Ha ancora senso spendere un patrimonio per comperare un box?

marzo 15, 2019  |  Mercato, Senza categoria  |  18 Commenti  |  Lascia un commento


Investire in un box per ricoverarci un’automobile ha ancora senso? Il tema è molto meno banale di quanto si possa credere per almeno un paio di buone ragioni: i costi e il futuro delle automobili.
I COSTI. In Italia negli anni del boom economico le città videro una continua ricostruzione dopo i danni della seconda guerra mondiale, mentre le periferie erano tutto un fiorire di cantieri per dare vita a palazzi su palazzi per rispondere alla grande richiesta di alloggi . Al tempo le auto erano poche, le strade sufficientemente larghe per ospitare eventuali vetture, e i soldi faticosamente racimolati per arrivare alla prima casa non prevedevano l’aggiunta di un box. Pertanto ne vennero costruiti pochi in rapporto agli appartamenti col risultato che nel tempo la caccia al garage è diventata maniacale. Oggi parcheggiare in strada è quasi impossibile mentre tutti vorrebbero la propria auto sotto casa. Il risultato è che un appartamento vale molto di più se con box annesso, e il bene in sé è diventato preziosissimo con prezzi di vendita saliti alle stelle mano a mano che le offerte si sono fatte più scarse. In parallelo l’investimento nel box ha fruttato i soldi spesi e ancora adesso c’è chi industria per trovarne uno pur con cifre da capogiro. Ma ha ancora senso indebitarsi? La risposta è anche qui doppia: nel breve sì se l’esigenza diventa primaria, ma anche no se si pensa a una spesa oggi persino esagerata (nei grandi centri si arriva anche a 100 e passa mila euro…) come forma di investimento per rendere più preziosa la proprietà in ottica futura, cioè tra venti o trenta anni.
CHE AUTO AVREMO? Già, il nuovo tema è che tutto porta a pensare a un concetto del possesso dell’automobile molto differente dall’attuale. In pratica si parla di guida autonoma, di far sparire le automobili dai centri urbani, di passare dal concetto di possesso a quello del noleggio diffuso: in pratica di fare piazza pulita delle automobili di proprietà. In sintesi, quello che un po’ tutti gli analisti e il pensiero politico corrente immaginano è un domani dove l’automobile passi da fine primario a semplice mezzo di trasporto declinabile in tanti modi, ma sempre meno come bene proprio ed esclusivo. È possibile, addirittura è molto probabile, che le automobili stiano entrando in una fase di declino storico e qualche indicatore c’è già. Per esempio anche il semplice carsharing, il numero di veicoli condivisi globalmente in Italia tra il 2013 e il 2017 è quintuplicato, mentre il numero degli iscritti e dei noleggi è cresciuto rispettivamente di diciotto e trentasette volte. Senza contare che da marzo 2017 a marzo 2018 si è riscontrato un aumento non solo del numero di auto condivise, ma anche del numero di noleggi giornalieri per auto.
Se la crescita dei vari trend sarà davvero così, investire una fortuna in un box per lasciare qualcosa un domani ai figli può rivelarsi allora un’operazione miope, basata sui bisogni di oggi ma non a misura dei bisogni di domani. E prima d’infilarsi in un investimento in proporzione molto più alto che in quello di un appartamento, è bene capire per che scopo lo si vuole fare.

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Panda o non Panda noi arriveremo a Roma

marzo 8, 2019  |  Senza categoria  |  51 Commenti  |  Lascia un commento


A Torino avranno le loro buone ragioni a sostenere che l’originalissima Fiat 120 non sarà l’erede della Panda, non fosse altro perché nascerà sulla nuova piattaforma che internamente chiamano “new mini” e che sarebbe una via di mezzo tra i segmenti A e B, ma siccome su quella nasceranno anche l’erede della 500 e la piccola Jeep (in gergo interno Renegade jr.) come si può negare che non si tratti allora della erede della Panda?
Il progetto tanto avveniristico in realtà ha già almeno quattro stagioni sulle spalle e io ebbi la… sfortuna di vederlo appena nato, esaltandomi per l’idea nel suo complesso. Direte perché la sfortuna? Perché per un giornalista non c’è niente di più frustrante di apprezzare una cosa in anteprima con il vincolo di mantenere il segreto. In quei casi bisognerebbe rispondere di no, ma poi la curiosità che fa parte della professione finisce spesso per prendere il sopravvento e ci sono cascato come peraltro è già successo molte altre volte anche se mai con lo stesso fastidio perché qui il parto è stato davvero ritardato oltre ogni umana immaginazione.
L’idea che ha un papà preciso, il francese Olivier François capo del brand Fiat e anche capo del marketing di FCA, ha trovato in fretta molta ostilità per via di guerre interne che ora parrebbero risolte. Un peccato perché la proposta di una vettura che ci si può creare a piacimento, spendendo poco all’origine ma poi arricchendola di tutto ciò che si ritiene più adatto ai propri gusti e al proprio modo d’intenderne l’uso, è piena di fascino e rimane una soluzione che nessuno come la Fiat può proporre stante un dominio nel campo delle utilitarie che tutta la concorrenza riconosce da mezzo secolo in qua.
Le felici linee tradiscono peraltro una mano felice, quella di Roberto Giolito che la Panda 3 l’aveva già disegnata così come era successo con la nuova 500 – per restare soltanto ai suoi due più recenti successi – e lui ci aveva proprio lavorato per creare l’erede della Panda attuale come da ordini superiori.
Quello che conta è che comunque questo progetto abbia visto la luce perché è ancora anni luce davanti a tutti i competitori, e quando arriverà nelle concessionarie (se l’industrializzazione non ne stravolgerà i punti fermi, ma non dovrebbe succedere) riporterà sicuramente la Fiat ai livelli di sempre tra le vetture più accessibili. Se poi invece di Panda la vorranno chiamare Gingo…

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Tanti inquinano di più ma lo stop c'è solo per le auto

Tanti inquinano di più ma lo stop c’è solo per le auto


Adesso lo ha scritto con grandissima evidenza anche il Corriere della Sera con l’autorevole inchiesta di Milena Gabanelli e i dati dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), un ente che non si può contestare. Dunque i blocchi del traffico non servono quasi a nulla contro le poveri sottili perché i fattori che incidono di più sull’ammorbamento dell’aria da particolato PM 2,5 sono il riscaldamento e gli allevamenti intensivi di animali, rispettivamente con il 38% e il 15,1%. I veicoli sono al quarto posto con il 9%, precedute dall’industria con l’11,1%.
Vi invito allora alla lettura dell’esaustivo servizio qui
https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/inquinamento-smog-riscaldamenti-allevamenti-intensivi-polveri-sottili-pm-particolato/4eb39bde-39f5-11e9-a27a-3688e449a463-va.shtml
Dunque non è soltanto Quattroruote a sostenere da tempo che la lotta all’automobile è una caccia alle streghe che fa comodo a molti amministratori (e agli ambientalisti di oggi e di ieri) perché le vetture si possono criminalizzare senza problemi, o comunque si possono fermare con facilità, mentre le più importanti voci di inquinamento sfuggono a qualsiasi regola e a qualsiasi diktat.
Il calcolo eseguito dall’Ispra tiene conto del particolato primario e secondario insieme. Una novità che cambia la lettura dei dati e l’origine delle cause. Il primario è quello direttamente emesso dalle sorgenti inquinanti (ad esempio dai tubi di scappamento delle auto) mentre si parla di particolato secondario quando in atmosfera si formano le polveri a causa dei processi chimico-fisici che coinvolgono le particelle già presenti.
Il fatto che finalmente anche uno dei più importanti quotidiani italiani porti alla ribalta il problema nella sua completezza informativa è un grande passo avanti, soprattutto in questi giorni che si stanno studiando nuove tasse contro i motori a gasolio per recuperare quattrini spacciando la mossa come un intervento a favore della salute dei cittadini quando si tratta dell’ennesimo “solito modo” di fare cassa.

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Cinture in auto, il conducente deve imporle oppure i danni li paga lui

Cinture in auto, il conducente deve imporle oppure i danni li paga lui

febbraio 22, 2019  |  Senza categoria  |  49 Commenti  |  Lascia un commento


Se mai ci fossero ancora dei dubbi, adesso è intervenuta la Corte di Cassazione a stabilire definitivamente (sentenza 2531/19) come stanno le cose: in auto i passeggeri (compresi quelli dei sedili posteriori) devono indossare le cinture di sicurezza. Ma se fino a ieri per molti questo era erroneamente considerato soltanto un consiglio, adesso è stato chiarito che, se non succede, la colpa è sempre di chi guida e che non si è curato che questo sia avvenuto prima di mettersi in viaggio. Con una ggiunta importantissima. Che, dopo l’ultima recente sentenza, in caso di incidente e di danni fisici, il passeggero può rifarsi sul guidatore e ottenere i danni subiti. Da tempo si sa che le assicurazioni non pagano per le conseguenze di chi, coinvolto in un sinistro, non ha indossato le regolari cinture, ma la novità è che adesso chi non era legato può rifarsi su chi non si è curato preventivamente che fosse avvenuto.
In pratica è stato sentenziato che il conducente concorre al danno. Quindi che ha il dovere di far indossare a tutti i passeggeri le cinture e pure il diritto di far scendere dall’auto chi non si vuole adeguare.
Siccome in certe parti dello Stivale c’è ancora una visibile resistenza a indossare quei nastri che salvano la vita e che sono peraltro obbligatori, questa sentenza aggiunge peso alle conseguenze. E se siete tra quelli che “tanto a me non può succedere perché io so guidare” preparatevi al peggio.

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Ecco chi sarà Car of the Year e perché.

Ecco chi sarà Car of the Year e perché.

febbraio 15, 2019  |  Industria, Mercato  |  46 Commenti  |  Lascia un commento


Il risultato finale si saprà in diretta mondiale lunedì 4 marzo, dopo che i 58 giurati avranno votato entro la sera del venerdì precedente. Sette vetture finaliste sognano di arrivare al titolo di Auto dell’Anno 2019 ma la lotta, tutto lo fa pensare, sarà una corsa a due. Chi la spunterà? Da otto anni in qua, su questo blog, ho centrato tutte le previsioni tranne nel caso della Giulia perché non potevo immaginare la pessima gestione di Alfa Romeo nei confronti dei giurati di Spagna e Portogallo.
Ci riprovo allora anche questa volta sempre ricordando che le mie previsioni non si basano su quello che avrei votato io (e non dovete cadere in questa trappola anche voi che leggete) ma sulla base della mia esperienza ultraventennale tra i giurati del premio da dove sono uscito, come da regolamento, al raggiungimento dei 64 anni di età, nel già lontano 2012. Dunque non bisogna mai dimenticare che si mescolano gusti, esigenze e valori che sono molto differenti dai Paesi scandinavi al sud d’Europa, dal Portogallo alla Russia. Pensare che tutti la pensino allo stesso modo significa avere una visione miope. In più, aggiungo come sempre che i giurati hanno avuto l’opportunità di scoprire di un modello tante cose di più rispetto a chi è fuori, come per esempio le versioni che arriveranno nei prossimi anni magari avendole già provate in gran segreto.
Come sempre, per arrivare a quello che per me sarà il verdetto finale, partirò da quelle vetture, tutte di ottimo valore, che comunque secondo la mia esperienza non possono arrivare alla vittoria.
LE FRANCESI. Sono tre che hanno qualità intrinseche e pure un design accattivante. La Citroen C5 Aircross e la Peugeot 508 si cannibalizzeranno un po’ di voti (non è mai un vantaggio avere due vetture di uno stesso Gruppo) mentre l’Alpine può essere la variabile impazzita perché a suo modo piace a tutti anche se non corrisponde ai canoni di base legati alla filosofia del premio. Una volta sola, nel 1978, ha vinto una vettura sportiva – la Porsche 928 – e capitò anche perché al tempo le novità nell’arco dell’anno erano molto poche (adesso si sfiora sempre la quarantina…) però qualche vettura ha accarezzato il colpaccio, in particolare nel 2013 Toyota GT86/Subaru BRZ finirono seconde. Succede quando automobili trasversali e non favorite raccolgono comunque tantissimi piazzamenti.
MERCEDES. La Classe A è una vettura che piace molto e presenta soprattutto l’innovazione della piattaforma MBUX, il sistema vocale che aiuta nell’infotainment e nella mobilità. A molti questo piacerà, ma per contro la Classe A ha lo svantaggio di essere arrivata già un anno fa e quindi è un po’ datata per un premio che si porta dietro l’etichetta 2019. In passato questo non ha mai aiutato i modelli meno freschi e credo che succederà anche questa volta.
KIA. La terza generazione della Ceed è molto aggressiva e nella versione ProCeed e anche esteticamente glamour. I coreani non hanno mai vinto, però nelle ultime edizioni stanno diventando frequentatori assidui dei piani alti. Per molti versi sono l’alternativa perfetta alla Ford Focus cui hanno ben poco da invidiare. Al nord bucheranno molto, mentre tra i giurati di Francia, Spagna, Italia, Portogallo, Grecia e Turchia patiranno un po’ il confronto con la diretta rivale.
FORD. Sulla carta la Focus pare essere stata pensata con tutti i crismi per fare suo il titolo 2019. Il rapporto qualità/prezzo, le soluzioni più tecnicamente d’avanguardia rese accessibili a un pubblico più vasto e con un portafoglio umano, oltre ai numeri che conterà sul mercato, la vedrebbero assoluta favorita se negli ultimi anni il parco dei giurati non si fosse radicalmente rinnovato. Le linfe più giovani, il blocco granitico che di solito caratterizza i voti dell’area scandinava (più Olanda e Danimarca) e una sensibilità ambientale molto accentuata possono però giocare contro.
JAGUAR. La I-Pace rappresenta il nuovo che avanza. Funziona benissimo, ha una autonomia importante, è la prima vera anti-Tesla ed è stata capace di precedere e pure di tanto le ambiziose concorrenti di casa Audi e Mercedes; inoltre ha il pregio di costare poco (relativamente, sia ben chiaro). Il senso di questa frase è che mentre nel caso di vetture elettriche di dimensioni contenute si è visto fino ad oggi uno scollamento ben difficile da digerire tra una vettura elettrica e una di pari dimensioni ma con alimentazione tradizionale, nel caso della Jaguar tra la I-Pace e le auto di pari gamma lo scarto è minimo se mai c’è. Aggiungo poi che fino a due anni fa una SUV non era mai riuscita a salire sul gradino più alto del podio, ma rotto il ghiaccio con la Peugeot 3008 è arrivata la Volvo XC40 e se è vero che non c’è due senza tre…
Insomma, prevedo un possibile duello finale tra due concezioni molto differenti di automobili, quella classica da Car of the Year tradizionale rappresentata dalla Ford Focus e il nuovo sentimento legato all’auto di domani già messo su strada dalla Jaguar I-Pace. E credo che alla fine il nuovo avrà la meglio.

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Non si uccidono così i cavalli

Non si uccidono così i cavalli

febbraio 8, 2019  |  Senza categoria  |  31 Commenti  |  Lascia un commento


Adesso succede che ai motori calano la potenza, e per chi ha molte lune sulle spalle è davvero un’inversione che va contro la storia. Mi occupo di automobili da una vita, che significa oltre mezzo secolo, e ho sempre visto la tendenza, a volte anche un po’ truffaldina, di indicare semmai più cavalli ai propulsori per farli diventare appetibili, per battere la concorrenza, perché era un vanto da sbandierare.
Adesso invece un po’ da tutte le Case stanno arrivando anticipazioni ai nostri uomini che lavorano in Quattroruote Professional – e che si occupano delle banche dati – di tenersi pronti a una raffica di nuove omologazioni da cui risulterà che molte vetture, al momento nel mirino dell’ecotassa, avranno meno cavalli sotto il cofano.
I motori saranno gli stessi, ma saranno depotenziati (oppure resteranno come prima ma saranno declassati da cavalli a ronzini) per sfuggire alla tagliola del listino aumentato. Scopriremo così che auto identiche – perché nessuno le toccherà – avranno una certa potenza in Italia e una più vitaminizzata fuori dai nostri confini.
Sono cose che possono succedere quando arrivano normative che danneggiano il mercato e mettono a rischio posti di lavoro, ma che viste dall’estero generano soltanto risolini di scherno. Però provassero loro a barcamenarsi in Italia dove programmare qualcosa diventa sempre più difficile…

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L'orgoglio italiano tiene banco anche a Hong Kong

L’orgoglio italiano tiene banco anche a Hong Kong

febbraio 1, 2019  |  Senza categoria  |  14 Commenti  |  Lascia un commento


Fuori dai confini l’Italia tira sempre, soprattutto quando si parla di motori. Hong Kong per esempio è, per cantarla con Lucio Dalla, dall’altra parte della luna eppure per lanciare al meglio il nuovo Salone internazionale dell’Auto (14-19 dicembre 2019) tutto ha avuto i contorni del tricolore.
Nel regno della finanza internazionale, dove i quattrini scorrono a fiumi e dove non esiste un disoccupato alla faccia degli oltre sette milioni di abitanti ficcati uno sull’altro negli altissimi grattacieli della città, la lingua italiana per qualche ora è andata per la maggiore. I padroni di casa erano i cinesi della Leviosa Ltd, una società guidata da due ricche donne giovani e ambiziose, ma in bella mostra c’erano tre prototipi sportivi ed elettrici di tre brand dal nome che a noi risuona gentile: Giugiaro, Pininfarina e Bertone con i loro rappresentanti a raccontare come viene visto il futuro da chi ha fatto così bene in passato. Ma anche sul palco, a introdurre come sarà l’Hong Kong International Motor Show, c’era l’italianissimo Rino Drogo in qualità di responsabile delle operazioni, e ai piedi del palco ma vigile che tutto filasse per il meglio c’era un altro dei nostri, Luca Perotti, un passato in FCA e ora a capo di una società, la Alian con base a Martigny in Svizzera, che gestisce tutto l’evento per conto dei cinesi. E guarda caso la prima azienda che ha annunciato la sua presenza al Salone è stata la Lamborghini perché saremo pure tanto lontani ma su quelle strade, dove le supercar si sprecano e le Tesla elettriche sono di più che le utilitarie, il made in Italy tira che è una bellezza e se non ti fai una Ferrari oppure non sogni una Pagani sei proprio un fallito.
Come spesso succede, lontano da casa, l’italianità ha quindi un senso e inorgoglisce. Il Ministro del Turismo e dei Trasporti Benjamin Wong, che di recente è stato a Matera per i festeggiamenti per l’elezione della città a capitale della cultura, ha avuto parole amabili per la nostra terra ed era informatissimo su tutto, anche sugli strepitosi bilanci appena presentati dalla Ferrari e relativi all’anno 2018. Là dov’è il regno delle griffe del lusso i manager locali stanno molto attenti anche ai numeri. E noi, i pochi giornalisti che eravamo lì a fare da spettatori, ci siamo sentiti della partita, accumunati nel successo tricolore anche se una supercar come si deve non ce la potremo permettere mai.

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Fenomeno 500, nonnetta con numeri da record nel mondo

Fenomeno 500, nonnetta con numeri da record nel mondo


È difficile da spiegare agli analisti dell’auto il perché e il percome la Fiat 500 a dispetto dei suoi quasi 12 anni di vita riesca a rimanere un fenomeno di vendite in giro per il globo, ma così è. La chiusura dei dati relativi all’anno 2018 dice che la nonnetta ha ottenuto il suo secondo miglior risultato di sempre con una quota del 15% nel suo segmento in Europa, pari a quasi 200 mila pezzi.
La creatura di Giolito, con il design fresco e a quanto pare pure intramontabile, è stata la più venduta su 11 mercati del Vecchio Continente ed è salita sul podio in altri quattro a riprova che il made in Italy ha ancora un senso e un sapore. Quello che più inorgoglisce è che a dispetto di un’età che per altri modelli sarebbe fatale, è che l’80% delle vendite si contano fuori dai confini italiani (ben 100 i mercati nel mondo) e questo aggiunge stupore a stupore.
Fino a quando si potrà andare avanti? La domanda è lecita, ma la risposta è complessa. Già due anni fa, in occasione del decennale del grandioso lancio mondiale a Torino con un ritorno mediatico che lasciò tutti a bocca aperta, in tanti profetizzarono un declino rapido e doloroso. Al contrario i numeri sono cresciuti e l’accoglienza da parte dei compratori è rimasta caratterizzata dallo stesso entusiasmo.
Il suo messaggio mi pare comunque chiaro: se si azzecca il prodotto le soddisfazioni arrivano puntuali. E per prodotto si sottintende l’insieme dei valori: la guidabilità, i motori, le finiture e il glamour che è qualcosa che va oltre alla bellezza e tocca corde che saltano il cervello e puntano direttamente al cuore.
Un mix così è davvero raro, soprattutto da una ventina d’anni in qua dove l’auto intelligente, affidabile e con un ottimo rapporto qualità/prezzo è stato il mantra di tutti i costruttori. Nel mare delle auto grigie metallizzate la 500 si è imposta con tutta una gamma di colori sfacciati, è uscita dal coro delle auto con un bagagliaio che era puntualmente il più capiente della categoria per proporne uno che è meglio lasciar perdere, costava più della media e spesso offriva meno gadget della media, però era perfetta per chi cercava proprio una cosa così, unica e godibile.
Sostituirla non sarà facile, probabilmente sarà anche impossibile perché certe cose non nascono a tavolino o dentro un computer. Però adesso che Marchionne è entrato in un oblio quasi sorprendente, uscito da tutti i discorsi e da tutte le celebrazioni con una velocità che sgomenta, ricordare che dietro al concepimento della 500 ci sia stato anche il canadese, che per tutti non era certo un “car guy”, mi pare giusto ricordarlo. Era la vettura che citava sempre con più passione aggiungendoci un sorriso che la diceva lunga. La spinta (anche economica) che diede a Luca De Meo perché l’anteprima mondiale potesse lasciare il segno di una Fiat che stava uscendo dal coma profondo in cui l’aveva trovata appena quattro anni prima, fu un segnale forte e forse lo era stata anche la decisione di farla diventare la prima auto elettrica del Gruppo. Alla gente, persino agli appassionati, queste cose sfuggono, ma agli addetti ai lavori no. E parlano chiaro così come stanno ancora parlando i numeri.

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Sorpresa: la passione pare che esista ancora!

Sorpresa: la passione pare che esista ancora!

gennaio 18, 2019  |  Senza categoria  |  42 Commenti  |  Lascia un commento


Ermete Tombolini vende automobili in una concessionaria multimarca di un centro della bassa padana dove la pianura va a sbattere contro le prime colline. L’ho contattato qualche giorno fa riguardo l’argomento della pazzesca multa sanzionata dall’antitrust per il cartello sui finanziamenti. Volevo capirne un po’ di più da uno che lavora sul campo, e nel corso della lunga conversazione si è parlato anche di acquisti in contanti in calo. Ma quello che però vi vorrei trasmettere è il suo stupore quando nei primi giorni di quest’anno si è visto entrare in concessionaria uno sbarbato cliente che cercava come usato una vettura divertente da guidare. Queste, più o meno, sarebbero state le parole che hanno stupito il venditore: «Non mi interessa la potenza assoluta, anche perché ho un budget sui 15 mila euro, ma vorrei un’auto che mi trasmetta il piacere della guida perché attorno a casa mia ci sono delle strade magnifiche su cui godermela.»
Ecco qui la meraviglia di Tombolini che, a suo dire, erano anni che non si trovava davanti un giovane con addosso la voglia di godersi una macchina per quello che la caratterizza come DNA e non per quello che c’è sopra. Non voleva i gadget, l’infotainment, la tinta, le comodità quanto l’handling, la frenata, il cambio ravvicinato o comunque ben scalato.
E lì il venditore, per sua ammissione imbarazzata, si è sentito preso in contropiede perché non è più allenato sulla materia per mancanza di abitudine. E mi ha trasmesso il suo imbarazzo insieme alla sua sorpresa.
Dunque, confinato in una provincia meno alla ribalta dove l’eco delle vetture per forza rispettose di tutto è meno pressante, c’è ancora qualcuno fresco di patente che chiede all’automobile quello che è stato centrale per quasi un secolo: non soltanto l’esigenza primaria di spostarsi ma anche il gusto di guidare. Mi pare una bella notizia. Anche voi vi siete imbattuti in casi simili, o proprio più niente, come peraltro sostengono i grandi produttori di vetture generaliste rigurado le esigenze dei nuovi automobilisti?

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Vista nel retrovisore, l’auto che mi attizza di più è la Maserati Ghibli

Vista nel retrovisore, l’auto che mi attizza di più è la Maserati Ghibli

gennaio 11, 2019  |  Senza categoria  |  57 Commenti  |  Lascia un commento


Al volante macino decine di migliaia di chilometri. Lo faccio da una vita e in 52 anni di patente ho sicuramente passato il traguardo dei due milioni. Tanta autostrada sotto le mie ruote con un mondo diviso in due, quello che mi sta davanti e quello che percepisco nello specchietto retrovisore dentro l’abitacolo.
Nel tempo ho memorizzato i frontali delle auto fissandoli in due album, quelli anonimi e quelli che mi hanno entusiasmato. Ovviamente i primi sono molto di più dei secondi ed è normale che sia così perché le svolte stilistiche che reggono nel tempo sono rare. Ovviamente il doppio rene della BMW lo vedi subito, così come la forma rinnovata nel tempo ma sempre fedele all’originale delle Porsche 911 s’intuisce alla prima occhiata. Lo specchietto in questo non fa sconti: il tempo di osservazione è sempre velocissimo e fa subito da spartiacque. Non per niente la genialità di Walter De Silva allorché s’inventò il single frame dell’Audi resta una pietra miliare perché improvvisamente una marca passò dall’essere impersonale per diventare improvvisamente chiara, una valenza che ne ha cambiato il destino.
Ma al di là di tutto c’è poi il messaggio che passa dall’immagine riflessa direttamente al cuore quando sopraggiunge qualcosa che appare entusiasmante per chi sta al volante. Ed è una sensazione che cambia da guidatore a guidatore perché i gusti, vivaddio, restano gusti.
Così adesso ho capito che il frontale che mi emoziona di più, quando lo vedo ingrandirsi nel mio specchietto per confondersi con il mio immaginario, è quello della Maserati Ghibli, ma perché no, anche quello della Quattroporte. Ovviamente non ho una spiegazione precisa, ma è una cosa mi apparsa chiara nei giorni scorsi mentre percorrevo la A1 per raggiungere Milano. Magari per voi non sarà così. Ed è il bello del nostro mondo dove c’è spazio per tutti in base alle singole sensazioni, e non è neppure detto che qualcuno ci faccia caso o ci abbia mai pensato. Ma io mi sono convinto della mia scelta anche se ho realizzato la cosa soltanto adesso. E sono curioso di sapere il vostro parere, se mai ce l’avete. Ma non parliamo di bellezza o meno di una vettura rispetto a un’altra, di una marca rispetto a un’altra, ma soltanto dell’impatto visivo nel retrovisore che è una cosa ben diversa. Dai, dite la vostra.

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