Archive for luglio, 2013

Le coupé davvero non piacciono più

luglio 30, 2013  |  Senza categoria  |  255 Commenti  |  Lascia un commento

E’ di questi giorni la notizia che la Nissan ha deciso di cancellare dai suoi piani la versione coupé della sua Altima, un modello che va per la maggiore sul mercato americano eccezion fatta che per la versione più sportiva di cui se ne sono venduti appena 20 mila esemplari nel 2012 a fronte di 280 mila nelle altre declinazioni.

Dietro questa scelta c’è la presa d’atto che proprio le versioni coupé stanno trovando mille difficoltà in tutto il pianeta, una realtà che in Europa, e addirittura in Italia dove un tempo lontano piacevano tanto, sta toccando livelli disperanti.

Il caso delle recentissime Toyota GT86 e Subaru BRZ è quanto mai sotto gli occhi di tutti. Si tratta di due automobili perfettamente riuscite sia sotto il profilo prestazionale che su quello di un prezzo di listino molto accessibile, accolte con tanto entusiasmo da frotte di appassionati che hanno invaso i forum e gridato ad alta voce il loro “finalmente!”.

A un anno di distanza la delusione delle due Case è invece grande: lo sforzo fatto per rinverdire fasti passati è andato a cozzare con un disinteresse effettivo a dispetto di una volontà a lungo manifestata. Chi segue le storie dei motori sa di quante volte si è reclamato affinché le Case mettessero in produzione delle vetture sportive capaci di eccitare fette ben più larghe di acquirenti rispetto ai soliti ricconi che si possono permettere ogni capriccio. Chi è più attento avrà letto tanti appelli del tipo “se ci fosse un’auto divertente, capace di emozionare, con la trazione dietro e un costo sotto i 30 mila euro me la farei di corsa…”.

Questo è accaduto, ma i numeri sono impietosi. Da inizio anno a tutto giugno sono state immatricolate 26 Subaru e 123 Toyota, cifre che fanno rabbrividire e umiliano gli sforzi di chi ha provato ad accontentare una richiesta che peraltro pareva generalizzata.

La colpa non è ovviamente dei mancati clienti e la crisi economica è la prima risposta che viene in mente; in realtà è proprio questa concezione di vettura ad essere uscita dagli schemi mentali dei nuovi automobilisti, che a parole sognano bolidi accessibili, ma nell’intimo privilegiano altre necessità. Se oggi si vendono soltanto SUV oppure, in minor quantità, le piccole monovolume, significa che a vincere sono esigenze pratiche. L’acquisto di un’auto comporta un impegnativo investimento di denaro ed è finita l’epoca del piacere emozionale che non è più la prima motivazione d’acquisto e nemmeno la seconda e probabilmente nemmeno la terza.

I più avanti nell’età sognano sempre un ritorno delle Gta, delle Fulvia Coupé, delle Clio Williams, ma al dunque sono poi i primi a orientarsi su altri modelli, meno fascinosi ma più coerenti con gli odierni stili di vita. Un peccato, perché se uno si fa un giretto su una GT86 o su una BRZ poi non vorrebbe più scendere in quanto, anche andando pianissimo, si riscopre il gusto dell’adrenalina alle stelle. Però s’è definitivamentechiusa una porta, e probabilmente i costruttori non ci cascheranno più. Il tempo delle coupé dal prezzo abbordabile pare proprio finito.

Bei tipi, quei due sconosciuti che…

luglio 23, 2013  |  Senza categoria  |  52 Commenti  |  Lascia un commento

Sono passati 40 anni, in questi giorni, dall’ultima apparizione in gara di Sir Francis Samuelson, baronetto di Bodicote; e in Gran Bretagna, nel giro dei club storici, c’è stato un grosso fermento. Giustamente voi vi chiederete il perché, e soprattutto perché se ne parli qui, in un blog di solito poco dedicato alle competizioni e men che meno a cose del tempo andato.

La ragione ve la spiego in fretta e sono certo che il tema, strada facendo, vi incuriosirà.  Francis Samuelson, assieme a un altro sconosciuto pilota, Michael Christie, sono due leggende nel Regno Unito non perché hanno vinto titoli mondiali a raffica o perché hanno perso la vita durante una corsa o ancora, men che meno, perché hanno guidato per le marche più importanti, bensì perché sono stati capaci di due imprese che hanno segnato il petto degli appassionati di un paese che alle competizioni ha sempre saputo guardare con un occhio (e con un cuore) capace di andare ben oltre il tifo oppure ai titoloni dei giornali.

Eccoci allora a Francis Samuelson: nato nel lontano 1890, è stato tra i primi a buttarsi nel giro delle corse sin da giovanissimo iniziando con le cycle cars nel 1908 e addirittura ha corso la sua prima gara all’estero in occasione del suo viaggio di nozze in Francia. Ebbene, lui rimane l’unico al mondo che ha potuto vantarsi di aver gareggiato ben prima della Grande Guerra e di aver gareggiato ben dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Le statistiche riportano la sua ultima apparizione proprio 40 anni fa, nel 1973, a 83 anni compiuti! Morirà a 91 anni nel suo letto, a un’età molto tarda per l’epoca pur avendo attraversato oltre sessant’anni di competizioni in evoluzione continua correndo ovunque e con ogni tipo di vettura.

Michael Christie, invece, vanta un record anche questo probabilmente imbattibile: nella cronoscalata “Rest an be Thankful”, il 3 luglio 1954, salì tre volte con tre vetture differenti (una Cooper sovralimentata, una Cooper aspirata e una E.R.A. due litri)  riuscendo nell’incredibile impresa di classificarsi contemporaneamente primo, secondo e terzo assoluto!

Dunque due piloti non di prima linea ma assolutamente leggendari, di quelli che di là della Manica fanno battere il cuore e che, molto probabilmente, da noi sarebbero da tempo nell’oblio perché se non sei la Ferrari non conti nulla. Capisco l’entusiasmo dei britannici perché, a mio modo, mi sento come loro, grato a chi ha compiuto qualche cosa di speciale anche se non ha goduto dei riflettori che avrebbe meritato.

Chi punta sui guardrail per fare soldi…

luglio 16, 2013  |  Senza categoria  |  79 Commenti  |  Lascia un commento

Una fonte, di quelle che di solito non danno storte, mi mette sull’avviso:”Sta attento a quello che si sta muovendo sull’onda di movimenti d’opinione”.

Arriccio la fronte mostrando di non capire dov’è che si vuole andare a parare.

“Hai presente la battaglia che sta montando sui guardrail che mozzano la testa ai motociclisti?”.

Ovviamente annuisco.

“Il problema dei guardrail poco sicuri, perché senza la terza lama che arriva fino a terra, è reale. Ma dietro c’è chi ci sta marciando. Mi spiego meglio: è indubbio che sulle strade comunali, provinciali e persino extraurbane il problema esiste. Anzi, diciamo pure che è un problemone”.

Allora?

“Allora si sta alzando un grande polverone affinché vi si ponga rimedio. E una volta che l’opinione pubblica si sarà ben convinta, e comincerà a sua volta a fare pressione, si punterà a una modifica del codice della strada o comunque a una direttiva che imporrà su tutte le strade l’adozione dei nuovi costosi guardrail”.

Ancora, allora?

“Chi spinge usando la preoccupazione dell’opinione pubblica, non soltanto quella dei motociclisti, ha un obiettivo preciso: arrivare a tutte le strade. Comprese soprattutto le autostrade. Cioè anche quelle arterie dove il problema di fatto non esiste o è del tutto marginale. In autostrada infatti incidenti di questo tipo non ne avvengono sia per il tipo di raggi di curvatura, sempre molto ampi, che per la presenza di un asfalto migliore e su cui i centauri non scivolano; semmai vanno a sbattere, ma questa è un’altra dinamica”.

Quindi?

“Quindi sulle autostrade un costo così alto di adeguamento non serve proprio, e quei denari sarebbe meglio usarli in altra maniera. Ma perché chi spinge vuole assolutamente inglobare nella normativa le autostrade?”.

Perché?

“Perché c’è una lobby che conta di fare grossi affari con questi lavori e sa bene dov’è che ci sono i soldi. Si paventa il grande pericolo sulle strade comuni, si arriva a una regola che deve valere per tutte le strade, poi si mette in conto che Comuni, Province e Anas non avranno mai i quattrini per fare i lavori e si recupera lo sforzo mungendo chi ha le concessioni delle varie autostrade contando sul fatto che, trattandosi di privati, non potranno sottrarsi”.

Insomma si parte da un problema sociale per arrivare a un lucro di enorme portata, poco conta dove lo si potrà realizzare?

“Ecco perché ti dico di stare attento. Poi mi saprai dire…”.

Come dev’essere difficile pensare in grande

luglio 13, 2013  |  Senza categoria  |  36 Commenti  |  Lascia un commento

Ma quanto è piccola l’Italia nel panorama mondiale. Noi viviamo in questo meraviglioso paese e ci sembra sempre di essere al centro dell’universo, poi accade che uno parla con un responsabile a capo di una multinazionale che opera qui e lui ti spiega quanto è difficile far capire ai suoi superiori le esigenze che ha, e che sul nostro mercato pretenderebbe di risolvere. Quelli che comandano nel quartier generale hanno una visione giocoforza allargata e non capiscono perché questo area-manager si sbatta tanto: aiutarlo complicherebbe soltanto le cose su scala mondiale, perché un piccolo vantaggio locale sarebbe alla fine soltanto una tortuosità inutile.
Siamo un paese importante, ma ormai marginale sul grande scacchiere dei numeri, e ne ho appena avuto una conferma guardando il ranking assoluto dei singoli marchi di auto (non Gruppi, quindi) più venduti. E lì ho letto il nome Wuling che nemmeno mi passava nell’anticamera del cervello, che nemmeno appare nella gran parte delle enciclopedie dedicate all’automobile.
Ovviamente è una marca cinese, che opera sia sul suo mercato che in Sudamerica. Sapete come s’è classificata per vendite la Wuling nel 2012? Al 12. posto, con una quota del 2% del totale globale. Per capirci, subito dietro alla Renault che segue di poco la Fiat, e ben davanti a Bmw, Mercedes, Peugeot, Audi, Citroen e Opel (limitando la lista a marchi europei che sono mescolati a brand americani e giapponesi).
Non so voi, ma a me la cosa ha abbastanza sconvolto e ho provato a mettermi nei panni di un numero uno che ha davanti a sé il mappamondo e deve prendere delle decisioni, studiare delle strategie, attuare tattiche nel breve, con tutti i report che riportano le criticità locali da risolvere. Questo vale per l’auto, ma si allarga ovviamente a tutti gli altri settori industriali o merceologici.
“Occhio alla Wuling, capo! Tra un po’ ci acchiappa”.
Buonanotte. Proprio vero che ognuno deve fare il suo mestiere…

Dove e come vendere le automobili oggi

luglio 9, 2013  |  Senza categoria  |  102 Commenti  |  Lascia un commento

La crisi del mercato dell’auto, delle cui ragioni non sto a riparlare qui perché sono già state dibattute più volte, mi ha fatto pensare una volta di più se ci possono mai essere dei canali alternativi di vendita a quello classico dei concessionari in giro per il paese.

Che cosa insegna la storia? Intanto che già tra il 1916 e il 1924 due marche americane, la Birch e la Bush, vendettero le loro automobili esclusivamente via posta. Erano avanti anni luce come spirito d’iniziativa, ma evidentemente non sfondarono perché già allora la gente prima di comperare una vettura voleva toccarla con mano.

Sono poi passati una sessantina d’anni aspettando che i vari produttori provassero altre vie, e naturalmente tutto è sempre partito dagli States. La rete pareva una grossa opportunità: via internet, in un mondo in cui tutti sanno tutto, si poteva scegliere e ordinare con grande velocità. Anche i prezzi erano chiari e così i tempi di consegna. Ma pure questo non ha funzionato.

E’ stata quindi la volta dei grandi magazzini: l’auto esposta in un centro commerciale ed acquistata in loco, come un etto di mortadella. Bell’idea che ha brillato di luce propria per poche stagioni, poi ha presentato più complicazioni che vantaggi.

Persino la luminosa intuizione di un avveduto manager di Mercedes Italia, Maurizio Alagna,  è durata come neve al sole. All’inizio di questo millennio lui aveva messo in piedi una a una cooperazione con Banca di Roma che, forte dei suoi 1200 sportelli in tutta Italia, aveva permesso di “parlare” a tutti i suoi utenti della nuova Smart, offrendo inoltre, e per la prima volta, una brillante opportunità di acquisto grazie ad un’ innovativa formula che non prevede alcun anticipo. Benissimo per un po’, poi tutto finito.

Morale: si ricade sempre sulla tradizionale rete di vendita. Bistrattata, non sempre al passo con i tempi, talvolta con personale che non soddisfa le esigenze e le aspettative del cliente, ma ancora il modo migliore per commercializzare le automobili anche se i cervelloni del marketing sono sempre lì a studiare nuovi modi, più congeniali, più efficaci e più attraenti, senza cavare un ragno da un buco. Voi avete qualche idea da suggerire?

 

E la Corvette fa 60

luglio 1, 2013  |  Senza categoria  |  64 Commenti  |  Lascia un commento

Il 30 giugno del 1953 la prima Chevrolet Corvette uscì dalla catena di montaggio mai immaginando che sarebbe diventata un’auto icona, una di quelle vetture capaci di scrivere la storia. Da quel giorno sono volati 60 anni e l’auto sta diventando immortale. I numeri, che danno sempre un senso alle cose, dicono che ne sono già state vendute oltre un milione e mezzo (1.560.000 per l’esattezza), cifra stratosferica per un bolide non certo alla portata di tutte le tasche.
Nel suo primo anno di vita le auto furono prodotte esclusivamente colorate di bianco con gli interni in pelle rossa, mentre per i primi 10 anni fu costruita esclusivamente in versione scoperta. Per lungo tempo è stata l’auto delle celebrità a stelle e strisce, ma la sua lunga esistenza la fa ricordare per le grandi imprese sportive, in particolare a Le Mans dove ha vinto tante volte nella sua categoria, spesso battendo le Ferrari, fatto che negli Stati Uniti dava un ritorno commerciale di grande portata.
Ovviamente per chi ha troppe primavere sulle spalle il solo nominarla fa scattare sull’attenti e non può essere diversamente perché si tratta di un modello a suo modo molto sobrio nonostante le sue prestazioni eccezionali e una faccia aggressiva. Il fatto che con il passare dei decenni sia riuscita ad imporre il suo nome come marchio, ormai si parla di Corvette e non più di Chevrolet così come era successo in fretta per le Mini e come sta accadendo nel mondo con la 500 che fa storia a sè, testimonia se mai c’è ne fosse bisogno di un prestigio assoluto.
Di questi tempi grigi, con le auto che si trascinano sui mercati europei con grande difficoltà e troppo disincanto, la Corvette parla di passione. Vettura non utile e non per tutti, però che è tanto bello che sia nata così, sia vissuta così e che continui ancora per tanto a far sospirare anche chi non se la vorrà/potrà mai permettere.