Archive for febbraio, 2013

Meno pause e più assunzioni?

febbraio 27, 2013  |  Senza categoria  |  167 Commenti  |  Lascia un commento

L’argomento che vi sottopongo è piuttosto spinoso e vi prego di non sottovalutarne nessun aspetto prima di trarre delle conclusioni affrettate.

Che cosa è successo: alla VM di Cento, dove adesso il lavoro è molto aumentato per via delle commesse di motori per la Chrysler, hanno deciso di operare 300 nuove assunzioni perché la produzione dovrà passare dai 54 mila propulsori del 2012 ai 90 mila del 2013 per arrivare  a stabilizzarsi sull’ordine dei  120 mila dal 2014 in avanti. E’ stato allora approvato un investimento di 80 milioni di Euro che non sono pochi per un’azienda che attualmente ne fattura 300.

Un’ottima cosa, si dirà. E allora?

E’ successo che l’azienda ha convocato le federazioni provinciali dei lavoratori sottoponendo il piano chiedendo in cambio di passare dall’accordo del 1993 che prevedeva pause concordate di 63 minuti ogni 8 ore allo standard medio lavorativo europeo che oscilla tra i 30/40 minuti.

Qualcuno ha detto subito di sì, qualcuno (la FIOM) ha detto prontamente di no. Nel frattempo la Regione (rossa) emiliana è intervenuta plaudendo all’idea delle 300 assunzioni stanziando risorse per la formazione dei nuovi assunti, mentre l’amministrazione comunale ha autorizzato in tutta fretta l’acquisto di una vicina fabbrica da tempo dismessa.

L’accordo è stato quindi trovato sulla base di 51 minuti, ma ovviamente una grossa fetta dei lavoratori ha protestato non accettando la riduzione dell’orario, anche se questo avrebbe comportato la rinuncia a 300 posti di lavoro.

Vi risparmio la lunga discussione con aspetti a tratti puntigliosi e a tratti dolorosi. Fatto sta che si è arrivati al referendum interno e l’accordo è passato pur con 206 operai che hanno votato contro le nuove assunzioni perché queste avrebbero significato 12 minuti di pausa in meno su 63.

Ecco, qui viene il  difficile. Generosi i 638 dipendenti che hanno votato sì e ingrati i 206 per il no? A una prima lettura potrebbe sembrare così, ma il principio in discussione è che le lotte sindacali hanno portato a conquiste che negli anni sono costate tantissimo ai lavoratori, e se adesso, nel nome degli interessi allargati e ben comprensibili di chi è senza impiego e vuole trovarlo, sì dà un calcio al pregresso, il rischio è di tornare in fretta, colpetto dopo colpetto, a dove si era partiti. Letta così, l’obiezione è tutt’altro che campata in aria, pertanto non è per niente facile schierarsi. Almeno non lo è per me. D’altra parte è giusto dire che certe conquiste arrivarono  quando si operava in un mercato chiuso, mentre oggi bisogna reggere la concorrenza dei coreani con le 10 ore di lavoro al giorno e pause risibili, dei cinesi, degli indiani e così via.

Insomma, dilemma a dir poco pernicioso. Dite la vostra.

Il numero uno della passione rallistica

febbraio 21, 2013  |  Senza categoria  |  137 Commenti  |  Lascia un commento

Mi dice un amico: tu hai una grandissima passione per i rally, ti ricordi tutto di quelli di una volta. E’ vero, ricordo molte cose; e gli anni 70/80 li ho nella pelle perché ho avuto l’opportunità di esserci stato proprio dentro per lavoro e per piacere. Ma all’amico ho risposto che in giro ci sono tanti che hanno molta più passione di me, che ne parlano in ogni momento e che, magari, sapendone anche un po’ meno, ci mettono molta più foga e che per me stanno davvero su un piedistallo.

Ma chi? Fammi un nome, ribatte. In un amen mi sono ripassato volti e cognomi, in molti casi anche soprannomi perché un tempo la disciplina era fitta di nomignoli appiccicati addosso: Belva, Belvino, Superbone, Piombino, Bullit, Il Prete, Drago, Sfinge, Tramezzino, Fox, Sartana, Kilroy, Balestra, Sputnik, Jena, Speedy e mi fermo qui anche se la lista è lunga, troppo lunga per un blog. Molti di questi sono grandi campioni e molti restano dei grandissimi appassionati che non mancano mai un evento rievocativo per rivivere le belle storie passate.

Poi però un nome preciso mi è venuto in mente. Uno che a mio avviso per passione e competenza non ha uguali, uno che meriterebbe un libro intero perché nel giro lo conoscono tutti e tutti gli vogliono bene, ma essendo proprio lui quello che presenta al meglio tutti gli altri, finisce che non ha mai il riconoscimento che si merita.

Ecco, se il grande Totem dei rally dovesse assegnare un riconoscimento, una medaglia a mister passione, dovrebbe darlo a Nedo Checchi, un toscanaccio incredibile che si è messo dietro alle spalle il suo passato da bravo pilota amatoriale per prendere in mano il microfono e cantare ogni settimana le lodi degli altri. Nel giro è un beniamino perché o è sul palco delle partenze, o è ad animare un incontro, una cena festosa, un raduno. Il Nedo, sa tutto, è documentatissimo, non legge mai: riporta a memoria;  e con la voce, che in certi momenti vibra alla Paolo Conte, fa rivivere anche ai più giovani atmosfere d’un tempo, imprese lontane, situazioni vissute oppure studiate con cura. Non recita, canta storie degli altri sentendole sue. Sì, ne sono sicuro: nessuno è appassionato quanto lui, stella cometa di un firmamento fitto di incredibili innamorati della specialità, e trovo davvero strano che tra i mille riconoscimenti che la Federazione assegna ogni anno ai suoi licenziati non si trovi mai l’occasione per darne uno a lui che sui podi c’è sempre, mica solo ogni tanto come tocca a chi corre.

La Fiat 500 ormai figlia del mondo

febbraio 14, 2013  |  Senza categoria  |  108 Commenti  |  Lascia un commento

Metti una sera dietro una scrivania a far di conto per capire il mercato dell’auto, con i suoi segnali  altalenanti in giro per il pianeta, ed ecco che certi numeri prendono forme differenti mano a mano che non ci si limita a leggerli, ma si fa anche qualche sforzo in più per interpretarli uscendo dal cortile che sta attorno. Un esercizio utile perché, guardando oltre, trasforma il modo di valutare tante cose.

Notavo per esempio che le quattro regine del mercato italiano, nell’ordine Panda, Punto, Ypsilon e 500, si prestano ad analisi piuttosto differenti. La Panda, per esempio, ha un mix che si perpetua negli anni: funziona bene da noi (rimane la più venduta) e bilancia le vendite all’estero con quelle nazionali. Anche la Punto è, quasi, sulla stessa linea (80 mila pezzi in Italia, 60 mila nel resto d’Europa). Poi viene la Ypsilon che da noi viaggia alla grande ma fuori dai nostri confini non buca (male cronico, secolare, delle Lancia):  44 mila vetture in Italia, appena 9 mila in Europa. Infine ecco la 500 che è davvero un fenomeno mondiale capace, a 5 anni dalla sua nascita, di aggredire tutti i mercati con questa incredibile ripartizione: 43 mila in Italia, 104 mila in Europa, poco meno di 60 mila fuori dal Vecchio Continente.

Mai, nella sua storia, un modello Fiat aveva segnato appena il 25% delle vendite nel Belpaese e questo spiega perché attorno al suo nome sta nascendo un vero e proprio brand a respiro mondiale. Però quello che mi ha fatto sobbalzare è stato un altro confronto cui non avevo mai badato e che ha rimesso in discussione molti pregiudizi e la mia scarsa visione internazionale, che invece servirebbe sempre quando si fanno delle verifiche: nel 2012 si sono vendute più 500 negli Stati Uniti che da noi.

Ma come, non doveva essere una pia illusione portare la nostra piccolina negli States dove i grandi spazi l’avrebbero ridicolizzata? Lo si pensava in tanti, forse tutti, con sfumature più o meno accese che andavano dal fiasco assicurato al pietoso ritorno di qualche numerello utile a fare un po’ di cassa, ma proprio nessuno s’immaginava un risultato così saturo di significati e così denso di prospettive.

Dalla Sicilia con dolore

febbraio 11, 2013  |  Senza categoria  |  32 Commenti  |  Lascia un commento

Un nostro lettore siciliano mi ha scritto quanto segue: “In tempi molto recenti, il ponte “Verdura”, sito al km 44 della SS115, ossia l’unica infrastruttura che collega la parte centro-meridionale da quella occidentale della Sicilia, è tragicamente crollato. Grazie alla tempestività di un automobilista, si è potuto bloccarlo al transito giusto un paio di ore prima che crollasse del tutto, causando diverse vittime. Ormai, più di una settimana è trascorsa dall’evento, e per poter raggiungere l’altra estremità del ponte, noi siciliani siamo costretti ad una deviazione che ci costa più di 30 km di distanza, percorribili in 70-75 minuti, poichè si tratta di stradine di montagna con asfalto molto consunto. Non solo. Il disagio non riguarda esclusivamente gli automobilisti, ma anche coloro che avrebbero bisogno di essere trasportati d’urgenza, come gli abitanti dei comuni di Ribera e Calamonaci, adesso costretti a recarsi all’ospedale di Agrigento, senza la possibilità dell’elisoccorso, poiché non ci sono punti di atterraggio. Oltre ai tempi di viaggio notevolmente aumentati (del 350% per la tratta Sciacca-Ribera), ci troviamo ad affrontare giornalmente il pericolo di una strada alternativa piuttosto pericolosa, che ha causato fin dal primo giorno diversi incidenti.

Ad oggi, si parla addirittura di 8 mesi per risolvere questo grave problema, ma c’è chi dice si possa provvedere in pochi giorni grazie ad un ponte provvisorio ad opera del Genio Militare. Quel che sappiamo è che noi siciliani, siamo italiani come gli altri. Ne siamo orgogliosi. Quindi ci rattrista vedere come veniamo ignorati dai giornali nazionali, abbandonati alla classe dirigente che tanto ci ha portato via negli anni”.

Mi pare un grido di dolore molto serio che si presta a molte letture: dal divario nord-sud al malcostume di maltrattare i cittadini, passando per una politica che si dimentica sempre del territorio ai media che  sono concentrati sempre su temi distanti dalla gente.

Di sicuro, se si eccettua il clamore che un paio di mesi fa aveva suscitato quella stupida norma che imponeva le gomme termiche e vietava le catene, ben di rado i temi legati ai problemi degli automobilisti vengono evidenziati, spesso preferendo esaltare quello di negativo che si può associare alle automobili e al loro uso. Della questione sopra citata seguiremo comunque gli sviluppi con Quattroruote.

Il gatto soffre: lo lascio crepare o mi sveno per salvarlo?

febbraio 5, 2013  |  Senza categoria  |  140 Commenti  |  Lascia un commento

Quello che segue è un estratto di un articolo apparso sull’edizione bolognese de la Repubblica il 31 gennaio: “Si è fermata sul ciglio della strada per soccorrere un gatto in fin di vita, sanguinante. L’ ha portato al pronto soccorso animali di Ozzano, dipartimento veterinario dell’ Università di Bologna. Ma alla signora Tiziana, che ha salvato la bestiola, è arrivato un “conto” di 1.300 euro per le spese mediche: «Pensavo di vivere in un paese civile», dice. Potesse tornare indietro, probabilmente si comporterebbe allo stesso modo. Ma con una mano sul cuore e l’ altra al portafogli. Perché quando venerdì scorso si è fermata ai bordi di una strada di periferia dopo aver visto quella «palla di pelo rossa» abbandonata sull’ asfalto, non ha potuto fare a meno di portarla in ospedale, al Dipartimento di scienze mediche veterinarie dell’ Alma Mater. Il gatto s’ è salvato. Ma nelle scorse ore a Tiziana è arrivata una batosta: «Mi hanno chiamata per comunicarmi il preventivo dell’ operazione: 1.300 euro» scandisce, incredula. Di fronte a una cifra del genere, anche l’ intransigente senso civico dell’ animalista più irriducibile è messo a dura prova. Non che la signora non fosse stata avvertita. Forse, in realtà, non era stata avvertita del tutto, come lei stessa racconta nel ricostruire la vicenda: «Quel giorno ero in via dell’ Arcoveggio. A un certo punto ho visto quel gatto sanguinante per strada, sono scesa dalla macchina, mi sono avvicinata, ho visto che era in fin di vita. Ho provato a chiamare dei veterinari ma nessuno di loro faceva servizio di emergenza. Poi mi è venuto in mente che a Ozzano c’ è il pronto soccorso per gli animali, all’ ospedale veterinario dell’ Università, e l’ ho portato lì». A quel punto, i funzionari dell’ Università chiariscono che c’ è da pagare: «Prima di entrare mi hanno fatto firmare dei fogli avvertendomi che le spese sarebbero state a carico mio. E cosa avrei potuto fare, lasciare quel gatto lì per strada? Certo che ho firmato”.

L’argomento è quanto mai d’attualità perché adesso il Codice della strada avverte che si deve obbligatoriamente soccorrere un animale ferito, e prevede anche pene da 389 a 1.559 euro per chi scappa dopo averlo investito, o di 78 a 311 euro per chi non segnala il fatto all’autorità. Norme severe a cui però non corrisponde un numero chiaro di telefono a cui chiamare (il 1515 della Forestale il più consigliato, oppure il 112 o il 113 che dovrebbero girare l’Sos all’istituzione competente più vicina). Resta il fatto che se l’animale è grave – e quasi sempre lo è, se no si sposta da solo -  e se voi automobilisti con il cuore d’oro lo assistete, vi può capitare quello che è successo alla signora Tiziana. Che mi pare a dir poco vergognoso in un paese dove i politici dilapidano i nostri soldi persino per comperarsi la biancheria intima.