Archive for aprile, 2012

I robot ci faranno lo sgambetto?

aprile 27, 2012  |  Senza categoria  |  68 Commenti  |  Lascia un commento

L’argomento questa volta è un po’ più delicato del solito perché entra fortemente nel sociale, pane peraltro perfetto per molti frequentatori di questo blog.

Si parte dai robot, quei preziosi, oggi indispensabili, sostituti di manodopera che intervengono pesantemente nella costruzione delle automobili. Nelle varie fabbriche hanno stravolto il ciclo produttivo, velocizzato i tempi, ottimizzato la qualità e aumentato la capacità. Con il loro arrivo hanno fatto svoltare l’industria delle quattro ruote con non minore efficacia di quanto avvenne un secolo fa con la catena di montaggio di Henry Ford, poi con la catena dal volto umano introdotta dalla Volvo negli anni 60, quindi dal “just in time” della Toyota che si completò con il concetto di fabbrica pulita, ambiente piacevole (meglio sta più l’operaio produce) e intervento diretto dell’addetto alla catena, premiato quando vedeva che qualcosa non era montato nella maniera giusta. Un’innovazione per l’altra, tutto è servito a ottimizzare il processo.

Adesso, però, un’azienda giapponese, la Fanuc (nata nel 56 e leader al mondo in strumenti a controllo numerico), ha automatizzato la sua produzione con robot di piccole dimensioni capaci di lavorare ininterrottamente per molte settimane senza bisogno della minima supervisione.

È una svolta epocale perché fin qui i robot, dai costi proibitivi, potevano interessare soltanto il mondo automotive, mentre adesso, i cosiddetti piccoli robot entreranno a gamba tesa in tutto il panorama industriale. Un bene? In assoluto verrebbe da dire di sì: efficienza aumentata, qualità assicurata, costi ripagabili nel breve. Ma questo significherà posti di lavoro in meno, tantissimi posti di lavoro in meno. La terza rivoluzione industriale è già partita e colpirà duramente la classe operaia cresciuta a dismisura nel secolo scorso. Troverà lavoro chi è disposto a tornare ai lavori cosiddetti umili, ma indispensabili, o a quelli tipicamente specializzati. Per la massa, che già nell’auto aveva visto gli stessi stabilimenti impegnare negli anni 60 cinquantamila persone e oggi garantire la stessa produttività con un decimo delle maestranze, potrebbe essere una mazzata dalle conseguenze sociali imprevedibili e sicuramente sottovalutate dalla classe politica mondiale. Vale la pena di ragionarci sopra.

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Queste foto parlano da sole

Queste foto parlano da sole

aprile 24, 2012  |  Senza categoria  |  62 Commenti  |  Lascia un commento

Ci sono fotografie che parlano da sole. Come queste due, per esempio, assolutamente esclusive perché mostrano ambienti dove l’occhio estraneo non è mai ammesso. Immagini che ci danno il senso della F.1 attuale dove i piloti si dannano sul filo del centesimo di secondo, con tempi pazzeschi e inimmaginabili anche soltanto un decennio fa. Sette o otto macchine, in qualifica, racchiuse in quattro decimi di secondo, un’entità impercepibile a occhio nudo. Provate a contare a voce: mentre dite 1 e poi 2, sono passati 10 decimi: bene in 4 di questi ci stanno 8 monoposto dopo 5,5 km di pista. Io divento matto all’idea che una scala di valori possa essere così compressa e siccome sono vecchio di corse, mi immagino lo stress di quei piloti che a trecento all’ora sanno che un battito di ciglia può farli passare dalla gloria alla disperazione.

Ecco allora le foto, che testimoniano del livello attuale di preparazione, roba per marziani non per umani. Quella a fianco del testo è presa dentro il motorhome della McLaren durante il briefing dopo le prove. In fondo si vedono Hamilton e Button e poi tutta la sfilza di ingegneri che, in un ambiente che più asettico non si può, li ascolta e subito simula quello che loro richiedono per stabilire se ha senso o meno portare eventuali modifiche. Lauda teorizzava che per guidare un monoposto conta più di tutto il sedere, in sintesi quello che il pilota percepisce guidando. Altri tempi. Adesso tutto viene immagazzinato e ogni dato confrontato con il suo opposto. Non sono scambi di idee ma veri propri clinic dove le teste pensanti si confrontano con i calcolatori. Al coraggio e al talento del pilota viene lasciato il battito di ciglia che fa ancora la differenza. Ma battito di ciglia rimane.

Lafoto in alto è ancora più impressionante. E’ stata scattata a Woking, nel quartier generale della McLaren (ma poteva essere scattata a Maranello o in casa Red Bull oppure alla Mercedes). Si sta correndo un Gran Premio a diecimila km di distanza e le immagini della gara scorrono sui maxischermi. Gli ingegneri, però, hanno gli occhi fissi ognuno su aspetti diversi della telemetria della vettura e, in tempo reale, comunicano le loro impressioni ai tecnici che stanno facendo la stessa cosa nel retrobox del Gran Premio. Più potenza, meno potenza, più benzina, più aria, un po’ meno di ala davanti e chi più ne ha più ne metta.

E’ progresso bellezza. C’è sicuramente tanta poesia in meno di un tempo, ma questo lavoro è esaltante dal punto di vista tecnico. Poi, essendoci un livello così alto in pista (6 campioni del mondo mescolati a piloti dal piede pesantissimo) ecco che le gare sono diventate appassionanti come non mai, ricche di sorpassi come non si ricorda (e non soltanto grazie all’ala mobile, si badi bene) e con un livello mai raggiunto in passato. Quattro vincitori diversi in quattro gare sono un avvio davvero pirotecnico, che testimonia del livellamento in alto di vetture e piloti. Addio ai mondiali già decisi a metà stagione, con buona pace dei piloti sulle vetture più ricche, un tempo abituati a fare sempre il bello e il cattivo tempo. Adesso anche per loro ogni sorpasso è una sfida e rimontare è arduo per tutti.

Seguo le corse da una vita, ma un livello così proprio non c’è mai stato.

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Sul costo di un’auto elettrica le batterie pesano per un terzo!

aprile 18, 2012  |  Senza categoria  |  101 Commenti  |  Lascia un commento

Adesso le cifre cominciano a venire a galla. Ci ha pensato Il grande capo della Ford, Alan Mulally, denunciando al Forum sulla tecnologia verde, organizzato in California dal periodico Fortune, che il costo delle batterie pesa per un terzo su un’auto elettrica e comunque sempre tra i 12 mila e i 15 mila dollari.

“Come si fa a conquistare il mercato con questa zavorra” ha sottolineato “ visto che una nostra Focus a motore tradizionale è a listino a circa 22 mila dollari mentre quella elettrica è venduta  in promozione a 39 mila?”.

Fino a ieri i costruttori sono sempre stati recalcitranti a rivelare quale sia il costo per kilowatt-ora, ma adesso lui l’ha detto: tra 522 $ e 650$. Considerando che il sistema della Focus, per assicurare un range decente di percorrenza, ha un pacco-batterie di 23 Kw/h, i conti sono presto fatti.

Ci saranno soluzioni per il futuro? Mulally ha detto che i progetti potranno avere un senso quando si arriverà ad accumulatoriche costano la metà per assicurare una durata di carica doppia. Anche perché già adesso il peso della batterie su una Focus EV si aggira attorno ai 350 chili e non si può aggiungere ulteriore peso, considerando inoltre che bisognerebbe tenere raffreddate le batterie supplementari (il vero lato debole delle auto elettriche). Insomma, una bella doccia fredda per gli automobilisti che aspettano la diffusione di massa di queste auto ecologicamente meno impattanti. La speranza rimane quindi una sola: tutti i costruttori, chi più o chi meno, stanno investendo fior fiore di quattrini per trovare il bandolo della matassa  e questo dovrebbe far credere che in tempi medi arriveranno importanti progressi. Ma sulla previsione di Carlos Ghosn (numero uno di Renault.Nissan) di arrivare nel 2020 per le auto elettriche al 10% del mercato mondiale non scommette ormai più nessuno. Ghosn compreso.

 

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I clienti di auto ibride si disaffezionano?

aprile 16, 2012  |  Senza categoria  |  90 Commenti  |  Lascia un commento

Gli Stati Uniti, in campo automobilistico, restano sempre il centro del mondo quando si parla di automobili. Piaccia o no, le grandi svolte tecnologiche, l’applicazione di tanti sistemi di sicurezza e di intrattenimento, e soprattutto le mode e il costume legato alle quattro ruote muovono sempre da lì e poi dilagano sugli altri mercati.

Ma dagli States, adesso, arriva un segnale che fa drizzare le orecchie e accapponare la pelle. Una ricerca dell’agenzia Polk, azienda leader per la ricerca e soluzioni di marketing legate al mondo automotive, ha lanciato un messaggio che va esattamente contro il credo generale legato a un modo di guidare sostenibile.

Secondo i loro studi, oggi negli Stati Uniti (il paese al mondo dove c’è la più alta diffusione di veicoli a motorizzazione ibrida) il livello di fedeltà a questo tipo di auto è fallimentare. Più dei due terzi di proprietari di auto ibride non ricomprano più un’auto siffatta. Una media, peraltro, fortemente condizionata dalla Toyota Prius, il modello che tiene di più la scena e la cui disaffezione è “soltanto” del 60%, mentre per le altre  auto si arriva all’80.

Tra le motivazioni più gettonate c’è il rapporto prezzo-benefici che non è giudicato sufficiente dai più. I clienti vorrebbero, insomma, pagare meno care queste automobili e non sono più disposti a tassarsi ancora per il delta rispetto alle auto tradizionali.

Ovviamente la pubblicazione di questa ricerca sta facendo molto scalpore e preoccupa non poco i costruttori, che più o meno tutti, si stanno indirizzando pesantemente in direzione dell’ibrido, considerato più “intelligente e pratico” rispetto al tutto elettrico.

Unico dato positivo, sottolineano alla Polk, è che avere in listino uno o più prodotti motore tradizione più motore elettrico, fa bene all’immagine del marchio, incrementa le vendite e non disaffeziona i clienti che comunque, anche se non comprano più una versione ibrida restano comunque fedeli al brand.

Se un tocco di tedesco fa sempre cassetta

aprile 13, 2012  |  Senza categoria  |  109 Commenti  |  Lascia un commento

Andrea Malan è un collega bravissimo, capace di scrivere sempre cose intelligenti sul Sole 24 Ore, il quotidiano per cui lavora.

Oggi, venerdì 13 aprile, ha buttato giù un corsivo che davvero merita di essere letto perché in poche righe condensa tutto il mondo dell’automobile, con pregi e difetti, ma anche i vizi.

Ve lo propongo integrale se mai vi fosse scappato:

“Miracoli della globalizzazione. La pubblicità della Opel Combo Tour, che campeggia sulle pagine dei quotidiani, comprende fra l’altro lo slogan «Dall’ingegneria tedesca Opel, per la vita vera». L’ingegneria tedesca Opel ha potuto dare prova di sé in dettagli molto limitati del veicolo: il simpatico multispazio da 7 posti è infatti prodotto in Turchia dalla Tofas – joint venture tra la Fiat e il gruppo locale Koc – ed è sostanzialmente un gemello del Doblò ultima versione, lanciato da Fiat a fine 2009.

L’intesa per la fornitura a Opel, siglata a fine 2010, è solo una delle numerose che i gruppi europei hanno messo in atto per tagliare i costi: la stessa Fiat per esempio produce in Polonia la Ford Ka mentre acquista dalla Suzuki il crossover venduto come Fiat Sedici. “Tracciare” l’origine dei prodotti è sempre più difficile, e la stessa Mercedes Benz sostituisce a volte il “made in Germany” con un “made by Mercedes”. Ma utilizzare l’aggettivo “tedesco” per un’auto è una tentazione irresistibile…”.

Sì, tedesco è sempre bello, mentre italiano è sempre di serie B. Però i tedeschi, per pensare in grande puntano sempre a fare spese da noi: L’Italdesign, la pista di Nardò, la Ducati… con altre, grosse, sorprese dietro l’angolo. Ma di queste ultime se ne parlerà, forse, presto.

 

E’ festa per i 3 mila del Cavallino

aprile 12, 2012  |  Senza categoria  |  78 Commenti  |  Lascia un commento

Evviva. Dopo tanti temi dal retrogusto amaro, mi pare giusto dare evidenza ad una bella notizia che sui media è passata, quando è passata perché i più l’hanno ignorata, senza la minima enfasi.

Quest’anno la Ferrari, che rimane l’azienda al mondo con la migliore qualità di vita in ambito lavorativo (ambienti luminosi, con piante all’interno, ergonomia massima e chi più ne ha più ne metta) ha deciso un maxi-premio per tutti i suoi dipendenti.  Una busta paga pesante perché per i 3000 lavoratori ci sarà un bonus che varia tra i 3.650  ai 4.000 Euro, il più alto della storia per la Casa del Cavallino, persino più alto di quello distribuito nel 2008 che resta, per ora, il miglior anno in assoluto per redditività.

Da noi, quando sono la Volkswagen (solo per i dipendenti degli stabilimenti tedeschi) e Audi a distribuire un bonus si sprecano i titoli, quando è invece una marca nazionale tutto passa in sordina. E non è giusto.

Poi, è chiaro, dividono utili quelli che gli utili li fanno in misura consistente. Le altre marche (Seat, Skoda, ma anche Lamborghini o Bugatti) o gli altri costruttori non solo europei, di questi tempi, possono dividere più i problemi che altro. Non però la Ferrari che viaggia a gonfie vele, e del Gruppo allargato torinese-americano è la sola con Chrysler a sfoderare bilanci da leccarsi le dita (e anche Chrysler ha dato un bonus a tutti i dipendenti), così ecco una busta paga da ricordare che è una bella boccata d’ossigeno e anche un segnale importante: quando si può, non sono bravi solo i tedeschi.

Da Putin a Monti, alt allo straniero

aprile 10, 2012  |  Senza categoria  |  118 Commenti  |  Lascia un commento

Vladimir Putin ha deciso: niente più ammiraglie estere per la nomenclatura del suo paese. Anche se lui si terrà stretta la Mercedes blindata cui è tanto affezionato, per tutti gli altri solo auto grosse di fabbricazione russa, con le Zil (macchinone orrende, rigorosamente costruite a mano) che torneranno in fretta in auge, si spera con una linea un po’ più moderna.

Insomma, in po’ quello che avviene sempre là esistono dei costruttori di automobili: i pezzi grossi dell’apparato tendono a preferire vetture di produzione casalinga. Questione di orgoglio nazionale, ma anche di rispetto verso chi dà lavoro ai concittadini.

In Italia, al contrario, da molti anni è stata presa una piega diversa: un trionfo di berlinone tedesche sulla cui qualità nessuno può discutere, ma che sul piano dell’opportunità, beh, si potrebbe disquisire a lungo.

Così la scelta del premier Monti di ritornare su vetture a marchio nazionale la giudico positivamente (al momento una Thesis, domani si parla di una Thema), anche perché il suo gesto mostra ricadute istantanee. Persino il presidente dell’Automobile Club d’Italia, il neo eletto Angelo Sticchi Damiani ha rinunciato alla Volkswagen Phaeton del suo predecessore Enrico Gelpi sostituendola con una Lancia Thema. E altri, pare, si adegueranno nonostante un vero e proprio ordine non sia stato dato.

A me, da italiano, questa soluzione piace: la trovo coerente e doverosa. Poi, è vero che pescare nel parco auto tricolore è molto arduo, e alla fine l’unica ammiraglia a disposizione, tra le vetture nuove di fabbrica, è una Lancia molto americana sotto la pelle. Ma questo offre il convento, e in questo caso il gesto (e l’esempio) vale più della sostanza se si tratta di personalità che politicamente rappresentano il nostro Paese.

Diverso è ovviamente se una la sua vettura se la paga: con i suoi soldi può e deve operare come meglio crede e se, beato lui, può  mettere centomila Euro anziché 40 mila, fa bene a comperare tedesco, giapponese o americano come preferisce. Ma l’idea che i nostri sanguisughe la smettano di circolare con i soldi nostri su ammiraglie della Merkel lo trovo giusto. Non so voi.

 

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Che tristezza quella sede di Parigi…

aprile 3, 2012  |  Senza categoria  |  80 Commenti  |  Lascia un commento

Ci sono notizie che arrivano in redazione e scivolano via, altre che lasciano il segno  al di là della loro portata. E’ fresco l’annuncio che la Peugeot ha dovuto vendere la sua sede storica di Parigi, in Avenue de la Grande-Armée, a pochi passi dall’Arco di Trionfo.

Quell’enorme palazzo resterà ancora la sede della Casa del Leone e i 1900 dipendenti continueranno a lavorarci, ma la proprietà è passata a una filiale d’Ivanhoe Cambridge, braccio immobiliare della Banca del Québec che la cede in affitto a Peugeot per  9 anni.

Psa è arrivata al doloroso sacrificio per recuperare circa 250 milioni di Euro e mettere liquidità nelle sue casse, ma in Francia l’evento ha fatto molta impressione perché riporta a quei signorotti in difficoltà che per tirare avanti a campare si riducono a vendere l’argenteria. E a chi è vecchio di questo mondo, l’accaduto lascia un grande amaro in bocca, perché quello era un vero proprio tempio, edificato in gloria imperitura per i posteri.

Si dirà: ma c’è ancora, non è stato demolito, e gli impiegati della marca francese continueranno a lavorare lì. E’ vero, però quella che era la casa di proprietà diventa adesso la casa in affitto e, magari tra 9 anni, la vecchia sede. Niente di nuovo sotto il sole, ma un retrogusto che testimonia di una crisi che ogni giorno che passa si manifesta in forme differenti.

Un conto è, infatti, lasciare la vecchia sede per una più nuova, più grande, più moderna. In questo caso c’è la nostalgia ma anche il senso del progresso, dell’andare avanti. Nel caso di Peugeot è invece una crepa non solo psicologica, che unisce l’aspetto malinconico a quello economico (bisogno di soldi) che non è mai tranquillizzante.

Provate a immaginarvi la Fiat che per fare cassa deve vendere la palazzina del Lingotto a Torino dove nei momenti più brutti della sua storia (primi anni 2000) o in quelli più belli (anni 80) ha sempre pulsato il quartier generale della marca. Per i torinesi è un luogo simbolo, quasi sacro, che non è stato alienato nemmeno quando il fallimento pareva cosa fatta, quando il rischio di non pagare più gli stipendi pendeva minaccioso su tutti i dipendenti.

Capisco i francesi e il loro shock. E capisco quelli che in Avenue de la Grande-Armée hanno il groppo in gola.  In apparenza non è accaduto nulla, non cambierà nulla nel loro tran tran quotidiano, ma dentro s’è rotto qualcosa che soltanto i più superficiali potrebbero non avvertire.

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