Archive for ottobre, 2014

Quando in auto o in moto potevamo girare il mondo

ottobre 28, 2014  |  Senza categoria  |  53 Commenti  |  Lascia un commento


Ma oggi siamo più ricchi o più poveri di ieri? La domanda non va considerata in un senso strettamente economico, e mi piacerebbe allargarla a tanti campi. Quello automobilistico, in particolare, perché ci riguarda da vicino.
Un anno fa a Quattroruote volevamo provare a battere il record della Fiat Campagnola alla Algeri – Città del Capo. Un primato vecchissimo (1952) che sulla carta sarebbe oggi una passeggiata con una Panda 4×4. In realtà è impossibile riuscirci perché il Continente nero si è diviso in tanti stati, molti dei quali oggi estremamente turbolenti, con confini pieni di lungaggini burocratiche da espletare. Insomma, a conti fatti, è un’impresa impossibile.
Ma chi, non più giovane, ricorda i viaggi di sogno della sua età scapigliata, si accorge che adesso è diventato tutto impossibile. C’era chi andava a Kabul in Lambretta, chi esplorava tutta l’Asia Minore fino ad Aleppo; addirittura per il lancio di una vettura Renault a fine anni ’80 ci portarono nello Yemen del Nord partendo da San’a fino al deserto di Rub al-Kali. Ero poi in Libano a seguire il locale rally nel 1979 quando ricominciò la guerra e la gara si corse sotto i bombardamenti, e le spedizioni di ogni genere nel Sahara erano occasioni da non mancare.
Ecco, tutto questo adesso è diventato impossibile. Libia, Egitto, Tunisia, mete classiche per escursioni alla portata di (quasi) tutti, oggi sono quasi sempre vietate. Le rivolte e le guerre che si moltiplicano giorno dopo giorno ci hanno tolto il viaggiare “attraverso” a favore del viaggiare “trasvolando”. Marco Polo raggiungeva la Cina a piedi, a noi non è più concesso di farlo. Certo, in aereo a Shanghai o a Pechino ci arriviamo in un attimo, ma non è la stessa cosa. Ci perdiamo Bagdad, Bassora, Ormuz, Samarcanda e via di mete esotiche ormai diventate sogni proibiti. Anche in questo la mia generazione è stata più ricca rispetto a quelle più giovani: potevamo vedere con gli occhi quello che i ragazzi oggi possono immaginare solo attraverso filmati. In molti casi ci parevano viaggi da poveretti, su mezzi provvisori e alloggi di fortuna. Eravamo invece fortunati perché automobili improbabili o motorette in fin di vita ci portavano esplorare civiltà che adesso si possono soltanto studiare a casa. Mica piccola la differenza.

Quei ciclisti che sfrecciano sulle strisce pedonali

ottobre 23, 2014  |  Senza categoria  |  88 Commenti  |  Lascia un commento

Ormai da 20 giorni mi trovo, purtroppo non per piacere, a girare per la città di Parma, e una cosa mi sconcerta ogni volta di più: l’abitudine consolidata dei suoi abitanti ad attraversare le strade in bicicletta, e pure ad andatura sostenuta, sulle strisce pedonali.
Lo fanno tutti, con rarissime eccezioni, e ne deduco che sia diventata una cattiva regola.
Il codice della strada al riguardo è molto chiaro: chi è munito di bicicletta deve percorrere le strisce pedonali a piedi con la bici a mano. Una regola precisa che non ammette eccezioni, e il motivo è di esclusiva sicurezza per i ciclisti.
Succede infatti che la velocità di percorrenza delle due ruote è decisamente più rapida di quella di un pedone e così pure lo spazio occupato in maniera trasversale al flusso del traffico.
Qualcuno, sbagliando, obbietterà: peggio per loro se vengono investiti. Ma non è così per due precise ragioni. La prima è che non è mai bene se qualcuno viene travolto da un mezzo molto più pesante e quindi pericolosamente offensivo, la seconda è che per un automobilista sarà sempre difficile cavarsela senza conseguenze anche se è dalla parte della ragione (che rimane una magra consolazione).
Il problema, va ribadito, è molto serio perché i tempi d’arresto si complicano anche se si viaggia a velocità di codice della strada. Un conto infatti è vedere un pedone e calcolare il proprio tempo di reazione, il suo tempo di reazione, e recepirne la velocità, un conto è farlo con una due ruote che sfreccia e può attraversare la strada in un quinto del tempo di uno che va a piedi.
Sono da molti anni molto solidale verso chi va in bicicletta (anche se sono stato tanto attaccato perché a suo mi sono dichiarato convinto sostenitore dell’uso del casco anche per i mezzi a pedali); credo infatti che molti lo facciano per necessità e molti altri per una sincera benemerita convinzione ambientalista. In entrambi i casi sono nel giusto, e chi va in auto dovrebbe avere verso di loro il massimo rispetto e la massima cautela.
Però bisogna che lo stesso avvenga anche dal lato opposto, e vi assicuro che vedersi tagliata la strada da un ciclista che non guarda a chi arriva, perché si crede protetto dalle zebre che calpesta, è ogni volta un colpo al cuore.
Ma quegli stessi vigili colpevoli che non fermano e non multano mai chi guida senza cinture, chi viaggia attaccato al telefonino, chi non mette la freccia prima di svoltare, nemmeno si preoccupano di scoraggiare chi fa un uso disinvolto e pericoloso della bici. Non è una novità che ormai si facciano contravvenzioni esclusivamente attraverso sistemi elettronici di controllo (velocità, semaforo rosso, ingressi a zone a traffico limitato) oppure a vetture ferme in divieto di sosta. Però gli automobilisti pericolosi e i ciclisti a rischio sono un problema che non si può far sempre finta di non vedere.

L’auto ideale per chi macina chilometri

ottobre 16, 2014  |  Senza categoria  |  151 Commenti  |  Lascia un commento

In questo blog, ricco di appassionati con la A maiuscola, quasi sempre ci si perde in discussioni sulle automobili giudicando le stesse sul piano dell’estetica, delle prestazioni, della tecnica, a volte anche del prezzo. Quasi mai ci si pone il problema di chi una vettura la sceglie (o la deve scegliere) per soddisfare delle esigenze pratiche che vengono forzatamente prima delle caratteristiche di cui sopra.
C’è, per esempio, chi è condizionato dalle dimensioni del suo garage, magari prezioso perché sottocasa in una zona strategica, ma di vecchia costruzione e quindi pensato per veicoli un tempo molto più piccoli. Oppure c’è chi ha vincoli fisici: di piccola statura altrimenti di dimensioni fuori norma, problemi di vista la notte (il mio amico Lele, provati i fari allo Xeno, non vuole più una vettura che ne sia sprovvista), problemi di schiena (seduta alta, schienale rigido) e così via.
Infine ci sono quelli che in auto percorrono tanti chilometri, dai 40 mila in su ogni anno. Per molti di questi il confort a bordo, magari anche il cambio automatico, gli ausili alla guida (cruise control, segnalatori di sorpasso linee di corsia, controllori della distanza dal veicolo che li precede…) e tante altre diavolerie diventano irrinunciabili. Così come l’affidabilità, la robustezza, il piano di carico o anche la rosa concessa dall’azienda se si tratta di una vettura di servizio oppure di un benefit.
Ford Mondeo, Volkswagen Passat, Fiat Freemont, Peugeot 508 sono cavalli di battaglia preferiti da tanti mangiatori di chilometri. Dalla loro hanno dimensioni generose, prestazioni molto buone, consumi accettabili e persino prezzi abbordabili pur appartenendo a segmenti medio-alti.
Non so se vi siete mai posti il problema nell’ottica di consumare l’asfalto giorno dopo giorno. Se toccasse a voi una scelta con questa esigenza, su quale vettura vi tuffereste?

In difesa della Fiat Duna: basta con quel linciaggio che non muore mai

ottobre 9, 2014  |  Senza categoria  |  71 Commenti  |  Lascia un commento

Ci sono infortuni, nel senso di vetture che non hanno mai incontrato i favori del pubblico, il cui ricordo infelice non sbiadisce mai.
Ancora pochi giorni fa, durante un pranzo di lavoro, un commensale con un ruolo importante nel mondo dei motori, citava con il ben noto comune disprezzo la Fiat Duna: un’automobile eletta un po’ da tutti a simbolo delle vetture mal riuscite.
Vi sorprenderete, ma la cosa l’ho trovata decisamente ingiusta.
Nei miei tanti anni di mestiere ho avuto a che fare con catenacci mal funzionanti e con macchine dalle estetiche improbabili, robaccia inqualificabile ma dimenticata da tutti. La Duna no: ha vissuto in Europa appena quattro anni eppure si è ficcata nella memoria come il peggio del peggio.
Ma era davvero così brutta? No, non lo era, almeno in senso assoluto. Andava tanto male? Mah: non eccelleva e comunque non tradiva le modeste aspettative di chi se l’era portata a casa. Quale fu, dunque, la sua colpa più grande? Essere sta presa a zimbello dalla rivista satirica Cuore. Altra spiegazione, in tutta onestà, non la trovo.
Vi chiederete quindi se sono matto a difenderne il ricordo, domanda lecita quando una convinzione si radica del pensiero comune, ma io sono certo del contrario e proverò a spiegarmi. La Duna si presentò nel 1987, con la sua carrozzeria a tre volumi molto banale di figlia tardiva di modelli poco attraenti come la Ritmo e la 127 Panorama. Arrivava dal Brasile dove non è che di solito si producano auto molto all’avanguardia, pertanto si portava addosso un marchio di miseria costruttiva e questo le fu fatale.
Ma era forse peggio, che so, della prima Dacia Logan arrivata sul mercato 17 anni dopo? Esteticamente proprio no, meccanicamente nemmeno e nemmeno il sangue della Logan era molto più blu, arrivando la quest’ultima dalla Romania che, automobilisticamente, conta molto meno del Brasile.
Eppure nessuno si è scandalizzato all’epoca per quella Logan così poco attraente, senza servosterzo e con soluzioni poverissime pur con quasi vent’anni di meno sul groppone.
Anzi, molti si eccitarono per l’idea low cost di un’auto che, per di più, tra il prezzo annunciato al lancio internazionale e il suo prezzo nelle concessionarie italiane faceva ballare quasi il 50% (in più). Una boiata la Duna, una trovata geniale la Logan. Mistero.
Ho provato a citare proprio la Logan al mio compagno di tavola leggendo nei suoi occhi uno sguardo perso. Della fetentissima Duna ricordava tutto, della miserevole rumena nulla. Buon per la Dacia, che poi ha sfornato auto molto interessanti, gradevoli e di grande successo, ma è giustizia questa? E quante auto da dietro la lavagna sono arrivate sul mercato negli anni senza subire l’oltraggio patito dalla Duna, pur essendosi rivelate indiscutibilmente più brutte, meno efficaci e in certi casi pure più costose? A voi l’ardua sentenza.

Quelle auto che mai avremmo immaginato

ottobre 1, 2014  |  Senza categoria  |  112 Commenti  |  Lascia un commento

Partendo per Parigi, dove al solito le novità fioccheranno, ho provato a pensare se mai ci saranno automobili che un domani entreranno nella storia. In passato è successo e spesso lo si è capito con grande ritardo.
Peraltro, tra gli appassionati, Da una vita aleggia una sfiducia ingiustificata e tiene sempre banco il mantra che ormai le auto sono tutte uguali, sia dentro che fuori.
Niente è più sbagliato ma contro i luoghi comuni è quasi impossibile spuntarla. Così sono partito da un quarto di secolo fa, che non è un intervallo tanto lungo, e ho tentato di mettere in fila un po’ di vetture che nel 1990 mai ci saremmo immaginati di vedere sulle strade. Un elenco frettoloso che voi potrete allungare a piacere completando e arricchendo la mia veloce lista.
Sono partito dalla Toyota Prius, modello dai costi contenuti che ha aperto una via nuova per consumare di meno in città e migliorare allo stesso tempo l’ambiente. Chi avrebbe mai immaginato un’auto siffatta, oltretutto senza dimenticare il grande scetticismo con cui fu accolta.
Vado avanti con la Porsche Cayenne, simbolo per molti di arroganza al volante, ma pure una vera rivoluzione per la Casa di Stoccarda che sembrava essere incapace di tirare fuori qualcosa in grado di vendere quanto o più dell’immortale 911. Invece è arrivata una Suv per di più anche col motore a gasolio e quindi persino ibrida.
C’è poi il caso Tesla S, una vettura che è un concentrato di tecnologia e idee. È arrivata come un fulmine a ciel sereno sorprendendo tutti. Inimmaginabile nel 1990 credere che sarebbe nata un’auto elettrica, perfettamente funzionante e prestazionale, destinata a un pubblico molto abbiente invece che per un uso cittadino e di servizio.
Mi è venuta in mente anche la Ferrari FF. Venticinque anni fa il top era rappresentato dall’inarrivabile F40 e sfido chiunque a immaginarsi all’epoca un’auto del Cavallino con carrozzeria shooting brake, la trazione integrale, 200 CV in più dell’F40 è un costo, in proporzione, pari a un terzo.
E per chiudere metto la Jeep Renegade. Maddai, una Jeep che nasce in Italia, a Melfi per di più, con dimensioni contenute e un respiro addirittura mondiale! Me l’avessero detto allora, ma anche soltanto 5 anni fa, mi sarei scompisciati dalle risate, e con me tutti gli analisti. Invece è successo, perché il mondo non sta mai fermo e perché non c’è nulla più difficile che fare previsioni. Così, quando si pensa che non possa più accadere nulla, ecco che succede qualcosa, spesso qualcosa di grosso.