La bella Alpine finalista nel Car of the Year. Che sorpresa!

La bella Alpine finalista nel Car of the Year. Che sorpresa!

dicembre 7, 2018  |  Senza categoria  |  8 Commenti  |  Lascia un commento


Fa sempre una certa impressione vedere come passano i tempi, come cambiano i modi di giudicare, come tutto sia sempre più in evoluzione. Ho avuto l’opportunità di far parte della giuria del Car of the Year per 23 anni (si esce per età, 64 è il limite massimo, poi largo ai giovani) e ho visto vincere la prima auto giapponese (la Nissan Micra nel 1993) la prima vettura ibrida (la Toyota Prius nel 2005) e la prima elettrica (la Nissan Leaf nel 2011) ogni volta appuntandomi il senso dei nuovi tempi.
Da ex giurato ho visto anche l’accettazione sempre più rassegnata delle imperanti SUV con la Volvo XC90 seconda classificata nel 2016 cui sono seguite le due vittorie di Peugeot 3008 e Volvo XC40, e mi ero anche segnato con un grosso punto interrogativo il secondo posto a sorpresa di Toyota GT86/Subaru BRZ. Fatico ancor oggi a capire quel risultato reso possibile però dai grandi volumi che riuscivano a mettere assieme quele due vetture grazie alla diffusione su tantissimi mercati.
La nuova Alpine A110 però stento a inquadrarla come finalista per il titolo 2019, e non perché non sia nelle mie corde, tutt’altro, ma perché condensa in sé tutto quello che non era ai miei tempi tra le ragioni ammissibili di una scelta. È prodotta in pochi esemplari (fino a poco tempo fa c’era l’obbligo di 5000 pezzi minimi all’anno), non è proiettata nel futuro perché conserva ed esalta valori di un passato romantico che ho vissuto in diretta, non è portatrice di nuove tecnologie e non propone nemmeno il massimo dei contenuti ad un prezzo accessibile per la maggioranza degli acquirenti di un’automobile. È, comunque, un’auto che fa sognare, che promette di divertire e che può entrare in famiglie dove c’è già dell’altro per svolgere i compiti oggi richiesti per lo spostamento nel breve e nel lungo raggio. Un’auto esclusiva, insomma.
Se la vedrà con la Jaguar I-Pace che rappresenta il futuro, con la Ford Focus che è la summa delle qualità richieste in passato ad una candidata per essere vincente e con la Kia Ceed che punta a diventare la prima auto coreana ad arrivare al titolo, oltre che con Mercedes Classe A, Peugeot 508 e Citroen C5 Aircross. Un mazzo di finaliste dove c’è soltanto una “matta”. Come sia finita lì rimane curioso e mi ripropongo di ripassarmi con attenzione la lista delle 31 vetture rimaste escluse.

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Bene il piano FCA, ma qualche domanda l’avrei

Bene il piano FCA, ma qualche domanda l’avrei

novembre 30, 2018  |  Senza categoria  |  96 Commenti  |  Lascia un commento


Dunque Mike Manley e soprattutto il nuovo capo EMEA di FCA, Pietro Gorlier, hanno parlato. Era dalla prematura è drammatica dipartita di Sergio Marchionne che non arrivavano messaggi sul futuro degli stabilimenti italiani, dei progetti e dei programmi, e va detto che nell’ambiente il nervosismo era palese.
Adesso invece sappiamo due cose importanti: che FCA vuole investire una cifra molto pesante, oltre 5 miliardi di euro, per nuovi modelli e qualche restyling, e ancor più che nel giro di un triennio tutti gli stabilimenti italiani gireranno a piena occupazione.
Nel messaggio di qualche giorno fa non è stato detto però tutto, anche perché degli impianti FCA in Europa si parlerà in un secondo tempo, in particolare di quelli in Polonia, in Serbia e in Turchia che dovranno anche loro lavorare a buon regime per restare attivi. Chi si affiancherà alla 500 a Tychy? Qualcosa lì servirà perché oggi i numeri della reginetta di casa non sono più quelli di un decennio fa, quindi si può supporre che la nuova Lancia Ypsilon sia stata dirottata da quelle parti visto che girerebbe sulla stessa piattaforma che è poi la stessa della Panda. E in Serbia? Pare ormai certo che la 500 L avrà un seguito, forse affiancata da un nuovo modello che qualcuno suggerisce possa essere un piccolo crossover Fiat. Vedremo. Diverso il discorso turco dove potrebbe esserci molto fermento ma per prodotti che non dovrebbero arrivare da noi considerando che il caso della Tipo rimanga un’eccezione.
E in casa nostra? Nessuno ha parlato dell’Alfieri e qui ci sono due correnti di pensiero: che i modelli Gt e cabrio previsti a Modena riguardino proprio la tanto bella granturismo che sta invecchiando prima di vedere la sua luce, oppure che il piano annunciato si limiti a un prolungamento dei modelli attuali in attesa della sua venuta. Mah.
Infine si è parlato di una nuova Panda. Ma sarà davvero nuova? Già perché da oltre tre anni esiste un progetto entusiasmante e avveniristico in attesa della benedetta approvazione, rallentato si vocifera per i costi troppo alti. Magari si trattasse di questo, ma la paura (per noi vecchi innamorati di una Fiat che sulle utilitarie era sempre un decennio avanti sulla concorrenza) è che si ripieghi su una vettura più convenzionale anziché osare davvero come buona tradizione.
Infine, dai piani annunciati, è sparita la Jeeppina, su base Panda, che pare bellissima e che prevederebbe anche una versione con la copertura in tela come le Jeep degli inizi, quella diventata famosa durante la seconda guerra mondiale. Doveva nascere a Pomigliano per essere poi venduta in tutto il mondo, ma oggi il suo posto è stato preso dalla SUV piccola dell’Alfa Romeo. Non sarà che dopo le minacce di mettere tasse esagerate sulle vetture d’importazione, alla fine verrà prodotta negli States?
Vorrei spendere due parole anche sulla scelta di rinviare lo stop alla produzione di motori diesel. Mi pare corretta, e forse le proteste dei francesi giungono al momento giusto. Non ci sono soltanto quelli che abitano nei grandi centri dove le limitazioni al traffico sono pressanti, ma c’è anche anche un’altra Italia che lavora e si sposta in altre aree dove le distanze sono grandi e che dei vantaggi che trova nel diesel non vuole rinunciare.

Ps. Da qualche giorno sono in un posto molto lontano dove fatico a trovare la linea. Mi scuso se qualche vostro intervento verrà pubblicato con un po’ di ritardo.

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Nuovo bollo: i lati oscuri che tormentano il Governo

novembre 23, 2018  |  Senza categoria  |  77 Commenti  |  Lascia un commento


Stanno girando nei corridoi romani diverse simulazioni sul come potrebbe cambiare a breve la tassa di possesso sulle automobili. Per tante ragioni il sistema attuale non convince più perché non è più considerato in linea con i tempi, ma tutte le soluzioni alternative paiono nascere e morire nel giro di pochi giorni. Qual è il fine che si vuole dare al cambiamento? Introdurre una nuova tassa più sensibile ai temi dell’ambiente senza però rinunciare agli oltre 6 miliardi che entrano ogni anno nelle casse dello stato. Ma non solo: semmai introitare qualcosa di più, nascondendo il tutto dietro il paravento di fare pulizia dei mezzi meno ecologici.
A oggi Il costo del bollo auto dipende sia dalla regione e sia dalla potenza del mezzo misurata in chilowatt tenendo peraltro conto anche di altri fattori, come la classe d’inquinamento (Euro I, Euro II, ecc.), dove tanto minore sarà tale classe e tanto più si pagherà di bollo, soluzione introdotta nel 2010. Inoltre per i veicoli di potenza superiore ai 185 kW – il famigerato “Superbollo” – si ha un aumento di 20 € per kW. Inoltre, le Regioni hanno anche il potere di aumentare o diminuire gli importi dovuti.
Questo a oggi. Ma che cosa potrebbe accadere? Per esempio un abbassamento in misura da definire per i veicoli a ridotto impatto ambientale che sarebbe pareggiato da un innalzamento a crescere per i veicoli più vetusti. Ma già qui sorgono grossi problemi: per esempio come quantificare il basso impatto ambientale? Fino a qualche anno fa era facile: si teneva conto della CO2 emessa – e così avviene quasi sempre in giro per l’Europa – ma adesso questo parametro mette paura perché se da un lato è facile da calcolare (chi consuma di più emette più anidride carbonica) dall’altro favorisce sfacciatamente le vetture a gasolio che oggi sono quelle più nel mirino degli ecologisti.
Un’altra soluzione sarebbe quella di tenere qualcosa di simile a oggi, dove la cilindrata incide tantissimo, arrivando a grossi sconti per le vetture ibride con l’azzeramento totale della tassa per i veicoli elettrici, pareggiando i conti con l’incremento dei costi per le vetture più vecchie e quindi più inquinanti. Parrebbe la soluzione ideale per l’ala gialla che oggi è al Governo e la cui anima attenta al clima è da sempre sbandierata con orgoglio.
Ma c’è però grosso come una casa. Può sembrare infatti un grosso favore a chi abita nei grandi centri urbani, dove i limiti di accesso e un uso intenso nel traffico cittadino giustificano i costi più elevati di acquisto, ma anche una sorta di ingiustizia per i tanti che vivono in regioni dove le grandi distanze e l’assenza di centri a elevata concentrazione di traffico che sarebbero soltanto vessati e ai quali un mezzo elettrico o comunque elettrificato può significare più problemi che vantaggi. Ma non basta: c’è infatti il tema dell’incremento della tassa per i veicoli più anziani e qui si va a toccare soprattutto un nervo sensibile che tocca entrambi i colori che sono al governo adesso, quello verde e quello giallo.
Mi spiego: l’ala movimentista, che da un lato plaude calorosamente all’idea per le ragioni sopra già dette, teme però di scontentare un elettorato che ha reso tantissimo in voti nella parte meridionale del Paese, là dove si concentra il più alto numero di vetture vecchissime; per contro l’ala leghista sostiene che del previsto aumento di entrate sui veicoli da Euro 2 in giù per pareggiare l’esenzione dei veicoli più innovativi non entrerà mai nelle casse statali perché è proprio al sud che l’evasione dalla tassa di proprietà è più diffusa. Ergo i conti non tornerebbero.
Morale, trovare la quadra pare molto difficile se non proprio impossibile. Ma siccome servono entrate in più, come verranno spennati ulteriormente gli automobilisti?

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Viaggiare a 150. Allora?

Viaggiare a 150. Allora?

novembre 16, 2018  |  Senza categoria  |  35 Commenti  |  Lascia un commento


Ciclicamente si torna a parlare di portare il limite a 150 orari sui tratti di autostrade con almeno tre corsie per senso di marcia e asfalto drenante.
Si può fare? Certo che sì, è una norma già prevista dal codice della strada all’articolo 142 comma 1 dove si legge che in presenza di buone condizioni atmosferiche, con traffico adeguato e un tratto con almeno tre corsie di marcia e asfalto drenante, se ci saranno gli adeguati cartelli stradali e un sistema Tutor che controlli la media effettiva, si può marciare a 150 all’ora purché quel tratto di strada abbia avuto una incidentalità bassa nell’ultimo quinquennio.
Quindi la proposta del presidente della commissione Trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, è già attuabile senza che ci sia bisogno di nessuna norma speciale. Il solo problema, al di là dell’ostilità del Movimento 5 Stelle che è comunque al Governo, è che a decidere se metterla in atto o no deve essere per forza il concessionario della strada, quindi le varie società che hanno in gestione la rete autostradale e pure l’ANAS che è diventata a sua volta una concessionaria.
Perché quindi questo limite, da molti chiamato a gran voce e da altrettanti molti osteggiato con impeto, non entra in vigore? Sono i gestori delle strade a non decidersi perché in caso di incidentalità cresciuta perderebbero molti quattrini statali. Infatti, quando io ero ancora direttore, pubblicammo su Quattroruote quella famosa formula complessa da cui si sapeva esattamente come sarebbero girati i quattrini negli accordi tra lo Stato e le concessionarie e lì una variabile era legata al numero di sinistri, più era alto meno si incassava. Quel famoso accordo segreto denunciato dal Ministro Toninelli dopo il disastro di Genova, sconosciuto al nostro uomo di Governo ma portato alla luce del sole già sei anni fa grazie a una ricerca giornalistica molto efficace dell’ottimo collega Emilio Deleidi.
Dunque temo, per chi ci spera, che questo limite dei 150 non verrà mai adottato, seppure nulla di legale lo impedisca.

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Tempi duri anche per le premium tedesche

novembre 8, 2018  |  Senza categoria  |  20 Commenti  |  Lascia un commento


Chi lo avrebbe mai detto? Sono tempi duri anche i colossi tedeschi dell’auto. Molti danno la colpa agli standard WLTP per misurare con più accortezza i dati reali dei consumi in condizione di marcia su strada, fatto sta che dopo BMW anche Mercedes ha annunciato un vero crollo degli utili nel terzo trimestre di quest’anno. In particolare BMW, quando era uscita allo scoperto, aveva sorpreso tutti perché è la prima volta da dieci anni in qua che la casa bavarese si trova a rivedere al ribasso le sue previsioni annuali.
Vediamo allora di fare un po’ di ordine riguardo alle norme WLT che sono entrate in vigore il primo di settembre e che pretendono che tutte le nuove omologazioni rispondano ai criteri di misurazione introdotti adesso. Se si ascoltano le voci che provengono da tutti i costruttori il problema è uno solo: c’è la fila ai laboratori per far verificare che le vetture rispondano ai criteri imposti. Per questo i piazzali sono pieni. In realtà pare che non tutti i modelli siano proprio confacenti e che pure l’obbligo di aggiornare quelli più datati non sia così facile da essere messo in pratica. Fatto sta che entro agosto c’è stata un’offerta esagerata di auto, arrivate sul mercato con sconti esagerati pur di eliminare gli stock in casa, mentre adesso stagnano le vendite di veicoli nuovi che stanno patendo i ritardi per essere in regola.
Di sicuro erano davvero tanti anni che non si vedevano così in sofferenza i conti dei marchi premium tedeschi e questo fa un po’ impressione. A parziale spiegazione, almeno per quanto riguarda BMW, ci sono poi i problemi che si sono aggiunti a causa della guerra commerciale tra Washington e Pechino. In Cina infatti è in atto una vera ritorsione verso gli Stati Uniti che finisce con il penalizzare con nuove tasse tutte le SUV che sono prodotte a Spartanburg, in Carolina del Sud, e che piacciono tanto agli automobilisti del Dragone. Un danno calcolato in almeno 300 milioni di euro.
Non ho parlato di Audi perché in Vw danno soltanto i dati consolidati e non splittati per marchi, ma a sentire gli spifferi pare proprio che la situazione sia in linea con la concorrenza. Morale: giorni difficili anche dove regnava sempre la festa. E questa è davvero una notizia.

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Maserati, non è tutto oro: Cina e Modena i temi caldi

Maserati, non è tutto oro: Cina e Modena i temi caldi

ottobre 31, 2018  |  Senza categoria  |  96 Commenti  |  Lascia un commento


Correva l’estate del 1997 e la Fiat era in ambasce perché non ci cavava i piedi con la Maserati, acquisita nel 1989 e lasciata nelle mani del malcapitato ing. Alzati, uomo di grande spessore ed esperienza ma del tutto abbandonato da Torino. Ecco allora l’idea: l’appioppiamo a Montezemolo, che fa tanto il galletto con la Ferrari, e vediamo “che cosa farà da grande” secondo il pensiero del suo nemico dichiarato Romiti.
Al tempo la casa del Tridente metteva sul mercato, con molta fatica, mille automobili e l’ordine della Fiat era di riuscire ad aumentare le vendite del 50%, anche se nessuno su questo risultato scommetteva una lira.
Ricordo bene quando Montezemolo, a cavallo del nuovo millennio, arrivò a promettere il traguardo delle 10 mila Maserati entro il 2010 mai immaginando la crisi economica che si sarebbe presentata.
Sorrisero tutti per quella previsione, salvo poi ricredersi nel 2008 allorché si arrivò a 8.900. Auto nuove e accattivanti, lo stabilimento di Modena rifatto completamente, e un’immagine ritrovata in giro per il mondo.
Lo scorso anno si è toccata quota 51 mila, ma Marchionne era deluso perché voleva arrivare a 75 mila, così a New York, nell’aprile di quest’anno per il lancio della Levante GTS, denunciò chiaramente che si era sbagliato il collocamento di questa SUV sia sul mercato americano sia soprattutto su quello cinese, altrimenti si sarebbe fatto tombola.
Già, il problema della Cina rimane il guaio più grosso di Maserati perché da quelle parti il blasone non ha alcun peso: non conoscono la storia e comprano soltanto per moda. Lì sbagliare il prezzo significa restare fuori dal giro, e così è successo. Un errore a cui sarà molto difficile rimediare nel breve.
Ed eccoci all’altro problema che affligge in questi giorni il marchio, a dispetto dei traguardi raggiunti e peraltro non ripetibili quest’anno come temeva proprio Marchionne: lo stabilimento di Modena. Il gioiello recuperato da Montezemolo è adesso quello a rischio ridimensionamento con molta apprensione tra i dipendenti. Ormai tutto il grosso (Quattroporte, Ghibli e Levante) nasce a Torino e siccome quasi tutta la produzione futura finirà sulla piattaforma Giorgio – quella della Giulia – con catene di montaggio a Torino oppure a Cassino, è molto improbabile che ne venga impiantata un’altra in Emilia dove boccheggiano le attuali sportive del Tridente (a loro volta destinate a un futuro sulla stessa piattaforma Giorgio) oltre che l’Alfa Romeo 4C già a fine vita.
L’erede di Marchionne, Manley, si è preso almeno due trimestri per ridisegnare il futuro di Maserati, ma è sicuro che adesso nei suoi pensieri ci sono soprattutto i tre stabilimenti europei ad alta intensità produttiva – Melfi, Pomigliano e Tychy in Polonia – e questi andranno riempiti con la Panda, la piccola Renegade e la nuova Ypsilon che dovrebbe tenere in vita (evviva, evviva) il brand Lancia dopo le tante minacce di chiusura. A Modena ci si penserà dopo, tanto più che anche la piccola Levante troverà vita altrove assieme alla piccola Stelvio. Ovvio che nella Motor Valley in tanti tremino, e per l’erede di Altavilla, il torinese Pietro Gorlier, una prima gatta da pelare è già servita.

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Contro i telefonini non legifera mai nessuno

Contro i telefonini non legifera mai nessuno

ottobre 23, 2018  |  Senza categoria  |  25 Commenti  |  Lascia un commento


Deve essere davvero difficile per uno che vuole fare politica prendere provvedimenti scomodi e rischiare poi di non essere votato o peggio ancora, finire nel mirino di chi sente danneggiato. Però ogni tanto bisognerebbe agire, e invece questo non succede.
Il riferimento è a chi siede in Parlamento, non importa il colore che rappresenta, ed è sempre restio a intervenire per limitare l’uso smodato e pericolosissimo dei telefonini alla guida.
La ragione, peraltro è evidente: sono troppi. E troppi significa potenziali voti in fumo. Certo, trovare una soluzione per chi dimentica i bambini a bordo è più facile perché ormai sono sempre meno i bambini e ancor meno quelli tanto distratti da abbandonarli in auto. Qualcuno si arrabbierà per la spesa da affrontare, ma si prevedono numeri risibili di scontenti.
Diverso il caso degli smartphone che hanno aggiunto alla distrazione di telefonare direttamente dall’apparecchio quella di restare in contatto perenne con il mondo esterno adesso che i social stanno diventando per molti una droga e un coinvolgimento ossessivo. L’imperativo è leggere tutto e subito, poi rispondere, oppure intervenire, sempre subito. Parlare di patologia è il minimo, ma il problema è totale in un mondo in cui la distrazione alla guida è da anni al primo posto tra le cause d’incidente stradale.
Si obietterà: ma le sanzioni ci sono. È vero, ma davvero crediamo che basti la minaccia di 161 Euro di multa e la detrazione di 5 punti della patente per scoraggiare i malati di connettività permanente? No di certo: ci vorrebbe la tanto sbandierata sospensione della patente alla prima infrazione come suggeriva in un articolo sul Sole 24 Ore il sempre attento e competente Maurizio Caprino. Se ne parla da anni, tutti a parole sono d’accordo, ma nessun Governo si azzarda di affrontare l’argomento e le ragioni s’intuiscono facilmente: sarebbe una mossa tatticamente ostile. E allora si rimanda tutto alle calende greche nascondendo il rinvio dietro la promessa che al più presto s’interverrà.

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Il sottobosco dei prezzi di vendita delle automobili nuove

ottobre 16, 2018  |  Senza categoria  |  31 Commenti  |  Lascia un commento


Ma quanto costa comperare un’auto nuova? Il tema è di grande attualità perché ormai tra i potenziali clienti serpeggia un diffuso malumore. I listini esistono e Quattroruote da sempre ne è il portatore sano, però quel numero ufficiale serve soltanto a ricordare che quello è il prezzo che non deve mai essere pagato.
Sul mercato regna infatti lo sconto diffuso dettato da campagne sempre più aggressive da parte dei costruttori e dal sacrificio mai uguale da parte dei concessionari. Così lo stesso modello si può portare a casa con differenze molto sensibili di prezzo a nord oppure a sud dello Stivale, ma anche all’interno di una stessa regione e peggio ancora nella stessa città.
Di conseguenza la clientela si divide in maniera ingiusta tra chi sa trattare e chi non è capace, tra chi è amico di oppure tra chi è disposto a un pellegrinaggio estenuante tra un rivenditore e l’altro per strappare l’offerta più alettante.
In sintesi si viaggia al buio, e anche chi ha ottenuto il massimo del massimo resta sempre nel dubbio che se avesse insistito di più magari poteva pagare ancora meno. Morale, così non va proprio bene.
Ho molte primavere sulle spalle e ricordo bene quando si andava in commissionaria (un tempo le rivendite si chiamavano così) e l’auto la si pagava a listino. Neanche una lira in meno, semmai godendosi un regalo del venditore che all’inizio era il triangolo, poi nel tempo sono diventati i tappetini, quindi nei casi più esagerati addirittura l’autoradio (ma nel frattempo sono passati dieci anni).
L’automobile come un cosmetico al supermercato: c’è un prezzo scritto e quello si paga senza che a nessuno venga il minimo dubbio. È la maniera più chiara e più onesta, capace di mettere tutti sullo stesso piano: nessuno è avvantaggiato e nessuno si sente turlupinato.
Si potrà mai tornare a mercato così? Probabilmente no, almeno finché si rimane all’acquisto diretto del bene. Meglio potrà andare con il pagamento per l’uso. In questo caso la rata è fissata a monte e difficilmente può cambiare. Non è la soluzione bensì una soluzione. Di sicuro la trattativa attuale è quanto di più confuso, clientelare e torbido ci possa essere.

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Blocco Euro 4, domeniche tutti a piedi. Anzi no, abbiamo scherzato

ottobre 9, 2018  |  Senza categoria  |  30 Commenti  |  Lascia un commento


Ormai la cronaca è una continua accusa ai provvedimenti presi dai nostri amministratori senza un briciolo di conoscenza dei problemi reali.
Dall’1 ottobre, per esempio sono scattate le misure antismog nelle regioni del Nord Italia che si affacciano sulla Pianura Padana. Le limitazioni alla circolazione dei diesel Euro 3, più inquinanti, riguardano Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, dove rimarranno in vigore fino al 31 marzo 2019. Lo stop vale dal lunedì al venerdì e dalle 8:30 fino alle 18:30 e riguarda le auto e i veicoli commerciali.
In Piemonte i divieti sono invece slittati di una settimana, dopo la decisione di inserire deroghe per esentare categorie. Il provvedimento interessa 3 milioni di veicoli ma era aggravato dalla decisione dell’Emilia Romagna di bloccare anche le auto diesel Euro 4. Ovviamente in quest’ultima regione è scattato il putiferio per due ottime ragioni: i veicoli diesel Euro 4 sono molto recenti, molto diffusi e molto meno velenosi di quanto si possa credere, in più il blocco è arrivato all’improvviso mettendo in grande difficoltà sia i privati rimasti improvvisamente a piedi che tutti quelli che con i vari furgoni ci lavorano.
Morale, chi è rimasto danneggiato ha protestato talmente tanto che in un comune dopo l’altro, tra quelli esterni i capoluoghi di provincia, sono cominciate le deroghe al provvedimento al punto che lunedì 8, cioè appena una settimana dopo, il blocco alle Euro 4 è stato cancellato in Regione con una figura così barbina che peggio non si può.
Ma non bastava questo, a Bologna sono andati oltre e hanno pure indetto sei domeniche super ecologiche nelle quali può circolare solo chi possiede un’auto elettrica pura (e sono appena 75 in tutta la città…). Le date fissate sarebbero state il 28 ottobre, l’11 novembre e il 2 dicembre 2018; il 13 gennaio, il 3 febbraio e il 3 marzo 2019. In queste domeniche il blocco era previsto nella fascia oraria dalle 9 alle 18.
Anche qui un grande putiferio e adesso è arrivata in tutta fretta anche la sospensione dell’avventuroso progetto in attesa di un nuovo incontro tra i Comuni nella sede regionale dell’Anci.
Allora la domanda che bisogna porsi è sempre la stessa: perché i politici si muovono sempre sull’onda di annunci clamorosi per poi capire che sono mosse avventate, spesso basate sul nulla, e tali da mettere in grande difficoltà i comuni cittadini.
Si dirà che saper correggere i propri errori è comunque un segno di grande correttezza intellettuale, però pensarci bene prima di fare le cose non sarebbe più prudente?

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Aria nuova dal Vietnam

Aria nuova dal Vietnam

ottobre 3, 2018  |  Senza categoria  |  27 Commenti  |  Lascia un commento

Nel disperante contesto del Salone dell’auto di Parigi, dove le troppe assenze hanno intristito i grandi padiglioni di quello che fu il Mondial de l’Automobile, uno stand ha richiamato una vera folla di curiosi, quella della prima marca vietnamita di auto, la Vinfast.
Grande e spettacolare, piazzato di fronte alla Ferrari, ha sorpreso per sfacciataggine e convinzione, un modo di affacciarsi al grande giro internazionale ben differente dalle prime volte dei cinesi – sempre relegati in posti angusti e defilati – e prima ancora dei coreani.
La Vinfast è un’industria giovanissima che muove da uno stabilimento costato un miliardo e mezzo di dollari e che ambisce a migliorare il livello di vita della popolazione locale. A un tiro di schioppo dalla Thailandia dove si costruiscono oltre 3 milioni di veicoli l’anno ma in fabbriche di proprietà estera (soprattutto marche giapponesi) questa azienda vietnamita vuole imporsi subito e ha presentato due vetture piuttosto imponenti, una filante berlina e una SUV pretenziosa, dove si mescolano competenze importanti: lo stile della Pininfarina più le tecnologie di BMW e Magna Steyr.
Il messaggio trasmesso al mondo è che la Vinfast non vuole assolutamente essere una semplice car company bensì diventare la vera grande industria nazionale: non a caso a breve verranno lanciate una citycar, una vettura elettrica e anche una moto elettrica. In un mercato locale che è in continua crescita per quello che attiene alle vendite di automobili, tutte d’importazione, è facile inserirsi in fretta. Più difficile sarà imporsi fuori dai confini, però i tempi sono molto cambiati. Mezzo secolo fa per gli orientali invadere l’Europa oppure gli Stati Uniti era un’impresa quasi impossibile. Adesso invece la strada è stata aperta e molti pregiudizi sono caduti, in più chi si affaccia al mondo adesso lo fa con automobili riuscite come design e sempre con una qualità tecnica inappuntabile. Prendere sottogamba i nuovi competitor è un errore che non si può più permettere nessuno e non succederà. Se poi vi fidate del vostro vecchio mestierante, queste Vinfast con motori due litri turbo benzina e oltre 230 CV, più un cambio automatico 8 marce, troveranno in fretta un pubblico interessato se, come promettono, potranno anche contare su un prezzo decisamente invitante.

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