Archive for marzo, 2018

Da aprile arriva l’eCall sulle auto. Ma non senza inciampi

marzo 27, 2018  |  Senza categoria  |  55 Commenti  |  Lascia un commento

Com’è giusto che sia, qualche quotidiano in questi giorni ha annunciato con rulli di tamburo l’introduzione dall’1 aprile in tutta Europa del sistema a bordo dei veicoli che sarà capace di chiamare da solo i soccorsi in caso d’incidente. Si chiama eCall e risponde a una direttiva che suona così: “un’iniziativa che ha come scopo quello di fornire assistenza rapida agli automobilisti coinvolti in incidenti stradali, ovunque si trovino all’interno dell’Unione europea. Questa iniziativa diventerà obbligatoria in ogni nuovo automezzo venduto all’interno dell’UE a partire da aprile 2018 e i dispositivi dovranno essere installati su tutti i nuovi modelli di auto e furgoni leggeri entro il 31 marzo 2018”. Una funzione quanto mai utile quando guidatore è incosciente o impossibilitato a muoversi perché in automatico chiamerà il 112, numero di emergenza europeo. Peraltro questo sistema deve anche assicurare la privacy, così la chiamata registrerà solo il tipo di veicolo, la tempistica, la posizione esatta dell’incidente e il numero dei passeggeri.
A questo punto però è bene fare un po’ di chiarezza. La disposizione è meritevole e utilissima, capace probabilmente di ridurre i tempi di intervento per i soccorsi del 50% nelle aree rurali e del 40% nei centri urbani. La chiamata sarà automatica dal veicolo incidentato e manuale su quelle di un veicolo soccorritore o comunque testimone di un sinistro. Non sarà però un sistema attivo per ogni veicolo venduto all’interno della UE a partire dal primo aprile (magari!) ma dovrà essere installato soltanto sui veicoli di nuovo tipo, quindi con omologazioni a partire dal 31 marzo. Lo chiarisce il Regolamento di Esecuzione(UE) 2017/78 della Commissione del 15 luglio 2016. La differenza non è insignificante.
In più in Italia c’è un problema: a parte Lombardia, Piemonte, un po’ di Liguria e altri posti a macchia di leopardo, il 112 chiama ancora i carabinieri e non il numero di emergenza europeo. Infatti l’Italia è stata sanzionata dalla UE per non essersi adeguata nei tempi prescritti. Vogliamo immaginarci il caos e i tempi di risposta? Anche qui di chi è la colpa del ritardo? Di una classe politica che verso la circolazione stradale, le automobili e la sicurezza ha sempre un’attenzione impalpabile, più vicina al disinteresse che al dovere.

Il sud e le troppe vecchie carrette

marzo 19, 2018  |  Senza categoria  |  120 Commenti  |  Lascia un commento

Questa a suo modo può sembrare una lettera aperta ai nuovi Borboni, i neo eletti del Movimento 5 Stelle che regnano adesso nella parte bassa dello Stivale. In realtà è invece una preghiera a favore della riduzione dell’inquinamento che, a ragione, tanto sta a cuore ai nuovi padroni del vapore.
La loro guerra al diesel è cosa nota, e in chiesa potrebbero anche dire che è cosa buona e giusta, ma prima che concentrarsi a senso unico nella crociata contro le auto a gasolio, soprattutto quelle nuove, si può fare tanto per migliorare l’aria che da Roma in giù si respira a pieni polmoni: togliere dalle strade le vetture veramente inquinanti, in particolare tutte quelle che sono arrivate sul mercato prima dell’Euro 3, cioè 17 anni fa.
Auto che nascevano 25 volte più tossiche rispetto alle attuali e che col passare del tempo hanno anche peggiorato le loro emissioni. In tutta Italia di nonne inadeguate ne circolano circa 10 milioni su un totale di 36 milioni di mezzi reali su strada (l’ACI ne conte oltre 38 milioni, ma almeno un paio sono finiti dal demolitore senza regolare denuncia di scomparsa). La cifra mette paura perché dal punto di vista dell’inquinamento sarebbe come se circolassero 250 milioni di automobili in aggiunta ai 25 milioni di altre sorelle assolutamente più pulite (o comunque molto meno sporche).
Ma dove si trovano, che strade battono, le vecchie carrette? Soprattutto nel centro Sud e sulle isole più grandi, secondo i dati puntuali del il Centro Studi e Statistiche dell’UNRAE. Il quadro è disarmante, con la Campania sul podio potendo vantarsi di quasi il 40% del suo circolante che è più vecchio dei 17 anni sopra citati, seguita a ruota dalla Calabria e dalla Sicilia. Si accodano, in questa graduatoria per niente amica dell’ambiente, Basilicata, Molise, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Umbria e Lazio. Una top ten dello smog di cui tutti i politici ignorano la portata e ben si guardano dal pensare soluzioni per rinnovare, almeno in quelle zone, il parco circolante.
Se poi volete anche la top ten dei capoluoghi di provincia peggiori d’Italia, dove i sindaci stanno a guardare senza agire, eccovela: Napoli, Catania, Salerno, Palermo, Caserta, Bari, Cosenza, Lecce, Messina e Reggio Calabria.
Cambierà qualcosa con il Movimento 5 Stelle che adesso è la voce preferita di questa parte del Paese? Grillo a suo tempo esaltava l’auto ad aria compressa – progettata e miseramente naufragata non per colpa dei poteri forti del petrolio, ma semplicemente perché non funzionava proprio – che aveva trovato sponde autorevoli sulla stampa non specializzata come la soluzione di tutti i mali. Era un’idea salvifica sulla carta che però aveva il limite di non funzionare su strada, una trovata di cui ovviamente non parla più nessuno. Rimane l’imprinting verde del fondatore del Movimento e dei suoi adepti che adesso hanno la grande occasione per darsi da fare visto che il bubbone da divellere è proprio nelle terre di fresca conquista.

Il nuvolone Brexit minaccia tempesta per chi produce in Gran Bretagna

marzo 14, 2018  |  Senza categoria  |  17 Commenti  |  Lascia un commento

Più passa il tempo più la parola Brexit mette agitazione al mondo dei motori. Al Salone di Ginevra le preoccupazioni al riguardo facevano parte dello sfondo ogni volta che ci si trovava a parlare con qualcuno direttamente coinvolto con il Regno Unito.
A parte Vauxhall, che potrebbe avere poche ripercussioni in quanto quello che verrà prodotto in Gran Bretagna non verrà esportato, bensì sarà rivolto quasi esclusivamente alla clientela locale, tutti gli altri produttori nella perfida Albione sono sul chi vive.
Si agitano in Nissan visto che dalle catene di montaggio dello stabilimento di Sunderland escono 600 mila vetture all’anno; il top management sta valutando con molta prudenza le proposte economiche aggiuntive che avrebbe promesso il primo ministro Theresa May per fugare le loro preoccupazioni sul futuro.
Si agitano pure in Toyota che proprio di recente ha pianificato la produzione della nuova Auris a Burnaston; tanto che l’amministratore delegato per l’Europa, Johan van Zyl, ha detto con chiarezza che «Con circa l’85% della nostra produzione esportata nei mercati europei, il commercio libero e senza frizioni tra il Regno Unito e l’Europa sarà vitale per il successo futuro» lasciando intendere che se cambieranno le condizioni commerciali attuali tutto verrà messo in discussione.
Lo stesso accade anche in Honda che nel gigantesco impianto di Swindon sforna 700 vetture al giorno. Il timore espresso pubblicamente è che ogni vettura potrebbe avere un aggravio di 1500 sterline, e si parla sempre meno tra i denti di spostare a breve tutto il quartier generale europeo da Londra a Francoforte.
Infine ombre cupissime arrivano anche da Jaguar e Land Rover dove i vertici hanno già studiato tre scenari: che tutto resti come adesso, che ci sia una Brexit leggera e, aiuto aiuto, una hard-Brexit. Ebbene, in quest’ultimo caso il Gruppo Tata, che possiede i gioielli della Regina, sta ipotizzando una vera e propria fuga dal Regno Unito per produrre in un altro paese europeo. Una strage di dipendenti, operai oppure impiegati che siano, che però non pare preoccupare più di tanto gli indiani: d’altronde loro qualche conto da regolare con i vecchi colonizzatori sostengono di avercelo. E non faranno sconti.

La morte del diesel e la mia Opel Rekord di una vita fa

marzo 8, 2018  |  Senza categoria  |  49 Commenti  |  Lascia un commento

Quarant’anni fa, il 14 marzo 1978 avevo comperato un “pacchetto da corsa” in vista delle stagione agonistica in arrivo.
Ne facevano parte una Porsche SC 2700 preparata (così così) in Gr.4, un carrello per trasportarla e una vecchia e stanca Opel Rekord diesel di un orripilante color verde chiaro metallizzato con gancio traino.
Ecco ho ripensato a quella vettura nei giorni scorsi girando per gli stand del Salone dell’Auto a Ginevra. Quella era davvero un’auto messa male sia all’esterno, dove molte botte l’avevano martoriata, sia all’interno dove i sedili non erano soltanto frusti ma denunciavano la presenza di molle vogliose di fuoriuscire, vere armi improprie per i pantaloni.
Aveva il cambio al volante, ma nel senso che la leva era sistemata lì, e impiegava molti secondi per riscaldare le candelette, dopo di che si poteva avviare il motore.
Lanciata, quell’auto faticava a passare i cento all’ora e la sua accelerazione metteva tenerezza. Eppure svolgeva magnificamente il suo compito: trainava benissimo il carrello, si comportava bene, pur con le gomme stradali di serie, anche sui tratti sterrati dove veniva usata come auto di prova, sembrava indistruttibile e poi consumava poco (fondamentale per chi come me risparmiava su tutto per poter essere al via delle gare).
Ricordo benissimo che il gasolio costava 162 lire al litro mentre la benzina passava le 800 lire (un salasso abbeverare la Porsche che in gara faceva a fatica i 4 km con un litro, con i percorsi che al tempo erano lunghissimi), pertanto la vecchia Rekord, inguardabile e affaticata, l’adoravo.
Ecco, quell’auto mi è tornata in mente sentendo un po’ tutti i costruttori cantare il de profundis al diesel e ai motori attuali che hanno toccato vertici tecnici di straordinario valore. La colpa è del gasolio che si porta dietro il problema delle emissioni legate agli ossidi di azoto, assoluti nemici dell’ambiente, ma è anche una buona scusa perché gli stessi costruttori temono come la peste i nuovi limiti che verranno imposti dall’Unione Europea nel 2025 e che promettono di essere impossibili da rispettare. Insomma, costruire motori capaci di essere in regola è un impegno economico talmente gravoso che è meglio dire basta, ammantando il tutto con la giustificazione che lo si fa per essere politicamente corretti.
Sì, ascoltavo tutti e sorridevo ripensando alla mia “verdona” che fumava nero più di un turco. Marciava in un tempo in cui le emissioni nocive nei grandi centri superavano in molte decine di giorni il limite di allerta, e sottolineo allerta, che era pari a concentrazioni di PM10 di 375 microgrammi/metro cubo. Adesso, quando va proprio male, una città come Milano supera i 150 al massimo una decina di volte in tutto un inverno e i 50 (che sono l’allerta) in una trentina di giornate, non di più.
A Ginevra mi annotavo tutti i proclami contro il diesel e mi felicitavo da solo perché sono stato un sopravvissuto, anche se poi mi chiedo di continuo come sia riuscito a sfangarla in quegli anni in cui tutto, non soltanto le automobili, inquinava a più non posso.

RAV4 nel mondo vince la guerra delle SUV, ma come si leggono le cifre?

marzo 1, 2018  |  Senza categoria  |  17 Commenti  |  Lascia un commento

L’argomento SUV è sempre molto vivace in questo blog, questa volta però non vorrei affrontarlo dal punto di vista della crescita esponenziale di questa specifica categoria sia in campo nazionale che in quello più allargato (europeo o addirittura mondiale) che irrita molti appassionati old style, bensì relativamente ai modelli che vendono di più su scala planetaria perché i risultati sono molto differenti in rapporto a quelli del mercato italiano.
Dunque da noi la classifica 2017 ha decretato il primo posto della Fiat 500X con 45 mila vetture vendute davanti alla sorella Jeep Renegade staccata a 37 mila. Dietro si inseguono poi Nissan Qashqai (31 mila), Renault Captur (29 mila), Opel Mokka (27 mila) e Dacia Duster (24 mila) con numeri, per comodità, arrotondati.
E nel mondo? Beh, è tutta un’altra musica. In vetta, con una strepitosa crescita del 10% sull’anno precedente, c’è la sempre inossidabile Toyota RAV4 il cui tempo sembra non passare mai. La RAV4 ha contato la bellezza di 800 mila vetture vendute staccando di oltre 40 mila pezzi la vecchia regina del segmento, la Honda CR-V. A seguire Vw Tiguan, Hyundai Tucson e la cinese Haval H6 che ha fatto segnare numeri più grandi della Nissan Qashqai.
Questo ci dice due cose. La prima è che in Italia, dove pure la crescita delle SUV è continua e costante, c’è ancora molto terreno da conquistare. La quota nazionale è ferma al 30% mentre nel mondo i gipponi viaggiano verso il 40%. E poi che oramai anche le classifiche si fanno sempre più complesse da stilare per via delle piattaforme comuni a più modelli. Per esempio molti sostengono che Nissan X-Trail e Nissan Rogue sono in fondo la stessa vettura, pertanto Nissan avrebbe il diritto di proclamarsi prima perché la somma dei due modelli supererebbe il totale della RAV4. Questo lo propugna tra gli altri anche il famoso istituto di ricerca Jato Dynamics asserendo che sono entrambe prodotte sulla piattaforma Nissan C. Ha senso questo? Direi di no, perché allora sulla stessa piattaforma C nascono anche Nissan Murano, Nissan Qashqai e Renault Koleos. Cosa facciamo, diventano un tutt’uno?