Archive for aprile, 2015

La gente paga per quello che vuole e non…

aprile 28, 2015  |  Senza categoria  |  36 Commenti  |  Lascia un commento

Ho letto nei giorni scorsi una dichiarazione di Vincent Cobee, l’uomo cui è stato affidato il compito di rilanciare nel mondo il vecchio marchio Datsun che in Nissan hanno deciso di recuperare. Cobee ha detto: “la gente vuole spendere per quello che effettivamente vuole e non per quello che qualcun altro, in un altro Paese, vuole”.
Non è un concetto di poco conto e suona quasi come un’accusa verso i fautori dell’auto globale, concepita per ottimizzare al massimo lo studio di una vettura, la sua fabbricazione e la sua distribuzione, oltre a marketing e pubblicità. L’idea di tornare a prodotti su misura per le esigenze di mercati molto differenti è una vera rivoluzione, anche se non potrà mai piacere ai grandi capi dell’industria automobilistica che vedono nella razionalizzazione e nella moltiplicazione di vetture fino a numeri con tanti zeri la sola strada per non mettere sul lastrico le loro aziende.
Ovviamente sono cose più grandi di me, però il tema mi attizza, vuoi perché affronta le cose da un altro punto di vista e vuoi perché ci trovo una verità di base che per lavoro avevo riscontrato tante volte nei miei oltre vent’anni come giurato dell’auto dell’anno. Negli incontri con i quasi 60 colleghi della giuria, le visioni e i criteri di giudizio delle varie automobili differivano spesso proprio in base a culture, gusti ed esigenze molto diverse tra chi abita ad esempio in Italia e chi vive in Svezia, o tra chi sta in Portogallo e chi in Russia. Colleghi competenti che però parlavano a lettori con stili di vita differenti. E se questo vale per l’Europa figuriamoci per cinque Continenti.
Ecco allora che arrivi uno in un posto di comando che solleva la questione non è banale. E merita ragionarci sopra.

Ma si venderanno le SUV per miliardari?

aprile 22, 2015  |  Senza categoria  |  68 Commenti  |  Lascia un commento

Ginevra, New York, Shanghai. Praticamente tutto il pianeta dell’auto che conta. Tre città, tre Saloni e tre mercati per scoprire che ovunque c’è una grande fiducia attorno alle SUV del lusso che a noi, proletari della strada, destano tanto scetticismo.
Com’è noto i marchi che non ti aspetti stanno puntando investimenti a moltissimi zeri sulle loro auto del futuro, trovando nelle versioni alte da terra uno sfogo per aumentare, e in certi casi addirittura duplicare, le loro vendite e di riflesso i loro ricavi.
A far scalpore era stata anni fa la Lamborghini con il progetto Urus. Pareva più una boutade che un’intenzione, invece strada facendo tutto ha preso forma (anche una bella forma, va detto) trovando però compagni di avventure in altri marchi altrettanto impensabili soltanto un lustro fa. La Bentley, per esempio, che sta arrivando con la sua Bentayga da 200 mila euro, ma anche la Maserati con la Levante che si vedrà tra fine anno e inizio anno prossimo, e l’Aston Martin, la Maybach con una versione super-lusso della Mercedes GL, e addirittura la Rolls Royce.
Ma no? Ma sì.
E ci sarà un mercato tale da poter assorbire tutte queste proposte per portafogli extralarge? Gli analisti sostengono di sì, chiarendo che c’è una grande aspettativa da parte di quei danarosi clienti che non vogliono ficcarsi dentro scomode vetture granturismo, oppure imponenti berlinone che si giustificano soltanto se a guidarle è l’autista, ma che vorrebbero comunque possedere marchi d’élite.
Così se i costruttori generalisti stanno tutti sfornando crossover ambiziose, se i marchi premium non guardano soltanto all’alto di gamma ma puntano ai modelli più piccoli per rubare clienti non importa dove, ecco che anche chi ha le stimmate più prestigiose non vuole stare fuori dal gioco.
Avanti il prossimo.

A che cosa non rinuncerei mai sulla mia auto

aprile 13, 2015  |  Senza categoria  |  32 Commenti  |  Lascia un commento

Il sito americano “jalopnik” ha elencato le dieci cose irrinunciabili a bordo di un’auto. Questo l’elenco stilato:
1. Indicatore di carburante (portarsi la benzina dietro non è ammesso)
2. Motorino d’avviamento (usare la manovella o partire a spinta costa fatica…)
3. Sedili regolabili (immaginatevi senza)
4. Il condizionatore caldo/freddo (per estate e inverno)
5. Tergicristalli (guidare senza, se piove, è quasi impossibile)
6. Fari elettrici (con quelli a carburo o ad acetilene si vedeva troppo poco)
7. Iniezione (partenze migliori, acceleratore modulabile, minimo perfetto…)
8. Alternatore (senza sarebbero impossibili tutti gli ausili elettronici attuali)
9. Comandi standard (volante di fronte, freno al centro, frizione a sinistra e così via; un tempo non era così)
10. Sistemi di sicurezza (cinture, airbag, barre, strutture deformabili…)

Come si vede, si tratta di cose diventate d’uso comune già molti anni fa, alcune sin quasi dalle origini. Ma, oltre a queste scritte sopra, quali cose riterreste irrinunciabili sulla vostra auto: GPS, specchietti retrovisori, vetri elettrici, autoradio, infotainment, fari allo xeno, antinebbia, portabottiglie, sedili reclinabili, contagiri, cassetto, clacson, portaoggetti e così via?
In più, secondo i produttori di auto la grande sfida è garantire il massimo confort a bordo, ma in senso allargato: dalla pura comodità alla possibilità di avere tutto, di fare tutto. Vi trovate d’accordo su questa visione?

L’industria auto in Italia? Chiedimi se sono felice

aprile 6, 2015  |  Senza categoria  |  66 Commenti  |  Lascia un commento

Salone di New York, interno giorno. Passa un vecchio amico americano e mi chiede come va il mondo auto in Italia, visto che loro stanno vivendo un momento magico e per molti versi inaspettato, nei tempi e nei modi.
Dipende, gli rispondo. E lui non capisce. E mi chiede di spiegargli meglio.
Il mercato fatica, provo a dirgli, ma s’intravvede una leggera ripresa. E ci sono segnali molto confortanti anche sul piano del lavoro. Se poi riparte presto anche il piano Alfa Romeo tutti gli stabilimenti Fiat recupereranno la manodopera oggi in cassa integrazione.
Bene, quindi. Sottolinea lui.
Bene per il lavoro, peccato che non ci sia più l’azienda motoristica italiana.
What, che cosa?
Già, ormai niente ci appartiene più. In questi giorni gli indiani di Mahindra stanno trattando la Pininfarina, i cinesi si sono appena appropriati della Pirelli. L’Italdesign di Giugiaro è passata da tempo al Gruppo Volkswagen che ha fatto incetta di tutto quanto era possibile prendere nel Belpaese visto che ai tedeschi appartengono anche la Lamborghini e la Ducati. Il Gruppo Fiat, poi, diventato FCA dopo la fusione col Gruppo Chrysler, ha sedi sparse tra Olanda e Gran Bretagna con testa in America.
Ci resta poco di cui vantarci, la Magneti Marelli e la Brembo, sperando di non dire a breve che ci restavano.
Molti sottolineano dalle nostre parti che quello che conta è che ci sia il lavoro, che gli stabilimenti restino qui, che Lamborghini e Ducati comincino ad assumere, che a Melfi si lavori anche per Jeep, che da Giugiaro ci sia certezza nel domani e che la Pininfarina, da troppi anni al limite del crac, venga salvata. In quanto alla Pirelli meglio un padrone forte che uno in difficoltà.
Visioni piene di senso, ma c’è un altro senso che manca: quello dei nostri governanti di oggi e di ieri (destra e sinistra da oltre vent’anni in qua) che il tema della protezione dell’industria automobilistica nazionale non l’hanno mai fatto loro, dopo un secolo passato a giocare soltanto per la Fiat.
In Francia il Governo è intervenuto per impedire che tutto il Gruppo Psa passasse sotto il controllo dei cinesi, in Germania la tutela dell’industria motoristica è totale, con interventi continui in seno alla Comunità Europea ogni qualvolta si decidono mosse che possono danneggiarne gli interessi. In Gran Bretagna e in Spagna l’argomento è sempre al centro per quanto anche da quelle parti una vera industria nazionale non ci sia più.
Quindi: come va l’auto in Italia? Dipende dai punti di vista.

Paese che vai problema di strade che trovi

aprile 1, 2015  |  Senza categoria  |  27 Commenti  |  Lascia un commento

Noi abbiamo la Salerno – Reggio Calabria e la mai finita Variante di Valico, ma anche gli americani non se la passano bene con le loro principali autostrade. Non c’è infatti giorno che non si segnalino problemi per il cedimento delle strutture su tutti gli oltre 75 mila km dell’Interstate Highway System, cuore nevralgico del sistema dei trasporti negli Stati Uniti. Lì sopra ogni auto a stelle strisce percorre un quarto del suo chilometraggio che diventano la metà se si parla dei grossi camion.
Ad andare in totale crisi è l’Highway Trust Fund, il sistema ideato nel 1956 per finanziare la manutenzione delle grandi vie di comunicazione, che si trova a non avere più soldi da spendere. Da sempre questi venivano da una piccola tassa sulla benzina, pari in origine a 3 centesimi per gallone. Poi questa è salita con Reagan a 9 cent nel 1983, quindi a 14 con Bush nel 1990, per arrivare a 18,4 con Clinton nel 1993.
Aumentare ancora non si può, ma il problema è legato non tanto alla tassa quanto al fatto che oggi le auto consumano tanto di meno rispetto a 22 anni fa e in più gli americani usano molto meno l’auto per spostarsi. Morale le entrate sono crollate del 40% e si paventa una tempesta perfetta, con conseguenze potenzialmente devastanti. Alcune stime proiettano il divario tra le entrate fiscali dai carburanti e la spesa necessaria per le autostrade fino a 170 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Un’enormità.
L’Interstate Highway System sta diventando vecchio. Ha bisogno di manutenzione continua. La maggior parte del sistema è stato completato più di 35 anni fa, e i manufatti, progettati per durare 50 anni, si stanno avvicinando alla fine della loro vita utile, mentre anni di abbandono non hanno aiutato. Voci governative parlano di 115 mila tra ponti e viadotti a rischio. Sembra una storia tutta italiana.
Ma perché le strade, non importa dove, debbono arrivare sempre al collasso prima che si decida di provvedere?