Archive for maggio, 2012

Coreani: le mani sul mondo

maggio 29, 2012  |  Senza categoria  |  33 Commenti  |  Lascia un commento

Mancano pochi giorni e usciranno i dati di vendita di maggio, un mese che dovrebbe offrire numeri meno tragici rispetto ai quattro precedenti di questo anno orribile. In queste ore, negli uffici che contano, i responsabili dei vari marchi battono freneticamente sui loro smartphone per essere aggiornati in tempo reale su come reagisce il mercato. Voci di corridoio sussurrano che addirittura Fiat, in maggio, potrebbe tornare al 32% salendo di 4 punti percentuali rispetto a un anno fa e toccando una quota dimenticata da troppo tempo. Vero, non vero? Vedremo a brevissimo.

Piuttosto, quello che tanti vanno sottolineando è che Hyundai, assieme a Kia, potrebbe fare l’en-plein di mesi tutti con il segno più. Su questo blog ne abbiamo già parlato: il momento per l’industria coreana dell’automobile è magico, ma quello che mi fa riflettere è che la nostra visione auto centrica ci porta un po’ fuori strada. Me ne sono reso conto parlando con un amico, perché lui mi ha ricordato l’efficace copertina di Panorama Economy di qualche settimana fa, di cui vedete la riproduzione qui sopra, col titolo che parla chiaro: “Se la Corea si mangia la mela”. Il tema trattato dal magazine economico riguarda il clamoroso sorpasso di Samsung rispetto ad Apple e soprattutto al fatto che nella telefonia mobile i coreani hanno detronizzato i finlandesi della Nokia, per tantissimi anni padroni della scena.

Dunque non soltanto automobili, e da quel momento è stato tutto un aggiungere degli “e anche”, perché nei televisori ormai non c’è più partita neppure con i giapponesi dalla solida tradizione. Siamo arrivati allora al presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, un coreano nazionalizzato americano che è arrivato sul posto più potente del mondo senza una specifica competenza nel settore perché si tratta di un medico-scienziato che ha combattuto l’ Aids in alcuni dei Paesi più poveri del pianeta, ma non ha esperienze di economia e di amministrazione, salvo quella di presidente di Darthmouth College, una delle più prestigiose (e costose) università americane. E poi potevamo forse fermarci lì? Ecco, quindi, che è saltato fuori il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che dal 2007 (ed è adesso al suo secondo mandato) presiede, e spesso condiziona, le decisive riunioni al palazzo di Vetro di New York.

Non vi tedio oltre, perché dalle navi alla tecnologia chirurgica, la Corea del Sud si va imponendo come pietra di paragone con cui fare i conti già oggi e soprattutto domani. Bravi loro, perché sono nati appena mezzo secolo fa e il loro prodotto interno lordo pro capite era allo stesso livello dei più poveri paesi di Africa  e Asia  mentre oggi è già al pari di molti paesi europei tra i più evoluti. Per forza fanno paura a tutti.

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E se anche l’Aci si sveglia?

maggio 25, 2012  |  Senza categoria  |  67 Commenti  |  Lascia un commento

E’ un momento così: non ci sono più le stagioni di una volta, un venezuelano vince un Gran Premio di F1, la gente non entra più in concessionaria, si scopre che esiste lo spread e nei bar, invece che discutere di calcio, ci si interroga se in Grecia tornerà o meno la dracma.

E poi, come se non bastasse tutto questo, ci si mette anche l’Aci a non farci capire più nulla. Sì, proprio quell’ente pachidermico, che per tanti anni è stato soltanto una presenza di sottofondo, adesso improvvisamente dà segni di vita.

E’ di questi giorni la notizia che l’Automobile Club d’Italia ha indetto per il 6 giugno una giornata di sciopero ai distributori di carburante per allertare chi ci governa che con le accise esagerate sulla benzina non si va da nessuna parte.

L’Aci conta su oltre un milioni di soci, a suo modo è un sindacato che potrebbe pesare molto, ma che ha sempre preferito vivacchiare per non mettersi in urto con la politica. Vivi e lascia vivere, dicevano nei suoi corridoi i troppi pecoroni che hanno sempre dettato il trantran dell’azienda.

Ma adesso sembra che qualche cosa sia improvvisamente cambiato. E’ arrivato un nuovo presidente (meglio andarci cauti con gli entusiasmi per non complicargli la vita, o per non illuderci troppo presto) e pare che abbia voglia di ribellarsi  al torpore maximo che gli sta sotto.

Invitare gli automobilisti a un gesto di protesta non è esattamente fare la rivoluzione, e nemmeno erigere delle barricate un minimo minacciose, però è già un segnale. E noi, che da spettatori ci eravamo abituati al niente condito col nulla, restiamo un po’ basiti. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

Passato quindi lo sbigottimento, vediamo allora di non lasciar cadere questo anelito di ribellione: Attiviamoci per fare ognuno di noi la nostra parte con un grande passaparola verso amici e conoscenti, usando i social network e le mail, attaccandoci al telefono o mandando sms. Sarebbe favoloso se il 6 giugno capitasse davvero qualcosa, se sul ponte di comando il segnale facesse breccia: che gli italiani non ne possono più. Stiamo già consumando così poco carburante che tutti i vantaggi attesi a fine anno saranno mancati, con il triste risultato che ci avviamo ad essere becchi (andiamo di più a piedi e rinunciamo a qualcosa) e bastonati (i sacrifici non serviranno a niente). Come con tutti gli scioperi, all’atto pratico non cambierà nulla perché il pieno lo faremo il giorno prima o il giorno dopo, però il messaggio potrebbe passare. E’ questo che di solito significano i cortei e le bandiere: testimoniano il malcontento quando non addirittura la disperazione.

Noi, che siamo molto meno forti dell’Aci, avevamo aperto la strada con un piccolo adesivo, adesso un ente potenzialmente molto più potente indice un giorno di protesta. Chiamateli, se volete, spostamenti progressivi del piacere: quello che conta è che qualcosa cominci ad accadere. E che il ghiro romano sussulti sa già tanto di miracolo. Metti mai che l’Aci cominci a stare dalla parte degli automobilisti…

I paperoni dell’auto e gli altri

maggio 22, 2012  |  Senza categoria  |  95 Commenti  |  Lascia un commento

Spesso su questo blog, ma più in generale sui forum e sulla stampa, si è posta una grande evidenza sui compensi milionari dei grandi manager. Limitando il raggio a quelli legati all’automotive (che, peraltro, non sono i più pagati, anzi)  ci si è spesso indignati per gli stipendi (qui al netto delle stock options) di Alan Mullally di Ford che si porta a casa 20 milioni di Euro (ma alla Boeing, dov’era prima, pare prendesse di più), di Martin Winterkorn di Volkswagen (17,5), di Carlos Ghosn di Renault-Nissan (9,2) per arrivare, giusto per non citarli tutti, a Norbert Reithofer di Bmw (6), Luca di Montezemolo di Ferrari (5,2), Sergio Marchionne di Fiat-Chrysler (5), Philippe Varin di Peugeot-Citroen (3,25) e così via. Cifre ovviamente da capogiro, ma per capi di aziende che spaziano dai 370 mila dipendenti di Winterkorn ai 190 mila di Marchionne o anche ai… soli 100 mila di Reithofer.

Perché ho ripreso questo tema così spinoso? Perché nei giorni scorsi ho letto dell’ingaggio di Marcello Lippi, che è andato ad allenare il Guangzhou Evergrande in Cina per 10 milioni di Euro all’anno. Sotto di lui avrà la bellezza di una trentina di dipendenti, e non è nemmeno il più pagato tra i mister del calcio, ben staccato da Mourinho del Real Madrid e poco meglio di Guus Hiddink, l’olandese che guida l’Anzhi Makhachkala in Russia. Certo, mi rendo conto che avere a che fare con undici pedatori sia faticoso, e che i soldi girano per tutti (il nostro Mancini ha appena rinnovato il suo contratto con gli inglesi Del Manchester City per 22,5 milioni di Euro complessivi per 4 anni), però magari ci sono più responsabilità con 300 mila dipendenti che con 30. O no?

Ecco, probabilmente perché sono della prima metà del secolo scorso, m’indigno più per i compensi stellari di chi non rischia nulla piuttosto di chi sulle spalle ha responsabilità enormi e può fare danni sociali di portata galattica. Voi direte: è allora i calciatori? E i cantanti? Vabbè la lista è lunga e io ci metterei anche certi conduttori televisivi che dalla rete di stato si fanno dare 3 o 4 milioni di euro l’anno o anche soltanto 1,5 milioni per presentare un festival della canzone. Ma poi il discorso si fa lungo e ci porta troppo lontano, e ci sarebbe subito qualcuno che dice, a ragione, che queste sono le leggi del mercato. Lo so, lo so.

Però l’idea che il numero uno del Gruppo Volkswagen guadagni come il numero uno del Real Madrid di calcio, e tutti e due molto meno del campione di golf Tiger Woods, che nel solo 2007 s’è intascato 115 milioni di dollari (ma sì, nemmeno 100 milioni di Euro…), mi suona un po’ strano. D’altronde ricordo che nel 2000 ero rimasto di sasso nello scoprire che Aol (America Online), fresca associata con Time Warner, aveva una capitalizzazione di 226 milardi di dollari, ben più grande della General Motors, la prima senza possedere di fatto nulla e la seconda con fabbriche terreni, capitali, attrezzature, magazzino e così via. Poco conta che nel 2010 America Online sia crollata a 4,4 milioni dai 226 di 10 anni prima, ma questi restano, per me, i misteri della borsa e della finanza. Io, però, sono ignorante in materia e faccio ancora di conto con carta e penna. E penso persino che Facebook in borsa farà la stessa fine di Aol…

Ho vinto una Bmw Serie 3? E chissenefrega…

maggio 18, 2012  |  Senza categoria  |  75 Commenti  |  Lascia un commento

Adesso vi racconto un po’ di cose che riguardano tutti noi, e si collegano con la dannata sfiducia verso il prossimo che alla lunga finisce per danneggiarci per troppa… autotutela.

Come sicuramente molti di voi ricorderanno, nel mese di febbraio Quattroruote portava in copertina uno speciale ideogramma, diverso per ogni copia, che permetteva a chi si recava in una concessionaria Bmw, durante i porte aperte della nuova Serie 3, di tentare la buona sorte.

Alcuni premi sono stati assegnati subito, ma soltanto in minima parte perché è naturale che molti dei nostri acquirenti abbiano preferito fare un uso differente del tempo libero. Così i premi non assegnati, tra cui la Serie 3 in palio e tanti viaggi a Londra per le Olimpiadi, sono stati sorteggiati tra tutti quelli che sono comunque andati in concessionaria e hanno lasciato le relative coordinate.

E qui viene il bello. Partiamo dalla vettura che è stata vinta da un nostro lettore marchigiano. Appena è uscito il suo nome (passatoci dal notaio) gli abbiamo scritto una mail per informarlo della vincita. Risposte? Nessuna. Allora abbiamo provato a contattarlo e lui è caduto dalle nuvole. A quel punto gli abbiamo ricordato la mail che gli era stata inviata a suo tempo poi rimasta senza seguito, e solo allora lui si è ricordato che sì, aveva avuto un avviso, ma non ci aveva badato considerandola la solita comunicazione da spazzatura. Peccato che si trattava di una vettura da oltre 50 mila Euro che di questi tempi non sono poca cosa. Vabbè: uomo avvisato mezzo salvato. Nei prossimi giorni gliela consegneranno e, con relativa foto celebrativa, si vedrà pubblicato anche sulla rivista.

Caso due, ancora più emblematico. Uno dei vincitori della vacanza tutta spesata a Londra per le Olimpiadi, ci ha risposto che ha 85 anni e che per ogni cosa era meglio contattare il figlio. Cosa puntualmente fatta, ma quest’ultimo ha cestinato la prima mail, poi anche la seconda, quindi la terza. Allora anche lui è stato chiamato una prima volta, ma appena sentito che aveva vinto qualcosa ha buttato giù il telefono dicendo che non voleva essere importunato. Allora via con una seconda chiamata assieme all’avviso che il premio era cedibile a chi voleva, ma ancora niente da fare. Ci ha mandati a quel paese intimandoci di non insistere con le truffe. Per rispettare il regolamento gli abbiamo allora inviato una raccomandata con tutto spiegato, ma non c’è stato verso. Così al suo posto è stata pescata una riserva a suo tempo sorteggiata.

Perché vi racconto tutto questo? Perché adesso la diffidenza verso tutto e tutti è tale che si arriva a buttare via, o si rischia di buttare via, anche il buono che ci può capitare.

E se sull’Alfa ci fosse un disegno perverso?

maggio 14, 2012  |  Senza categoria  |  255 Commenti  |  Lascia un commento

Vabbè, il mio è soltanto un trucco per agitarvi, oppure una provocazione, oppure ancora un tarlo che mi frulla per la testa, fatto sta che l’argomento è così d’attualità che bisogna pur parlarne, perché è uno di quei tormentoni che vanno avanti e si avvitano su se stessi nonostante le continue smentite ufficiali che dovrebbero mettere a tacere tutto senza peraltro riuscirci per niente.

Il tema, va da sé, riguarda la possibile cessione dell’Alfa Romeo al Gruppo Volkswagen. Marchionne ha ripetutamente detto che non se ne parla in modo assoluto, i vertici tedeschi pubblicamente smentiscono che ci sia qualcosa che vada oltre un dichiarato interesse verso un marchio di grande blasone, eppure non passa giorno che qualcuno non rilanci l’argomento.

Appurato che ormai più nessuno crede alla semplice cessione del marchio (ai tedeschi farebbe ovviamente gola, ma Fiat non potrà mai accontentarsi di un semplice corrispettivo in denaro, per quanto molto utile per papparsi in un sol colpo tutta la Chrysler), ecco che sta girando con insistenza l’ipotesi, intelligente per Torino ma gravosa per i tedeschi, che assieme al marchio Volkswagen si prenda anche uno stabilimento con i relativi operai. Nel caso, Fiat potrebbe recuperare quelle produzioni saturando gli altri stabilimenti italiani, e ci sarebbe la quadratura del cerchio senza tensioni sociali e senza l’angoscia di introdurre in Italia nuovi modelli poi non facili da piazzare sul mercato. Questo è allora lo scenario che adesso va per la maggiore, e se lo teniamo per buono c’è solo da aspettare e vedere se mai si concretizzerà.

Ma se mi posso permettere un pensiero un po’ velenoso, ecco il tarlo che mi sta tormentando: e se Vw, con le sue lusinghe indirette, stesse soltanto prolungando l’agonia di Alfa? Mi spiego meglio, chiarendo una volta di più che sono pensieri a ruota libera e senza il minimo riscontro: non è che i tedeschi sono così furbi da solleticare, con promesse continue e crescenti, il management Fiat illudendolo che l’affare si può fare, rinviando, però, ogni progetto a domani e poi a dopodomani?

Marchionne deve decidere che futuro dare all’Alfa, ma è costretto a prendere continuamente tempo perché sarebbe assurdo mettere in cantiere progetti che, nel caso di cessione dell’azienda, abortirebbero. Significherebbe buttare capitali dalla finestra e oggi nessuno si può permettere certi lussi. Non procedendo, per contro, l’Alfa Romeo si avvia a diventare un marchio monomodello (la Giulietta) e così non può stare in piedi. Ecco, sarebbe davvero una strategia malefica se qualcuno in Germania fosse così perfido da illudere e poi non comprare, complicando la vita, forse in maniera irreversibile, a uno dei brand più gloriosi in giro per il mondo.

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Là dove vogliono andare tutti a produrre automobili

maggio 9, 2012  |  Senza categoria  |  63 Commenti  |  Lascia un commento

C’è una città nel mondo, e attorno a questa città uno stato, cui guardano con grande attenzione e straordinaria attrazione tutti i costruttori di auto. Si sono insediati lì, anno dopo anno, prima i giapponesi di Toyota, Honda e Nissan, poi i coreani di Hyundai e Kia, quindi sono arrivati i tedeschi di Bmw e Daimler, in più la Magna, la Bosch, la Michelin…

Si sta bene da quelle parti: grazie all’automotive la crescita media si attesta al 12% annuo, la disoccupazione non esiste, l’età media è bassissima (39 anni), le infrastrutture sono eccellenti e la fiscalità per le imprese quanto mai favorevole.

Tutto qui? No. Quello che fa gola a chi produce è che il tasso di sindacalizzazione è appena del 2,2% ma nel settore automobilistico addirittura zero (!). In Bmw aggiungono che senza sindacati hanno una flessibilità formidabile e si possono modificare gli orari in funzione dei bisogni del mercato. In Michelin aggiungono che la grave crisi dell’auto è passata senza che ci sia stato nemmeno un licenziamento. Quanto guadagnano gli operai da quelle parti? Appena 8/9 dollari l’ora, mentre gli straordinari vengono pagati 15 dollari, ma soltanto a partire dalla 14esima ora quotidiana.

Vi sorprende che tutti vogliano andare a produrre auto lì? Probabilmente no.

Ma alla fine di questo lungo preambolo vengo al dunque: secondo voi di che città  o più in generale di che Stato stiamo parlando? Pensate alla Cina? All’India, al nord Africa, o al sud America?

No, proprio no. Si tratta di Greenville, nella Carolina del Sud.  Insomma, negli Stati Uniti. La città e lo stato che stanno piegando Detroit e il Michigan.

Tutto il mondo è paese: da noi i costruttori scappano dagli stati più sviluppati verso l’est Europa, negli States hanno trovato il nuovo paradiso nel sud.

Posto non casuale, si dirà, perché la Carolina del Sud fu il primo stato a separarsi dall’Unione per fondare gli Stati Confederati d’America. Ma sul posto giurano che si lavora e si vive molto meglio che a Detroit e che il collegamento con gli schiavi proprio non regge.

Gilles e quella prima intervista…

maggio 7, 2012  |  Senza categoria  |  73 Commenti  |  Lascia un commento

Ricorrono adesso i trent’anni della scomparsa di uno dei piloti più amati della storia della F.1, Gilles Villeneuve. Nell’occasione vi vorrei allora raccontare qualcosa che sicuramente non saprete e che a qualcuno di voi potrebbe incuriosire.

Ecco i fatti. Ero al rally del Quebec nel settembre del 1977 come inviato di Autosprint, e nella hall dell’hotel Richelieu di Montreal si presentò un venticinquenne che dal viso poteva sembrare più giovane di cinque anni. Era, appunto, Gilles che, appena poche ore prima, aveva firmato il suo contratto con la Ferrari. In quegli anni la comunicazione non correva veloce come adesso, così fui il primo al mondo a fargli un’intervista da neo-ferrarista.

Ho ritrovato su Autosprint dell’epoca quella lunga conversazione e vi regalo le sue parole che, rilette a 35 anni di distanza, danno un’idea del personaggio senza la lente delle sue imprese successive.

Già il suo attacco il canadese prometteva scintille: “Quello che mi domando, adesso, è perché, con tanti piloti italiani così in auge, alla Ferrari abbiano pensato a me che sono canadese”.

Era fatto così, parlava a ruota libera sempre rifiutando filtri esterni (che al tempo erano molto più blandi di oggi). Gustatevi allora altre pillole di quella chiacchierata.

“Io pensavo da ragazzo di fare l’ingegnere civile, però correndo in macchina la sola ambizione è stata quella di diventare un grande pilota, magari il numero uno”.

“A Silverstone – dove aveva debuttato qualche mese prima con la McLaren – mi sono guardato intorno e ho capito che il Circus è un ambiente in cui non è facile entrare. Di fatto mi parlavano soltanto i miei compagni di squadra. Poi, ottenuto l’ottimo tempo in qualifica, tutti sono diventati miei amici…”.

“Lauda ha fatto bene a lasciare la Ferrari. Dopo quattro anni e con due mondiali vinti, non aveva più nulla da dire. Alla Brabham sarà più dura avere risultati e Niki non sarà più quello di prima anche perché non avrà più Fiorano a disposizione. Resterà comunque uno dei cinque o sei migliori, proprio com’è adesso”.

“Io ho un pilota che ammiro: è Peterson. Mi piace perché è veloce e lo venero come in passato veneravo Clark o Stewart. Per me è il più forte anche se molti dicono che adesso fa i tempi di Depailler. La verità è che Depailler è sottovalutato, ma è molto più bravo di quel che sembra”.

“Tutti mi chiedono se non ho paura di andare in Ferrari. Io rispondo di no, perché dovrei averla? Io ho tutto da imparare e quindi sono facilmente plasmabile. Semmai problemi li avranno i piloti già affermati come Reutemann o Andretti (i suoi papabili compagni di squadra). Amo provare molto, e questa è una delle tante cose che la Ferrari può darmi.”.

“Non è possibile fare pronostici, ma credo di essere un pilota che con qualsiasi vettura può terminare la prima stagione nei primi dieci. Ma con la Ferrari bisogna fare meglio. Quindi sarò tra i primi”.

“Non so chi mi abbia raccomandato alla Ferrari, credo però che sia stata la Marlboro. In tutti i casi non posso che essere grato a chi mi ha offerto un’occasione così.

“Io non ho hobby particolari salvo quello di appassionami a tutto ciò che è meccanica. Possiedo due automobili, una Honda Civic e una Ford Mustang. Non mi ritengo nemmeno uno che vuole essere superpagato. Io voglio fare strada e sono disposto a tutto purché mi sia garantito quel minimo per spostare dignitosamente la mia famiglia. Sì, sono disposto a tutto pur di correre, non sono però disposto a perdere un anno con una stagione a mezzo servizio. Questo neppure per la Ferrari”.

Gli anni di Gilles li ho vissuti davvero da vicino, anche se all’epoca mi occupavo soprattutto di rally. Ma lavoravo ad Autosprint e poi a Rombo sempre con il grande Marcello Sabbatini come direttore che con Villeneuve aveva un rapporto unico e aveva contribuito tantissimo a costruirne il mito. Fu Sabbatini ad avere l’idea di promuovere la “febbre Villeneuve” oppure a imbastire la celebre sfida F.1 contro aereo da caccia sulla pista d’atterraggio di Istrana.

Erano anni in cui accadevano cose incredibili, ad esempio con la Polstrada che ti invitava a farti da parte, fermandoti magari sulla corsia d’emergenza, sulla Ventimiglia-Genova perché stavano per arrivare Villeneuve e Pironi in corsa ravvicinata per arrivare per primo a Maranello. All’epoca c’era anche il doppio casello a Piacenza ma lì, sempre avvisato via radio dalla Stradale, il mitico Pupillo (casellante con il Cavallino impresso sul cuore) dava ordine di alzare le sbarre per non fare perdere tempo a nessuno dei due contendenti…

Robe che a raccontarle adesso nessuno ci crede. Ma a Villeneuve era concesso di tutto, e ci si aspettava da lui proprio di tutto. Mio padre, buonanima, anche se Gilles a due giri dal traguardo era staccato di un giro diceva: “cosa c’entra? Con quello lì può sempre succedere che vinca…”. Ovviamente non era vero, però nell’immaginario collettivo era così. Enzo Russo, nel suo magnifico romanzo “La cometa Gilles” che Quattroruote ha rimesso in stampa ed è adesso nelle edicole, aveva scritto  (il libro uscì un anno dopo la morte) che il canadese aveva un modo di guidare capace di dare la scossa a una F.1 ormai soporifera.-

Già quella F.1 che tutti rimpiangono, all’epoca sembrava noiosa rispetto al passato. Perché c’è sempre un tempo che a ognuno di noi sembra migliore del presente.

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Carta di credito e pieno di carburante

maggio 3, 2012  |  Senza categoria  |  70 Commenti  |  Lascia un commento

Ci mancava pure questa. Il braccio di ferro tra le banche e i gestori di carburante continua e volge al peggio per gli automobilisti. Il tema, adesso, è l’uso della carta di credito per rifornimenti al di sotto dei 100 Euro.

Come qualcuno saprà, il Governo ha stabilito con il decreto sulle liberalizzazioni  che sotto questa soglia alle banche non va nessuna commissione, e le banche, con la solita signorilità, come hanno reagito? Stabilendo di bloccare questi pagamenti semplicemente non ricevendoli. Così, già in molti distributori non è più possibile infilare la tesserina di plastica per mettere benzina a meno di non digitare importi superiori ai 100 Euro, ma per questo occorrono vetture super potenti con una capacità del serbatoio oltre i 60 litri. E il problema non si limita ai self service notturni, perché pare che adesso in sempre più aree di servizio anche il pagamento manuale, attraverso la carta, non venga più accettato.

Gli addetti o sono ovviamente preoccupati, anche perché molti di quelli che usano l’auto come mezzo di lavoro sono obbligati dalla loro azienda ad usare la carta invece che il contante (per evitare contraffazioni furbette della carta carburante), così che il gatto si morde la coda. Il governo dice di non usare il contante, la banca non accetta la carta di credito, il gestore pretende il contante e il malcapitato automobilista è preso tra due fuochi: maneggiare i soldi che lo Stato non vuole che si usino (e nemmeno il suo diretto datore di lavoro) oppure restare a secco.

Può un paese così dare certezze?