Archive for aprile, 2016

Musei dell’auto, un boom ovunque meno che da noi

aprile 26, 2016  |  Senza categoria  |  66 Commenti  |  Lascia un commento

A sette anni dalla sua apertura, nel 2009, il museo Porsche, a Stoccarda, è arrivato a quota 3 milioni di visitatori. Il record è stato raggiunto pochi giorni fa, quando, a varcare la soglia sono stati Justine e David Boscaglia, provenienti da Melbourne, Australia.
Ogni anno, il museo Porsche attira migliaia di appassionati, non solo dalla Germania, ma da tutto il mondo. Nel 2015, ha accolto 445.730 visitatori, +8%.
Sono tanti? In assoluto no, perché Autostadt, il parco a tema di Volkswagen a Wolfsburg, al cui interno c’è il museo dell’automobile, richiama 2 milioni di spettatori ogni anno da quando fu inaugurato nel 2000. Molto bene va anche il museo Mercedes (oltre 700 mila visitatori all’anno) e pure quello Bmw (250 mila).
Questi sono alcuni esempi tanto per restare in Germania, ma il boom dei musei dell’auto è un dato di fatto in tanti altri Paesi, con l’eccezione, purtroppo va detto, dell’Italia dove ci sono collezioni oppure esposizioni formidabili che però faticano a sostenersi. Certo, a Maranello si fregano le mani con le oltre 300 mila presenze, ma il nome Ferrari non ha uguali al mondo per peso e gloria, e in assoluto si tratta di numeri non certo da primato in ambito mondiale.
In quanto agli altri, in Italia, non ci resta che piangere. Il Museo dell’Automobile di Torino, rinnovato, spettacolare e più importante per anzianità, non arriva – ingressi gratuiti compresi – a 200 mila curiosi, il magnifico e nuovo Museo Alfa Romeo viaggia su una base mal contata di 100 mila visitatori, un po’ meno di quello che dichiara, pur con la spettacolarità architettonica della location, Casa Ferrari a Modena, mentre l’eccezionale collezione Nicolis festeggia già quando si supera quota 30 mila. Niente in rapporto al contenuto che espone.
Insomma, noi che ci vantiamo di essere il paradiso dei motori, all’atto pratico snobbiamo il ben di Dio che abbiamo. Si dirà che facciamo così anche con gli altri grandi musei di cui siamo ricchi, resta il fatto che in Ferrari i conti tornano per la grande affluenza di visitatori stranieri, mentre in Francia, Gran Bretagna e Germania il grosso viene tutto dagli appassionati locali. Quelli che brillano per la loro assenza in casa nostra.

Il mercato auto diviso tra conservatori e progressisti

aprile 19, 2016  |  Senza categoria  |  42 Commenti  |  Lascia un commento

Notizia freschissima è che Jaguar non metterà più in commercio versioni station wagon dei suoi modelli. Anni fa si sarebbe trattato di un annuncio capace di fare scalpore, ma adesso la novella è passata (quasi) inosservata.
In Europa non tirano più, sostengono molti analisti, e il solo mercato che regge ancora è quello tedesco dove però questo tipo di carrozzeria si vende soltanto sui modelli dei marchi locali.
Anche in Italia il fenomeno è in flessione evidente: ormai le sw sono scese al quarto posto (dei quattro che contano perché poi vengono staccatissime le monovolume in crollo ancor più evidente) superate persino dalle fuoristrada e ormai staccate anni luce dalle crossover in ascesa costante.
Ma se il disamoramento verso le famigliari segue una curva che gira verso il basso da un po’ di anni, quello che sorprende di più è che a rialzare la testa (fenomeno SUV a parte e di cui si è già parlato a lungo) sono le berline tre volumi, una tipologia che pareva vittima di una crisi irreversibile e che invece sta tornando in quota un po’ dovunque.
L’auto di forma classica, quella che i bambini disegnano con più naturalezza, sta allora rivivendo un momento felice, grazie anche a molti modelli arrivati di recente nelle concessionarie. L’accoglienza sopra ogni previsione della Tipo ne è a suo modo buona testimone. A Torino erano un po’ timorosi al riguardo, ma i risultati di vendita hanno chiarito che non è la tipologia, bensì la forma, che decreta o meno il successo. Se l’auto è piacevole, se entra nelle corde del cliente, poi si vende. In caso contrario il rifiuto sarà netto.
Peraltro capitò così a suo tempo con l’Alfa 156, arrivata in pieno boom delle station wagon, quando non si pensava ci potesse altro concetto di auto per soddisfare le esigenze dei clienti. Invece la 156 sparigliò i giochi perché era prima di tutto molto bella, quasi perfetta nella sua purezza di linee.
Magari adesso capiterà lo stesso con la nuova Giulia, ma in un certo modo tutto le sarà più facile proprio perché il ritorno alle tre volumi non sarà da imporre ma si sta già imponendo da solo. Chi la sa lunga parla di trend nel senso di voglia di chiarezza: una tranquillizzante berlina per chi è ancora legato all’automobile tradizionale, una vettura crossover per chi vuole guidare più alto da terra. Col risultato che piano piano station wagon e monovolume convergeranno definitivamente verso le crossover e alla resa dei conti avremo soltanto due partiti, per buttarla in politica: quello conservatore e quello progressista. Alle nicchie (coupé, cabrio, spider e multispazio) qualche preferenza ma alla resa dei conti nessun peso e probabilmente nessun futuro se non a livello marginale.

Basta guardare con sospetto chi paga l’auto senza finanziamento

aprile 14, 2016  |  Senza categoria  |  42 Commenti  |  Lascia un commento

I frequentatori più assidui e longevi di questo blog ricordano che io sostengo da sempre che tutti i trend automobilistici che si affacciano, e poi prendono forma, sono stati puntualmente anticipati sul mercato americano. Spesso sull’onda di quanto si vedeva al cinema, e poi più avanti grazie alla rete, le mode e le passioni d’oltre oceano sono arrivate da noi. Station Wagon, Mpv, Suv, Pickup e adesso Crossover sono gli esempi più facili da prendere ad esempio, ma si può dire lo stesso per il pagamento a rate e, in tempi più recenti, per la formula dei finanziamenti all’acquisto.
Ecco, da qualche anno in qua, allorché si entra in concessionaria si guardati con molto fastidio se s’intende pagare in una botta sola. Ovviamente c’è un perché: con un mercato che è caratterizzato dall’ansia dello sconto finale, il margine di guadagno su ogni vettura venduta si è ridotto agli spiccioli. Per rendere meno indigesto il boccone arriva allora il finanziamento: un sistema di pagamento comodo, meno doloroso per le tasche di chi acquista e capace di stornare una parte degli interessi sul prestito a chi avvia la pratica. Il principio di per sé è diabolico perché mette d’accordo tutti; quelli che debbono spendere, chi presta il denaro perché ne ha un ricavo a un tasso più alto di quello di tanti altri investimenti, e per chi sul campo combina l’affare.
Ma se guardiamo agli Stati Uniti, e bisogna farlo sempre perché lì c’è il laboratorio del mondo, non dobbiamo importare soltanto le mode ma leggere in anticipo quello che alla lunga non funziona.
La lezione dei mutui subprime, i finanziamenti facili per l’acquisto di casa a persone che poi non sono state in grado di mantenere gli impegni, sono stati in tempi recenti alla base della crisi finanziaria globale di cui soffriamo ancora le conseguenze.
Adesso da quelle parti si sta profilando un rischio analogo: troppi acquisti facili di automobili con prestiti non sufficientemente coperti. Così se da un lato si assiste a un mercato auto che sta tornando a livelli record, dall’altro il totale dei prestiti per l’acquisto di vetture ha raggiunto il trilione di dollari, cioè ben mille miliardi. Una cifra esagerata che le banche hanno “coperto” con l’emissione di obbligazioni a loro volte rivendute sul mercato.
Però adesso si scopre che da quelle parti già il 12% dei prestiti-auto subisce ritardi nei pagamenti di oltre 30 giorni, e in molti casi sono iniziati i sequestri dei veicoli per insolvenza. Un film già visto.
Ergo: rallentiamo un po’ il processo. E torniamo a salutare con più entusiasmo chi si presenta in concessionaria e può pagare con moneta sonante. Meno finanza e più sostanza. Sarà più tranquillizzante per tutti.

Ma a chi affidiamo la sicurezza dei nostri figli?

Ma a chi affidiamo la sicurezza dei nostri figli?

aprile 11, 2016  |  Senza categoria  |  17 Commenti  |  Lascia un commento

Sulla stampa quotidiana viene dato giusto risalto ai risultati del progetto Gite scolastiche in sicurezza nato di concerto tra la polizia di Stato e il Ministero dell’Istruzione. In nemmeno due mesi sono stati ispezionati 2.051 pullman (1.135 su richiesta delle scuole) destinati alle gite scolastiche col risultato che ben 462 presentavano delle irregolarità, in pratica quasi uno su quattro.
Un dato più agghiacciante che preoccupante, venuto a galla sull’onda di troppi incidenti capitati nell’ultimo anno con l’ultimo, quello in Spagna e gli studenti dell’Erasmus, ancora molto vivo in tutti noi.
Che il problema sia molto grave lo dicono i numeri, ma i lettori di Quattroruote sanno che questa è stata una battaglia portata avanti anni fa nel disinteresse generale dell’opinione pubblica e di chi di dovere. Le scuole, va rimarcato, hanno pochi soldi, così cedono alle offerte più a buon mercato lasciando campo aperto a troppi furbastri di bassa lega che sfruttano la situazione per ingaggiare autisti mediocri e mezzi ormai fatiscenti.
Ma lo spinosissimo tema delle gite scolastiche è addirittura marginale rispetto al problema quotidiano degli scuolabus, altra battaglia portata avanti da Quattroruote sotto la mia direzione e anch’essa spesa abbastanza invano.
I genitori infatti, e in assoluta buona fede, affidano i loro figli ad autisti spesso in pensione e pure molto avanti negli anni costretti a condurre dei mezzi per nulla a norma, spesso anche datati di coperture al limite della decenza. Il tutto senza il minimo controllo a bordo con ragazzini senza cintura, liberi di scorrazzare per la corriera e assolutamente non protetti in caso di malaugurato incidente.
L’errore grave è allora quello di essere convinti che lasciare i figli all’interno dello scuolabus sia equivalente ad averli sistemati a scuola. Ma non è così. Quel percorso è ricco di insidie e quando accade un incidente le conseguenze sono spesso molto serie.
Come ovviare a tutto ciò? Siamo sempre allo stesso punto: così come le caldaie non a norma (caratteristica comune a tante strutture pubbliche) generano una montagna di polveri sottili di cui s’incolpano in toto le automobili – ma mai nessuno che si chieda perché d’estate a parità di traffico il tema delle polveri sottile sparisce – altrettanto succede con i mezzi di trasporto non a norma. Mancano i quattrini e si chiudono entrambi gli occhi. Salvo gridare al lupo al lupo quando accade un disastro e ci sono vittime.

La guerra alle diesel che impazza in Francia

aprile 5, 2016  |  Senza categoria  |  65 Commenti  |  Lascia un commento

Vista da oltre confine, la guerra in atto tra i costruttori francesi e il sindaco di Parigi, la signora Anne Hidalgo, sembra perfino divertente oltre che al calor bianco.
Com’è noto la primadonna della Ville Lumière è un’accanita nemica delle vetture a gasolio. Fosse per lei non circolerebbero più da almeno un anno e farà di tutto perché questo avvenga, almeno nella sua città, il più presto possibile. Per riuscire nel suo intento si è appena rivolta alla Corte di giustizia europea del Lussemburgo per denunciare l’asservimento dei commissari UE alle pressioni dell’industria automobilistica.
Le auto diesel riempiono l’aria di polveri sottili – sostiene con vigore e con numeri alla mano – ma chi governa chiude non un occhio, bensì due. Ma io le caccerò fuori da Parigi.
Eppure, al di là del suo impegno costante, le auto circolano ancora e non sarà facile sfrattarle. In primo luogo perché sono tante, e soprattutto perché sono in maggioranza vetture francesi comperate dai francesi. Ancora adesso, si badi bene, perché da inizio anno oltre il 50% delle auto vendute da Renault e PSA sono state a nafta: un numero altissimo anche se ben lontano da quel 70% di qualche anno fa.
Come si fa a impedire a chi le possiede di usarle?
Il tema non è nuovo ma in Francia impazza sui giornali e nelle televisioni. Con schieramenti molto netti e molto pesanti. Il quotidiano Le Monde, tradizionalmente molto vicino agli ambientalisti, ha appena denunciato in prima pagina che lo Stato francese ha nascosto per vent’anni uno studio del centro nazionale della Ricerca Scientifica che sosteneva che le polveri sottili avevano contribuito in larga percentuale ai 40 mila morti di cancro dell’epoca.
Dati vecchi, ribattono i costruttori e non più attendibili. Negli ultimi due decenni i progressi sono stati formidabili, e dando per scontato che il tasso zero d’inquinamento non esiste, se si rifacesse la ricerca adesso i risultati sarebbero infinitamente differenti.
Insomma, volano gli stracci e le posizioni si radicalizzano sempre più. In mezzo ci sono comunque gli automobilisti che non si rassegnano e che promettono proteste durissime se venisse loro impedito di usare quei mezzi che qualcuno ha messo e continua a mettere regolarmente in vendita. E’ un po’ la storia delle sigarette sui cui pacchetti c’è scritto che fanno male, però le producono, le distribuiscono e le vendono i monopoli di stato.