello che si respira perché a produrre CO2 contribuisce tutto quello che facciamo o abbiamo intorno, a cominciare dalle fabbriche per continuare con i mezzi pubblici e per terminare con il nostro vivere quotidiano.
Per esempio uno studio condotto dal Dipartimento di Fisiologia Umana dell’Università Statale di Milano ha confrontato le emissioni di CO2 del veicolo “biologico” del nostro corpo con quello delle auto più “verdi” presenti sul mercato. Si è scoperto che 4 uomini che corrono emettono più CO2 di un’auto ibrida che compie il medesimo tragitto. Questo si calcola prendendo in esame i prodotti di scarto: l’auto ibrida infatti produce 87 grammi di CO2 per chilometro arrivando a 95 quando ospita 4 uomini ognuno dei quali, per compiere lo stesso tragitto correndo, ne produrrebbe 25, per un totale di 100 grammi di CO2 emessi dai quattro ad ogni chilometro.
Peraltro un’indagine della Ademe – l’agenzia francese per l’ambiente e il controllo energetico- ha dimostrato che un impiegato produce, in media, oltre 13 tonnellate di anidride carbonica all’anno. Solo una mail, ricevuta o inviata, ne produce 19 grammi. Il calcolo viene effettuato prendendo in considerazione l’elettricità consumata da un pc e i server che elaborano l’email durante la scrittura, l’invio, la lettura della mail e anche la sua archiviazione.
La lista delle sorprese è comunque infinita, e se si calcola la CO2 prodotta comunque da chi va in bici, beh credere al dato sbandierato dalla Regione Lombardia viene da sorridere. Però fa fare i titoli, e questo conta e fa propaganda.

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Quella postura alla guida che troppi ignorano

Quella postura alla guida che troppi ignorano

agosto 28, 2018  |  Senza categoria  |  23 Commenti  |  Lascia un commento


Lo ammetto, credevo che certe posture si fossero perse nella notte dei tempi, invece in questi giorni d’estate mi capitato di vedere ancora giovani e vecchi automobilisti guidare con lo schienale molto inclinato all’indietro e le braccia tese come accadeva ai piloti di F1 di metà anni 60.
Al tempo poteva essere una stupida emulazione dei grandi assi del volante che dovevano stare sdraiati dentro monoposto insicure al massimo, ma oggi nessun pilota guida più così, non importa se in F1 o in qualsiasi altra disciplina motoristica, eppure c’è gente che insiste e non capisce quanto rischi.
Credo che insegnare la posizione di guida sia un obbligo delle scuole guida e mi auguro anche che lo facciano, ma non capire che la prontezza di riflessi è fondamentale quando si conduce un mezzo dalla massa esagerata e dalle prestazioni odierne mi sgomenta.
Lo schienale va tenuto il più dritto possibile, basti per questo guardare ai piloti di rally che fanno dell’imprevedibilità al volante una regola di vita: sembrano tutti dei camionisti, ma lo fanno perché non puoi mai sapere che cosa può esserci dopo una curva e devono essere pronti a reagire nel minor arco di tempo per non finire fuori strada. Comunque schienale dritto e braccia abbastanza piegate sono la buona regola ricordando sempre che a schiena appoggiata la distanza dal volante deve essere tale che a braccia diritte si appoggino i polsi sulla corona nella parte superiore.
Sono regola ben note e completamente assimilate? Direi proprio di no, almeno in tempo di vacanze ho avuto la conferma che non lo sono. E ho trovato la cosa disperante, perché sembra proprio che chi guida non percepisca che cosa stia facendo e i pericoli che sta correndo.

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Che idea! Destinare parte dei ricavi delle multe alla manutenzione delle strade…

agosto 21, 2018  |  Senza categoria  |  21 Commenti  |  Lascia un commento


La tragedia di Genova ha colpito tutti, e le sue conseguenze ce le porteremo addosso per lungo tempo. Il disastro, il dramma dei morti e la sciagura dei senza più casa sono ferite profonde che si dimenticheranno con fatica. Al contrario mi auguro di scordare in fretta il triste teatrino dei politici di turno che non hanno perso tempo per la loro campagna elettorale (eterna) dove ad ogni annuncio deve seguire subito l’annuncio successivo. Sono vecchio, quindi sono cresciuto con la sobrietà di un tempo quando i ministri aprivano la bocca una volta all’anno e magari dicevano sciocchezze anche allora, ma almeno arrivavano col contagocce e non a raffica come adesso.
Al riguardo ho letto un’intervista sulle pagine locali del Corriere della Sera al sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture Michele Dell’Orco dove si segnala l’impegno del Governo affinché i Comuni destinino parte degli incassi delle multe alla manutenzione delle strade.
Bell’idea, ma non mi pare nuovissima. Sono decine (!) di anni che Quattroruote lo segnala nell’indifferenza generale. Doveva pertanto crollare un ponte, e che ponte, per ricordarsi che esiste una legge che prevede che questo avvenga . Ma la sicurezza e la manutenzione delle strade non hanno mai portato voti, meglio allora un’aiuola fiorita in una piazza oppure amenità simili, tanto poi per piangere c’è sempre tempo.

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Se a un comportamento corretto in auto deve pensarci l’auto stessa

agosto 10, 2018  |  Senza categoria  |  10 Commenti  |  Lascia un commento

La Commissione Trasporti della Camera ha approvato il disegno di legge che prevede l’obbligo di montare sulle auto seggiolini salva bebè equipaggiati con dispositivi che ricordino la presenza del bambino a bordo.
Se soltanto questo provvedimento servirà anche a salvare una sola vita umana ben venga, ma quello che mi suggerisce questo intervento dall’alto è che siamo arrivati all’ultimo stadio della protezione degli individui a bordo.
Un tempo c’era poco e niente, poi si è cominciato a multare chi aveva comportamenti scorretti, quindi sono state inasprite le sanzioni con risultati diciamolo pure deludenti.
Ecco che adesso per eliminare i problemi non si pensa più di ricorrere agli automobilisti, bensì alla tecnologia.
Il caso dei seggiolini dei bambini che ricordano ai genitori distratti che a bordo si sono dimenticati un loro figlioletto è soltanto una faccia del problema. Ormai all’industria automobilistica si chiede di trovare un modo per disattivare i telefoni cellulari nell’abitacolo (almeno quello di chi guida) oppure di impedire la messa in moto se il guidatore è alticcio, quindi pericoloso per sé e per gli altri.
Ben vengano tutte le trovate possibili e immaginabili, ma bisogna ammettere che questa è una resa, perché comportamenti che dovrebbero essere normali vengono troppo spesso ignorati al punto che si chiede a elementi esterni di provvedere. Anche perché chi telefona mentre guida viene multato in un caso su un milione e chi alza il gomito viene pizzicato con grande difficoltà e quasi sempre dopo essere stato coinvolto in un incidente.
Evviva l’elettronica di bordo, quindi, e che sia benedetta. Però dovremmo anche chiederci in che mondo viviamo se dobbiamo affidare a comandi esterni il nostro comportamento civico.

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