Archive for marzo, 2015

Ma non la chiameremo Giulia

marzo 22, 2015  |  Senza categoria  |  130 Commenti  |  Lascia un commento

Mancano appena tre mesi al lancio ufficiale della tanto attesa berlina Alfa Romeo che segnerà da un lato la ripartenza in grande stile del marchio, adesso nel cuore e al centro dell’interesse del Gruppo FCA, e dall’altro il rilancio dello stabilimento di Cassino sulla falsariga, si spera, di Melfi e di Pomigliano.
L’auto, che per anni abbiamo indicato come Giulia, senza troppe smentite dall’alto, adesso pare invece che non avrà questo nome, giudicato molto conosciuto ed amato in Italia, ma molto meno noto fuori dai confini e di difficile pronuncia con altri idiomi.
Un bene o un male? Leggo, navigando in rete, molti mugugni. Non mi sorprende: peraltro a suo tempo ce ne furono tanti anche per l’uso del nome Giulia, considerato un’offesa alla storia. Quando si va attorno a un marchio dalla vita soffertissima ma dal fascino incredibile, qualunque cosa si faccia si va ad urtare la suscettibilità di tanti. Dalle mie parti hanno coniato pure un termine per indicare questi personaggi che comunque evolvano le situazioni hanno sempre qualcosa da ridire, li chiamano “maigoduti”.
In realtà il tema del nome è molto marginale rispetto alla sostanza: la nuova arrivata dovrà infatti essere un’auto molto bella e ricca di contenuti. Su questo si giocherà molto del suo destino e lo stesso brand Alfa Romeo si gioca il futuro. Se si deve dar credito ai, pochissimi, spifferi che escono dal quartier generale, l’ottimismo è palpabile; e il fatto che il più convinto sembri essere proprio quell’Harald Wester che è a capo di tutto, e che sta già vivendo il grande successo di Maserati, tranquillizza abbastanza.
Poi, certo, se l’auto sarà fascinosa e marcerà fortissimo, se avrà motori d’avanguardia e interni all’altezza, a molti nostalgici dispiacerà non leggerci sopra un nome evocativo come Giulia. Un’auto che sommando anche tutte le sue varianti, oltre che spalmata su una produzione durata 15 anni, ha venduto appena un milione di esemplari che non sono di per sé il sogno di un produttore generalista; però il ricordo e forte e la memoria labile.
L’augurio è infatti che la nuova in arrivo non generi tutte le perplessità che la Giulia suscitò al suo debutto a causa della sua linea ben poco apprezzata dai più, per quanto poi rivalutata con il passare degli anni grazie anche alle magnifiche evoluzioni sportive come coupé.
Al riguardo ho ancora vivo un ricordo personale: mio padre era il più vecchio di 5 fratelli, e i più giovani gli portavano un grande rispetto con i maschi che gli davano peraltro del voi. Quando mio zio venne a fargli vedere il suo fresco acquisto, una Giulia 1300, era sulle spine temendo un giudizio negativo: “Che ve ne pare?”.
La risposta fu a mezza via: “Non è mica brutta, peccato che non le abbiano fatto la coda…”. Mio padre era molto all’antica, e per lui le automobili di categoria superiore dovevano avere le pinne o almeno accennarle, ma non era solo in quella convinzione. La Giulia, disegnata dal vento, aveva un grande CX per l’epoca ma uno scarso appeal. Ci sono voluti anni per farla entrare nel cuore pur essendo una vettura dalle prestazioni straordinarie, testimoniate dai grandi successi sportivi. E ci volle soprattutto la bellissima versione GT disegnata da Bertone a completare l’opera.
La mia speranza allora e che l’Alfa in arrivo abbia lo stesso successo nel tempo, ma numeri sin dall’inizio, molto più confortanti.In FCA ci scommettono, io incrocio le dita.

Quelle auto che hanno scandito i decenni della nostra vita

marzo 16, 2015  |  Senza categoria  |  21 Commenti  |  Lascia un commento

Pochi giorni fa la Fiat 600 ha compiuto 60 anni e mi piace ricordarla con affetto, al di là che è stata l’automobile su cui ho imparato a guidare, perché fu l’auto simbolo di un decennio, gli anni 50, quelli in cui l’Italia si mise davvero per strada su quattro ruote (o con Quattroruote).
Ho provato allora a pensare quali auto hanno a loro volta segnato i decenni a venire e mi sono buttato giù una scaletta assolutamente personale che condivido qui ben sapendo che ognuno di voi ne avrà una differente.
Anni 60. Metto a simbolo la Lancia Fulvia Coupé, a rischio di irritare tutti gli alfisti legati giustamente alla Giulia GT, meglio ancora alla GT Junior. La scelta di vetture coupé si deve alla loro esplosione in diffusione percentuale: erano gli anni in cui il boom aveva fatto fare il salto di qualità nella scelta, o anche soltanto nel sogno. L’automobile come status symbol, la versione sportiva che all’improvviso diventava accessibile in un fiorire di modelli che scimmiottavano le spider inglesi, così piene di fascino e di problemi meccanici, costando di meno e funzionando molto meglio. Dalla Innocenti spider alla Fiat 850 spider il paese era pieno di trabiccolini quasi sempre rossi. E un po’ più su, per chi poteva di più (ma non troppo di più) ecco appunto Fulvia Coupé o GT Junior, classe contro rabbia, senza rischio di commistione.
Anni 70. Scelgo la Volvo 245 perché segnò la diffusione capillare delle vetture a coda lunga, le station wagon, sdoganandole dalle Mercedes SW che erano ancora auto per pochi e facendo fare il salto di qualità alle giardinette nazionali. Da allora, per almeno 30 anni, la station wagon, come carrozzeria, resterà la preferita nel nostro Paese.
Anni 80. Ancora una Lancia, l’ultima per me, a simbolo di un decennio che sarebbe sfociato nello yuppismo, dove apparire contava più dell’essere. La Thema, dunque, modello di punta della grande trovata di Giugiaro di costruire su uno stesso telaio, e con lo stesso disegno porte (la cosa più difficile ed economicamente più vantaggiosa) quattro vetture straordinarie: Fiat Croma, Saab 9000 e Alfa Romeo 164 le altre tre. Non intaccarono la dilagante egemonia delle tedesche nel lusso, ma non tradirono le attese.
Anni 90. Qui eleggo la Renault Megane Scénic perché avviò definitivamente l’utilizzo delle Monovolume declinandole per la massa. Certo. prima c’erano state l’Espace o la Voyager, ma erano auto grosse, di alta fascia, per una élite illuminata. Dopo la Scenic niente è più stato uguale e le MPV sono diventate una scelta obbligata per tutti i costruttori.
Anni 2000. Adesso so di scatenare la rissa, ma prima d’indignarvi provate a seguire la logica della scelta. Eleggo la Porsche Cayenne, concentrato di arroganza e di tecnologia. Quest’auto, eletta subito a simbolo di auto-sopruso, è entrata di forza nella nostra vita elevando alla massima potenza le intuizioni di Toyota che dieci anni prima aveva presentato la RAV 4 aprendo la strada alle SUV. Dopo la Cayenne niente è stato più come prima, ci piaccia o meno. Sono cambiate le dimensioni, è cambiato lo stile dei guidatori, in certi casi si è anche ingentilito il nome col passaggio da SUV a crossover, ma la verità che il nuovo modo d’interpretare l’uso dell’auto si è materializzato. Se ci badate, nell’arco dei decenni, ho messo l’utilitaria, la sportiva, la station wagon, la Monovolume e adesso la SUV.
Anni 2010. Richiamo un’auto uscita a fine anni 90, ma soltanto perché la eleggo a sintesi di una motorizzazione che solo da poco tempo sta diventando generalizzata. Dico la Toyota Prius ma per intendere la motorizzazione ibrida che sta dilagando anno dopo anno e a cui, per rispettare le norme stringenti sulla CO2, non rinuncia più nessuno. Soprattutto sui modelli più grossi, e questo non perché i ricchi possessori di queste auto vogliono spendere meno in benzina, ma perché questo è indispensabile ai costruttori per stare nei limiti imposti dall’Unione Europea (per limitarci all’Eurozona).

Nessuno fermerà le SUV, mettiamoci l’anima in pace

marzo 9, 2015  |  Senza categoria  |  137 Commenti  |  Lascia un commento

Adesso che anche la Lotus, dopo Bentley, Aston Martin, Lamborghini e Rolls Royce, fa capire di voler mettere in cantiere un modello crossover, o SUV come a molti dà più fastidio, è chiaro a tutti che questa è la via obbligata per stare sul mercato e non perdere occasioni di vendita.
Al Salone di Ginevra, come se non bastassero le SUV che già ci sono, è stata una passerella continua di nuove proposte, peraltro molte piuttosto accattivanti, che andavano dalle versioni più piccole a quelle più esagerate.
La domanda è alta e in continua crescita, inutile girarci attorno: il successo oltretutto è globale e va dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa al Sudamerica. D’altronde la spiegazione che danno tutti gli esperti del settore è che quando uno si abitua a guidare più alto da terra, poi non torna più indietro. Il discorso vale per gli uomini e per le donne indifferentemente, e questo a dispetto della violenta campagna che negli anni si è scatenata contro questa categoria di veicoli. Segno che alla fine vince la sostanza se riesce ad avere la meglio dei pregiudizi: per contro non una novità in un mondo in cui predicare bene e razzolare male è la regola.
Come i frequentatori più assidui di questo blog sanno bene, io appartengo a una generazione che aveva marchiata sul cuore un’idea di vettura molto più attaccata a terra, che arrivava come massimo della “borghesità” (brutta parola, ma a suo modo efficace) l’uso di un’auto in configurazione station wagon in quanto utile, spaziosa, esteticamente accettabile ma ancora capace di avere nel comportamento stradale un suo perché.
Ma se il numero uno del Gruppo Volkswagen in Italia mi dice che il primato della Golf è sempre più attaccato non tanto dalle vetture dirette concorrenti (per forma e caratteristiche) bensì dai crossover di taglia media che si vanno a sommare giorno dopo giorno sul mercato, non posso non credergli. E riflettere.
Se Jeep con la Renegade arriva alla SUV piccola, se Audi pensa a una nuova SUV piccolissima che non potrà chiamare Q2 (nome di proprietà Fiat, anzi FCA) e arriverà a inventarsi una nuova dizione, anche a rischio di uscire dai classici numeri, pur di averla a listino, e se tutti i generalisti hanno in produzione o in cantiere vetture simili – col clente che accetta anche di consumare un po’ di più, cosa che mal sopporta con tutte le altre tipologie di veicoli – è perché il mercato le pretende.
Un paio di anni fa scrissi preoccupato. “dovrò mai morire suvvista?”. Adesso lo temo proprio.

Bene i motori sempre più puliti, ma le strade?

marzo 1, 2015  |  Senza categoria  |  46 Commenti  |  Lascia un commento

Non tutti i costruttori lo annunciano, però tutti indistintamente lo fanno capire: le evoluzioni dei motori da Euro 4 in su sono costate cifre folli a fronte di progressi tutto sommato minimi. Era prevedibile, ma ci può stare se si vuole guardare a un mondo sempre più rispettoso dell’ambiente.
L’importante, in ogni caso, è che tutte le parti in causa facciano il loro. E non è quasi mai così. Chi legifera impone regole strette agli altri ma non prescrive lo stesso rigore a se stesso.
Ci ragionavo sopra qualche mattina fa, percorrendo la solita strada casa-lavoro tra la mia abitazione infrasettimanale a Vairano di Vidigulfo e la sede della Domus a Rozzano. Una tratta extraurbana di circa 16 chilometri che nel 2009 mi impegnava in media per 18 minuti e che invece adesso ne richiede in media 24. In sintesi, per lo stesso spostamento, adesso impiego il 30% in più del tempo.
E’ successo che si sono aggiunte diverse rotonde, un paio di semafori, e alcuni piccoli tratti si sono allungati per… migliorare lo scorrimento. Roba piccola per uno fortunato come me che l’hinterland milanese lo sfiora soltanto, ma che se si dovesse riprodurre nel viaggio casa-lavoro di tanti miei colleghi che abitano molto più lontano, ruberebbe loro un pezzo di vita, nel senso della qualità della vita.
Però il 30% di tempo in più per coprire la stessa distanza non è soltanto una scocciatura, ma è un grave danno per l’ambiente. Se il costosissimo passaggio da motori Euro 5 a Euro 6 ha segnato un progresso importantissimo, ma apprezzabile in valori infinitesimi, il tempo di un terzo superiore per un veicolo in movimento è una esagerazione che manda a carte quarantotto tutto il castello trasporti-inquinamento.
Mi rendo conto che fare gli amministratori sia sempre più difficile, che in molti comuni gli addetti alla circolazione sono catapultati su quelle poltrone senza esperienza e magari con troppa ideologia alle spalle. E capisco anche che districarsi tra pressioni di ogni genere e appalti complicati non aiuti. Ma il rispetto dell’ambiente in cui viviamo è una cosa troppo seria per affidarla al primo che passa. E a giudicare dai risultati, sono tanti i primi che passano in giro per il Belpaese.