Archive for marzo, 2013

Alfa Romeo, Audi e la Borsa che registra tutto

marzo 29, 2013  |  Senza categoria  |  126 Commenti  |  Lascia un commento

Ai meno distratti non sarà sfuggito il polverone che è stato sollevato giovedì mattina da una serie infinita di cinguettii che hanno invaso la rete dopo che il sito WardsAuto aveva scritto che «l’Alfa Romeo sarebbe oggetto di discussioni tra Fiat e Audi». Il sito, che citava imprecisate «fonti affidabili a Torino e Ingolstadt», scriveva che «la vendita di Alfa all’Audi potrebbe essere vicina» e aggiungeva che le trattative riguarderebbero anche la fabbrica di Pomigliano, attualmente riconvertita dalla produzione di Alfa a quella delle Fiat Panda. L’articolo – che inseriva anche Magneti Marelli tra gli oggetti della trattativa – ha quindi sollevato  un immediato polverone mediatico fino alla smentita ufficiale da parte di Fiat che è apparsa anche sul sito di Quattroruote.

La domanda che viene spontanea è perché periodicamente queste cosa accadano. Perché piani ufficiali già comunicati, piani di lavoro già iniziati, vengono regolarmente aggirati con informazioni a sorpresa. E, soprattutto, chi può avere interesse a mettere in giro certe chiacchiere?

Non è ovviamente facile dare una risposta univoca; quello che è certo è che da fuori non possono sfuggire alcune ripetute sfumature. In casa tedesca, per esempio, tornare sull’argomento diverte sempre. Battute del tipo “A noi il rosso è un colore che piace molto” non mancano mai, poi se però uno prova a far dire a una fonte ufficiale che cosa significhi una illazione del genere, la risposta pronta che arriva sempre è del tipo ”La Ducati non è forse rossa?”.

Si potrebbe andare avanti all’infinito perché il ritornello attizza, specie quando si sa con certezza che la zizzania agita la concorrenza. Così quando uno fa i complimenti al super capo del design del Gruppo Vw per essere l’unico al mondo ad aver collezionato quattro vetture che hanno vinto il premio Car of the Year, lui prontamente precisa che è successo “Due volte con l’Alfa Romeo e due volte con la Vw”. Una puntualizzazione estremamente corretta che stimola la conseguente domanda provocatoria: “E la prossima sarà di nuovo un’Alfa?”. Qui ci si può allora attendere un “No, con l’Alfa non è più possibile perché io non tornerò a lavorare in Fiat” oppure un prevedibile, corretto ma misterioso “No comment”. Ecco, circondato da un sorriso a 32 denti, arriva sempre il “No comment” che ognuno può interpretare come preferisce optando per le possibilità “Chi può dirlo? Nella vita mai dire mai” oppure “Perché no? Metti mai che noi si comperi davvero l’Alfa Romeo” oppure ancora “Non sono autorizzato a parlare di queste cose perché non voglio generare equivoci”. Insomma, tutto e il contrario di tutto.

La verità è che l’argomento interessa perché tocca il cuore. Così, ad ogni accenno si scatena un putiferio che fa parlare, discutere, imbestialire, smentire, inveire, in maniera direttamente proporzionale alle varie sensibilità.

Ma c’è anche un altro aspetto che nessuno prende mai in considerazione, ma che non è mai secondario: giovedì scorso, a metà mattina, non appena è uscita l’ennesima voce di cessione del marchio, il titolo Fiat ha avuto un breve scossone in Borsa, balzando in pochi minuti a 4,3 euro per poi assestarsi altrettanto rapidamente tra 4,15 e 4,2,  finché poi  la voce non è stata smentita, e il titolo Fiat ha chiuso la seduta in calo (-0,3% a 4,15 euro).

Proviamo allora ad immaginare un grande speculatore che, nel giro di pochi minuti (oggi le Borse viaggiano alla velocità della luce), magari non del tutto all’oscuro che un media avrebbe rilanciato questa ipotesi di cambio di proprietà, avesse investito qualche milione e subito dopo disinvestito, quanto avrebbe potuto intascare nel tempo che noi umani avremmo impiegato per berci una caffè? Ovviamente, se “avesse saputo” si parlerebbe di aggiotaggio, e questo è contro la legge, però però.

Una tragedia con scuse imbarazzanti

marzo 26, 2013  |  Senza categoria  |  55 Commenti  |  Lascia un commento

Sul Messaggero, l’importante quotidiano romano, è apparso questo agghiacciante articolo: “Tragedia a notte fonda a Testaccio. Due giovani hanno investito uno straniero, quindi hanno inserito la retromarcia passando con l’auto sopra il corpo della persona rimasta a terra, poi si sono dati alla fuga. La vittima versa in gravi condizioni in ospedale. Un gesto folle a sentire gli investigatori: un tentato omicidio senza nessuna spiegazione plausibile, senza un movente. A commetterlo due ragazzi di 22 anni, romani. Questa la ricostruzione degli investigatori. I due ragazzi dopo la serata in un locale notturno, sono saliti su una Chevrolet. Uno dei due ha messo in moto e ha iniziato la manovra per uscire dal parcheggio. A questo punto con l’auto ha investito un marocchino di 37 anni. Lo straniero è caduto a terra dolorante. Ma ai testimoni è sembrato un investimento di poco conto. Invece subito dopo c’è stata la manovra folle, senza senso. Il ragazzo al volante della Chevrolet ha inserito la retromarcia per farsi largo e uscire dal parcheggio. L’auto ha travolto il marocchino: le ruote gli sono passate sopra. «Non mi sono reso conto di quello che ho combinato – ha raccontato disperato ai carabinieri il guidatore-. Ricordo che ho investito quell’uomo, mi sono spaventato ho fatto retromarcia». Versione che ai carabinieri sembra credibile”.

Sono senza parole, perché episodi del genere, di mala guida, ma anche di mala coscienza, sono all’ordine del giorno, specchio di un malessere generalizzato. A giudicare da molti incidenti che si contano sulle strade, si sta evidenziando una grande distonia tra la ricerca di sicurezza attiva e passiva e l’uso sempre più distratto, per non dire disinvolto, che troppi fanno dell’automobile; come se non si trattasse di un mezzo di cui avere rispetto e con cui occorre portare rispetto. Ormai si ha la sensazione che a fronte di un sensibile calo dei morti e dei feriti, l’incidenza di quelli che si sarebbero potuti evitare attraverso un uso più appropriato del mezzo meccanico sia troppo rilevante. Hai voglia di mettere ABS e airbags, sensori di bordo e guardrail, se poi il guidatore pensa ad altro, non è cosciente di quello che sta facendo. Come si fa a a urtare  una persona e poi passarci sopra senza essersi accorti di nulla? Ai carabinieri sembrerà anche credibile, a me proprio no. Specie se l’auto andava piano come non potrebbe essere diversamente uscendo da un posteggio.

I soli segmenti che tirano in Europa

marzo 21, 2013  |  Senza categoria  |  84 Commenti  |  Lascia un commento

In questi giorni sono usciti i numeri finali del mercato europeo per l’anno 2012, divisi nelle 23 sottocategorie in cui tutti i vari modelli di auto vengono raggruppati, dalle “minicar” alle cosiddette “esotiche” e la lettura dei dati suggerisce qualche considerazione che vi sottopongo.

Il mercato aveva chiuso con un -8% che pareva un punto troppo basso per essere vero ma che i dati 2013 confermano e peggiorano, eppure in quel quadro per nulla tranquillizzante tre categorie hanno comunque funzionato, per quanto solo 3 su 23. Si tratta delle “compact premium” ( lista guidata dalla Bmw Serie 1 e seguita per top 5, da Audi A3, Mercedes classe B, Mercedes classe A e AR Giulietta) che hanno fatto segnare un buon +9%; poi si passa alle “SUV medie” (Vw Tiguan, Hyundai ix35, Kia Sportage, Ford Kuga e Honda CR-V) che segnano un ancor più interessante +15%; infine ci sono le “SUV medie premium” (Audi Q3, Bmw X3, Bmw X1, Audi Q5 e Range Rover Evoque) che staccano addirittura un +24% che è sensazionale se paragonato al disastro generale.

La prima sintesi è che l’area di prezzo che pare reggere in un certo qual modo meglio è quella che sta tra i 25-50 mila euro ma limitatamente a vetture che non vogliono dare troppo nell’occhio. Cioè niente berlinone o sportive dal costo accessibile, ma sì a vetture spesso molto accessoriate e con dimensioni al massimo sui 4,5 metri. Bocciate quindi le “SUV piccole” e le “SUV grandi”, bocciate anche le vetture di basso prezzo e pure le Premium in generale, stroncati i Minivan di tutte le dimensioni (che andavano bene qualche tempo fa) e pure le varie Coupé, spider, convertibili che siano.

Se questa tendenza si dovesse confermare, per i costruttori sarebbero davvero problemi grossi perché non si possono produrre auto soltanto così, anche se tutti lo vorrebbero perché si tratta di mezzi che in proporzione sono quelli a più alto rendimento, quasi a dire che il cuore porta dove i produttori fanno i soldi. Generosità inconscia o scelte davvero motivate?

La Vw diventerà cinese di… fatto?

marzo 15, 2013  |  Senza categoria  |  77 Commenti  |  Lascia un commento

Ha ancora senso parlare di marchi automobilistici individuandoli per nazionalità? Per il DNA, le origini storiche e per il quartier generale forse sì, per il resto il concetto si frantuma in mille rivoli. Se si prende ad esempio la Toyota,  primo costruttore al mondo, la maggior parte della sua produzione è fuori dal Giappone, eppur con ciò la sua “giapponesità” è molto spiccata. Lo è molto di meno l’”americanità” della General Motors, percepita in modo spiccato dentro gli States, mentre è molto sfumata al di fuori dei confini a stelle e strisce. L’Opel per gli europei è tedesca, la Vauxhall (gemella della Opel) è britannica, le Chevrolet dai prezzi più accessibili sono considerate coreane e la Holden sa di australiano. Di fatto la differenza all’interno dei due Gruppi leader nel mondo si spiega bene con il fatto che la Toyota abita il mondo ma è quasi esclusivamente una marca unica (la Lexus, peraltro, è più percepita come americana piuttosto che giapponese), mentre la General Motors è da sempre un’unione di più brand tanto è vero che un’automobile GM di per sé non esiste.

C’è poi il caso del terzo contendente alla lotta per il primato assoluto, il Gruppo Volkswagen, che sta diventando un caso a sé. Fino ad oggi non ci possono essere dubbi che si tratti di un Gruppo tedesco. Le sue stimmate sono così forti che spesso ci sono tensioni in Lamborghini, dove difendono con orgoglio la loro italianità e debbono continuamente scontrarsi con la convinzione ormai diffusa che a tutti gli effetti si tratti di una produzione tedesca fabbricata all’estero. Tutto questo è comunque vero oggi, ma domani?

Il dubbio viene dopo gli annunci fatti dal numero uno del Gruppo, Martin Winterkorn, che in occasione della presentazione del bilancio (sontuoso) del 2012 ha annunciato i piani per i prossimi anni. In particolare ha destato scalpore il progetto di costruire in tempi brevissimo altri 7 (!) stabilimenti in Cina che vanno ad aggiungersi agli 11 già esistenti. Una programmazione che farà sì che nel 2018 (anno previsto per la conquista del primo posto nella classifica mondiale dei produttori) su 10 milioni di auto prodotte, ben 4 milioni saranno fabbricatenell’ex impero di Mao. Ora se un Gruppo  fabbrica il 40% delle sue automobili in un paese solo, polverizzando il resto della sua produzione in altri 100 stabilimenti sparsi per i 5 continenti, potrà definirsi ancora tedesco? O diventa cinese con però origini, DNA e quartier generale in Germania. In assoluto è una questione di lana caprina, ma in questo secolo quante mutazioni genetiche andremo ad affrontare e quanti dubbi ci verranno?

Via alla F1 dove nessuno pare pensa di vincere in Australia…

marzo 13, 2013  |  Senza categoria  |  37 Commenti  |  Lascia un commento

Questa vigilia del mondiale F1 è davvero curiosa perché suggerisce una domanda estremamente provocatoria: qualcuno che punta a vincere c’è? Già, perché sentendo gli umori, e leggendo le dichiarazioni sui giornali, pare che a tutti vada bene  non uscire clamorosamente sconfitti, tanto poi per vincere ci sarà tempo.

Ha cominciato la Ferrari, che nei test non è andata per niente male, a mettere le mani avanti. La sintesi delle varie uscite di Alonso, di Massa de del presidente Montezemolo è all’insegna della grande prudenza: andiamo molto meglio di un anno fa, siamo molto più vicini in  condizioni da qualifica, l’affidabilità si è confermata, ci manca poco, ecc. ecc.

Anche uno che di solito si nasconde poco, come Lewis Hamilton ha dichiarato all’Indipendent che metterebbe la firma a terminare sul gradino più basso del podio. La sua monoposto è stata la regina delle prove invernali percorrendo tanta strada e segnando temponi a raffica. Dati fasulli?

Ed eccoci alla McLaren dove musi lunghi si accompagnano a bocche cucite. Una mia gola profonda si è fatta però scappare che solo la pioggia potrebbe dare una mano, perché dai dati raccolti hanno visto che l’auto manca di velocità di punta. Non va male, questo no,ma a un certo punto si plafona. Siamo oggi la terza forza, ha concluso, ma dietro a chi nemmeno lui lo ha saputo dire.

Rimane la Red Bull che tutti temono per il passo gara. Ma soltanto per quello, perché di vere zampate  in condizioni da qualifica non le ha date, e nemmeno le ha provate con convinzione. Webber ha chiarito che saranno della partita e nulla di più, Vettel ha aggiunto che il vero potenziale si potrà vedere strada facendo perché quella è la loro filosofia. In pratica ha messo anche lui le mani avanti, perché se anche non dovesse arrivare la vittoria in Australia, saranno poi le gare a venire a stabilire i veri valori.

Ci portiamo così ad un’apertura di stagione con la paradossale situazione che tutti pensano di non vincere, ma comunque di non essere molto lontani dai rivali. Così a noi spettatori cresce ancor più la curiosità per questo salto nel buio partendo dall’unico punto fermo: nelle ultime quattro edizioni ha trionfato 3 volte Jenson Button. Almeno lui dica apertamente che punta a vincere, McLaren o meno al top delle prestazioni. Sennò che gusto c’è a partire senza un favorito, ma con 22 che si nascondono.

Dalle pause in meno al lavoro in più, e con i salari congelati…

marzo 8, 2013  |  Senza categoria  |  66 Commenti  |  Lascia un commento

Dalla Stampa di oggi, venerdì 8 marzo, ecco queste righe che faranno sobbalzare qualcuno sulla sedia; ma questa pare oramai una via segnata a cui, prima o poi, bisognerà fare buon viso a cattivo gioco:

“Accordo fatto in casa Renault: la maison non delocalizza la produzione dalla Francia e anzi l’aumenta, i dipendenti accettano il gelo dei salari per il 2013 e di lavorare di più. Hanno detto sì già due sindacati su quattro, la CfeCgc e Fo, che rappresentano insieme il 45,3% dei lavoratori. La Cfdt si pronuncerà fra poco ma non è pregiudizialmente ostile e quindi l’unico sindacato a dire certamente di no come al solito sarà la Cgt, la Cgil francese. Per la Renault, che attraversa una crisi terribile, con il 2012 chiuso con un calo delle vendite in Europa del 22,5%, è un successo. Ma anche per il governo socialista. Mercoledì il titolare del Lavoro, Michel Sapin, ha presentato al Consiglio dei ministri il progetto che trasforma in legge il laborioso accordo strappato alle parti sociali e che importa da questa parte del Reno il modello tedesco di maggior flessibilità in cambio della sicurezza dell’impiego”.

Dalla riduzione delle pause, quindi, al congelamento dei salari. Il prossimo passo potrebbe essere un orario di lavoro sempre più flessibile e in sintesi meno retribuito. Ma alle porte, aspettando i cinesi, ci sono i coreani da combattere, i veri emergenti sul mercato mondiale, che hanno turni di lavoro di 10 ore al giorno e una sola settimana di ferie all’anno. Offrono qualità superiore e la propongono a prezzi inferiori, abbinati a una garanzia molto più lunga. Per difendersi gli europei che cosa dovrebbero fare: non acquistare prodotti più convenienti (e quindi farsi un dispetto) oppure accettare la sfida ponendosi sullo stesso piano produttivo? Il tema che da noi affiora adesso, è da un po’ di grande attualità anche in Germania dove non è tutto oro quel che luccica, tanto più che la storia racconta che negli anni ’90 per rispondere al calo della domanda l’orario di lavoro era stato si diminuito a 28 ore , ma anche lo stipendio era stato diminuito del 20%, mentre nel 2006 si era poi fatto l’opposto, ovvero si è aumentato l’orario di lavoro riportandolo a 35 ore settimanali  pur a parità di  stipendio. In più,  per i neoassunti dal 2001 l’orario arriva anche a 42 ore con salario sempre diminuito del 20%.

In parole provere, ci si industria come si può per non venire travolti, e con una sola chiara prospettiva: abbiamo attraversato anni di crescita sociale e di benessere che non ritroveremo più.