Archive for novembre, 2010

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

novembre 29, 2010  |  Bmw, Sicurezza  |  59 Commenti  |  Lascia un commento

Se la notizia può consolare, il malvezzo non abita (solo) qui da noi. Per anni i disservizi e, diciamolo pure, anche le azioni scorrette a volte persino delinquenziali che hanno macchiato l’immagine degli operai dell’industria dell’auto di casa nostra con particolare focalizzazione sul chiacchieratissimo Pomigliano, hanno emuli anche là dove si crede sempre che tutto sia perfetto.
È di questi ultimi giorni la notizia che un operaio e un impiegato addetto ai ricambi in BMW sono stati arrestati perché dalle linee di produzione di Monaco sparivano sedili, presumibilmente in pelle, che erano poi rivenduti via internet. Non roba da poco, si badi bene, ma per un valore complessivo dell’ordine di 3 milioni di euro (!). E la caccia non è finita, perché adesso sono sospettati di far parte della gang anche altre 15 persone tanto che si teme che il valore finale possa salire ancora di molto.
Dunque, c’è del marcio dappertutto; e se questo non deve consolare, e cancellare quanto di avariato c’è da noi, almeno deve frenare quelli che da fuori ci additano sempre con etichette che generalizzano troppo, raffigurando la nostra classe operaia, nel suo insieme, come la peggiore sulla piazza.

A quanto si può vendere l’Alfa Romeo?

novembre 24, 2010  |  Fiat  |  132 Commenti  |  Lascia un commento

In Fiat servono soldi. Meglio ancora capitali. Adesso è il momento di fare investimenti per il futuro e ci vuole denaro fresco, soprattutto per l’operazione Chrysler che sta procedendo bene, ma che non si può esaurire con quanto fatto fino adesso perché ci sono nuovi modelli da mettere in cantiere per gli anni a venire. Ecco perché si parla tanto di possibili cessioni di gioielli di famiglia, dalla Marelli a CNH (Case New Holland), passando per tutte le ipotesi possibili e impossibili.
Nel mare delle suggestioni torna sempre in ballo il nome dell’Alfa Romeo che, di là dalle smentite che vanno prese molto seriamente, è un asset serio e come tale va sempre pesato. Ma quanto potrebbe realmente valere l’Alfa Romeo sul mercato motoristico mondiale? Il tema rimane suggestivo e va sfrondato delle provocazioni. A Parigi, per esempio, Marchionne aveva detto che l’Alfa Romeo non era in vendita a patto che un pretendente non arrivasse con un’offerta di 100 miliardi (di dollari? Di Euro?). A Los Angeles, lo stesso Marchionne ha parlato di 20 miliardi (di dollari? Di euro?).
Per restare con i piedi per terra bisogna allora rifarsi alle più recenti cessioni di marchi, e l’ultimo importante passaggio di mani è stato quello della Volvo dalla Ford ai cinesi. Gli americani avevano comprato la marca svedese ad una cifra pari a 7 miliardi di dollari all’alba del nuovo millennio, ma alla fine hanno svenduto la stessa Volvo per 2 miliardi (sempre di dollari). Su questa base si possono allora fare dei ragionamenti: la Ford voleva sbarazzarsi del suo gioiello perché doveva fare cassa per risanare i suoi conti, la Fiat al contrario non vorrebbe fare a meno dell’Alfa Romeo. L’Alfa, in più, ha un blasone che le viene dall’attività sportiva tra le due guerre e che è probabilmente superiore a quello di icona della sicurezza che da sempre accompagna la marca svedese i cui conti, però, (la presenza su tutti i mercati del mondo, e il giro d’affari) sono sicuramente più appetibili. Da qui, qualsiasi analista può azzardare una stima concreta che entra in una forbice ben precisa: da 1 a 5 miliardi di dollari. Il valore più basso nel caso in cui chi vende dovesse assolutamente fare cassa, e quello più alto nel caso ci fosse un compratore disposto a svenarsi pur di aggiungere un gioiello al proprio portafoglio. Ecco, al tavolo delle trattative che peraltro non c’è, la Volkswagen potrebbe offrire verosimilmente 3 miliardi per salire a un massimo di 4, magari anche a qualcosa di più. Tutto il resto sono illusioni, ma qualsiasi osservatore nota che su questa base l’affarone potrebbero farlo entrambi. E forse, lo faranno.

Fiat 500 Usa, buona la prima

novembre 18, 2010  |  Fiat  |  95 Commenti  |  Lascia un commento

Scrivo questo pezzo direttamente da Los Angeles, e lo faccio con vera soddisfazione. Ho assistito infatti alla presentazione di lancio della Fiat 500 e vi assicuro che ero molto preoccupato per come potevano andare le cose. Proporre un’auto così piccola a una platea critica come la stampa USA non era facile. Invece, parlo da italiano in veste di osservatore, è stato un show breve ma intensissimo guidato da una straordinaria Laura Soave, capo del brand Fiat negli Stati Uniti. Vi assicuro che in certi momenti l’orgoglio nazionale ha toccato picchi entusiasmanti. La Soave ha usato concetti brevi e vigorosi che andavano diretti all’immaginario dei presenti. Ha parlato di “italian way” e di “Fiat way” con leggerezza e sentimento, ha parlato della 500 come icona globale entrando nelle menti sottolineando che da sempre “è la diversità che ridefinisce l’America”, che in tempi di recessione economica bisogna pensare ad auto piccole, al verde che è il tema di tutti, che il downsizing rende furbe le cose, insomma che è venuto il tempo della 500. E ha parlato del produrre italiano fatto di entusiasmo, stile, passione e fantasia. Scritte qui possono sembrare cose ovvie, ma vi assicuro che nel contesto hanno avuto un effetto esplosivo. Si sono sprecati applausi a scena aperta e i commenti che io ho colto tra molti analisti sono andati oltre ogni aspettativa. Cose che noi sappiamo benissimo lì hanno lasciato a bocca aperta, come il fatto che la piccola di Torino abbia superato i crash test con 5 stelle. Davvero? Commentavano increduli; e ho sentito qualcuno tirare fuori la Vespa (che in Usa è lo scooter più amato), altri tirare in ballo Armani, altri il concetto di baby-Ferrari. Medaglie che all’estero pesano.
Non so se davvero si arriverà a venderne 50 mila all’anno tra Canada e Usa, più altre 50 mila tra il centro e il sud America, però l’impressione ricevuta è stata quella di una partenza felice. E non era facile, con il disastroso ricordo che gli americani hanno della Fiat.
Ma sì, spesso da italiani ci sentiamo un po’ di serie B nel giro internazionale, questa volta però è stato bello percepire tanto apprezzamento per un prodotto di casa nostra. Il “tengo cuore italiano” di Depardieu nella pubblicità della salsa di pomodoro aleggiava su tutto lo stand per la presentazione peraltro più affollata di tutto il Salone. Se è concesso a chi scrive di provare emozione, beh è successo. Temevo il peggio, è andata invece molto meglio del meglio.

Non solo la strategia…

novembre 15, 2010  |  Formula 1  |  58 Commenti  |  Lascia un commento

L’amarezza dei tifosi Ferrari è il leit-motiv di queste ore. Dal grande entusiasmo alla terribile delusione il passo è stato breve e come sempre si finisce per esagerare nei giudizi.
Evito, volutamente, di entrare sulla stagione appena conclusa perché, bella e appassionante com’è stata, richiederebbe un discorso troppo lungo e troppo articolato per esaurirlo in un solo commento. L’ultima gara merita però un’analisi un po’ meno scontata di come i commentatori della Rai hanno fatto, calcando la mano con forza sugli errori di strategia al muretto, spostando sempre i problemi sugli operativi della squadra. Una volta Alonso vince grazie ai velocissimi meccanici (Monza, anche se non erano stati i più veloci), una volta Alonso perde il titolo per essere stato richiamato troppo in fretta (vero, probabilmente).
La verità è che chi fa sbaglia, e questo può succedere: se gli andava bene al box erano degli strateghi (e a mossa appena effettuata erano partiti gli applausi anche dei telecronisti…), sbagliando sono diventati degli stupidi. Dopo, a bocce ferme, è sempre facile bacchettare, ma le scelte si prendono al volo e per questioni di attimi si vince o si perde, così come accade con i sorpassi: quando riescono si è fenomeni, quando non riescono si è dei pirla (Alboreto dixit).
Invece la Ferrari non ha perso il mondiale, lì. Lo ha perso prima, nella settimana tra il Brasile e Abu Dhabi. In quei giorni nella testa degli uomini del Cavallino ha preso corpo l’idea che il titolo fosse già in tasca, a patto di non commettere il minimo errore.
Poi ci hanno pensato le prove di qualifica a complicare le cose, con Webber troppo indietro per essere vero. A quel punto tutti i giochi sembravano fatti: Webber è della stessa squadra di Briatore (il manager che gestisce sia Alonso che l’australiano) e a quel punto, ormai fuori dai giochi, di sicuro una mano a Vettel col fischio che Mark gliel’avrebbe data dopo tutti gli sgarbi avuti nel corso dell’anno.
Ecco allora la preoccupante dichiarazione (per uno come lui) di Alonso già sabato pomeriggio: “Domani il solo problema sarà al via, e lì anche se Button mi dovesse passare non sarà un problema”. Un pensiero troppo minimalista per un due volte campione del mondo.
Poi al via ecco che puntualmente quello che aveva previsto si è avverato: porta aperta a Button con Webber ben distante a non disturbare. Tutto troppo facile, assolutamente fuori dallo spirito di una stagione iridata corsa sempre col coltello, con 5 piloti in lotta per il titolo fino a due gare dalla fine e poi con 4 all’ultima.
Ecco, probabilmente in Ferrari non hanno interpretato l’ultima gara come un Gran Premio all’arma bianca. Troppa sicurezza mescolata a troppa paura sono state un mix che ha portato quelli di Maranello fuori strada. Era invece lecito aspettarsi una prestazione come quella della McLaren, con entrambi i piloti a dare tutto, compreso Button che pur non aveva interessi di alcun genere ma che ha saputo correre sugli stessi tempi del compagno Hamilton proteggendogli le spalle fino all’ultimo giro perché non si sa mai.
Il Massa inesistente delle ultime corse, e l’Alonso.non-Alonso di Abu Dhabi hanno tradito il senso dell’appuntamento decisivo, a prescindere da come poi sono andate le cose. E’ come se la Ferrari tutta avesse un tarlo nel cervello già prima di cominciare la corsa, scordando che nelle corse di oggi l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, e quasi non fosse noto a tutti che su questa pista i sorpassi sono impossibili. Bisognava partire col coltello tra i denti e non con il pallottoliere in mano: pronti a ragionare quando davvero sarebbe servito, cioè a gara già avviata e verso un finale scontato. Ma non perdenti già dal via.

L’auto più pericolosa al mondo?

novembre 9, 2010  |  Sicurezza  |  99 Commenti  |  Lascia un commento

Nell’ultimo numero del britannico Auto Express sotto un occhiello inquietante “È l’auto più pericolosa al mondo” campeggia un titolo terribile inserito dentro una foto agghiacciante. Il titolo recita così: “Marca cinese centra il punto più basso in un crash test”.
Il riferimento è a un test in Brasile dove da un po’ si effettuano queste prove con il regolamento Latino Americano NCAP. Il risultato è stato pari a zero (!) stelle ed è davvero un record negativo mai toccato da nessuno. Curiosamente l’auto è Geely CK1 (senza airbag…), curiosamente la marca che ha appena comperato la Volvo e che è bene augurarsi che dagli svedesi possa apprendere molto.
Sono andato a cercare, e ho trovato il filmato del test di cui vi allego il link

Dire che c’è da restare senza parole è il minimo, ma adesso aspetto che siate voi a scatenarvi.

Crisi del mercato e colpe pregresse

novembre 2, 2010  |  Mercato  |  129 Commenti  |  Lascia un commento

Il disastro del mercato dell’auto non accenna a rallentare e anche il mese di ottobre si è chiuso con una flessione del 28,8% a 139.740 immatricolazioni rispetto alle 196.323 di un anno fa. Ovviamente piangono tutti, così costruttori, concessionari e operatori del settore invocano il ritorno degli incentivi come unica panacea per una crisi endemica che rischia di mandare a gambe all’aria tutto il sistema che gira attorno all’auto e che dà lavoro a decine di migliaia di persone.
Il problema è grave e non tocca soltanto l’Italia ma ormai tutta l’Europa a partire da quella Germania che un anno fa aveva raggiunto vendite stellari e che adesso sprofonda. Da noi, se si guardano i marchi principali per peso sul mercato, da gennaio a oggi non sono in negativo soltanto Citroen, Dacia, Ferrari, Land Rover, Mitsubishi, Nissan, Opel, Renault, Skoda, Volkswagen e Volvo, ma diversi non sono in rosso soltanto alle buone vendite di inizio anno, cioè in quei primi tre mesi in cui gli incentivi del 2009 hanno ancora avuto un peso decisivo. Se poi si guarda a chi può vantare una crescita sopra al 10% ci si limita soltanto a Dacia, Renault, Volkswagen e Volvo. Non molto, insomma.
A breve, poi, nessuno può pensare a numeri incoraggianti: i mesi che arrivano sono quelli in cui si immatricola di meno, eccezion fatta per un anno fa quando la paura di perdere i bonus governativi ha convinto anche i più restii a buttarsi a comperare. Quindi sarà dura e bisognerà prepararsi a qualche botto tra i concessionari più in difficoltà con tutti i rischi che ricadranno su ignari clienti che rischiano di vedersi sfuggire caparre senza avere nulla in cambio.
La crisi comporta queste spiacevoli conseguenze, ed è il lato più drammatico del mercato in caduta libera, anche se quelli che gridano più forte sono sempre i produttori di auto. Loro hanno i mezzi economici e possono suonare la grancassa del lamento, ma con poche eccezioni hanno i mezzi (o nel migliore dei casi anche dei mercati alternativi) per sopravvivere in attesa di giorni migliori. Non così gli operai a rischio di posti di lavoro, la rete di vendita che boccheggia per i pochi ordini che si mette in casa e gli stessi compratori troppo poco tutelati quando siglano contratti con chi non sarà in grado per colpa o per dolo di onorare gli impegni.
C’è una soluzione a tutto questo? Probabilmente no; senza un aiuto dall’alto che è oggi indispensabile, per quanto rimanga sempre un palliativo, non si uscirà nel medio termine dal tunnel, ma credere che da parte dei produttori di automobili non ci siano colpe pregresse è un errore. Per troppi anni l’ansia delle quote di mercato ha drogato i numeri e messo in ginocchio i concessionari.
Non c’era infatti crisi quando si vendevano trecento mila auto in meno. Non esistevano gli sconti e se eri conosciuto ti venivano semmai regalati i tappetini oppure il triangolo d’emergenza. Esistevano i listini e a quelli ci si atteneva: adesso sono soltanto un’indicazione per sapere il prezzo che un’auto… non deve essere pagata. Più che la bontà della vettura vince lo sconto praticato, e per vendere ci si dissangua. Ovvio che chi un anno fa pagava un modello 5 mila euro in meno del listino ufficiale, oggi si senta un pollo da spennare se risparmia soltanto 1000 euro. Ma chi ha messo in moto questo maledetto giro vizioso, i clienti o i costruttori?