Crisi del mercato e colpe pregresse

novembre 2, 2010  |  Mercato  |  129 Commenti  |  Lascia un commento

Il disastro del mercato dell’auto non accenna a rallentare e anche il mese di ottobre si è chiuso con una flessione del 28,8% a 139.740 immatricolazioni rispetto alle 196.323 di un anno fa. Ovviamente piangono tutti, così costruttori, concessionari e operatori del settore invocano il ritorno degli incentivi come unica panacea per una crisi endemica che rischia di mandare a gambe all’aria tutto il sistema che gira attorno all’auto e che dà lavoro a decine di migliaia di persone.
Il problema è grave e non tocca soltanto l’Italia ma ormai tutta l’Europa a partire da quella Germania che un anno fa aveva raggiunto vendite stellari e che adesso sprofonda. Da noi, se si guardano i marchi principali per peso sul mercato, da gennaio a oggi non sono in negativo soltanto Citroen, Dacia, Ferrari, Land Rover, Mitsubishi, Nissan, Opel, Renault, Skoda, Volkswagen e Volvo, ma diversi non sono in rosso soltanto alle buone vendite di inizio anno, cioè in quei primi tre mesi in cui gli incentivi del 2009 hanno ancora avuto un peso decisivo. Se poi si guarda a chi può vantare una crescita sopra al 10% ci si limita soltanto a Dacia, Renault, Volkswagen e Volvo. Non molto, insomma.
A breve, poi, nessuno può pensare a numeri incoraggianti: i mesi che arrivano sono quelli in cui si immatricola di meno, eccezion fatta per un anno fa quando la paura di perdere i bonus governativi ha convinto anche i più restii a buttarsi a comperare. Quindi sarà dura e bisognerà prepararsi a qualche botto tra i concessionari più in difficoltà con tutti i rischi che ricadranno su ignari clienti che rischiano di vedersi sfuggire caparre senza avere nulla in cambio.
La crisi comporta queste spiacevoli conseguenze, ed è il lato più drammatico del mercato in caduta libera, anche se quelli che gridano più forte sono sempre i produttori di auto. Loro hanno i mezzi economici e possono suonare la grancassa del lamento, ma con poche eccezioni hanno i mezzi (o nel migliore dei casi anche dei mercati alternativi) per sopravvivere in attesa di giorni migliori. Non così gli operai a rischio di posti di lavoro, la rete di vendita che boccheggia per i pochi ordini che si mette in casa e gli stessi compratori troppo poco tutelati quando siglano contratti con chi non sarà in grado per colpa o per dolo di onorare gli impegni.
C’è una soluzione a tutto questo? Probabilmente no; senza un aiuto dall’alto che è oggi indispensabile, per quanto rimanga sempre un palliativo, non si uscirà nel medio termine dal tunnel, ma credere che da parte dei produttori di automobili non ci siano colpe pregresse è un errore. Per troppi anni l’ansia delle quote di mercato ha drogato i numeri e messo in ginocchio i concessionari.
Non c’era infatti crisi quando si vendevano trecento mila auto in meno. Non esistevano gli sconti e se eri conosciuto ti venivano semmai regalati i tappetini oppure il triangolo d’emergenza. Esistevano i listini e a quelli ci si atteneva: adesso sono soltanto un’indicazione per sapere il prezzo che un’auto… non deve essere pagata. Più che la bontà della vettura vince lo sconto praticato, e per vendere ci si dissangua. Ovvio che chi un anno fa pagava un modello 5 mila euro in meno del listino ufficiale, oggi si senta un pollo da spennare se risparmia soltanto 1000 euro. Ma chi ha messo in moto questo maledetto giro vizioso, i clienti o i costruttori?

Se Parigi val bene una mossa

settembre 27, 2010  |  Industria, Mercato  |  32 Commenti  |  Lascia un commento

A Parigi annunciano con puntuale sciovinismo che il Salone dell’auto in avvio questa settimana (e che loro chiamano, ovviamente, Mondial de l’Automobile, per non farsi mancare nulla) vedrà in passerella ben 100 anteprime mondiali.

Di questi tempi annunci roboanti tirano un po’ su il morale perché non è che in Europa l’auto se la passi proprio bene visto che il mercato viaggia con un vistoso trend discendente a dispetto di una Russia che ha ripreso a tirare. Il guaio è che nella melma non c’è soltanto l’Italia, anzi: la Germania soprattutto fatica marciando al 30% in meno.

La domanda, allora, è se le grandi esposizioni abbiano ancora un vero senso. Ormai, infatti, le novità vengono tutte (o quasi) anticipate di qualche giorno e i media non si tirano indietro nel mostrarle. L’effetto sorpresa viene così a mancare e il pubblico comincia a segnare il passo, anche se centinaia di migliaia di persone restano sempre traguardi da non buttare via e nessuno ci vuole rinunciare all’insegna del meglio meno che niente.

Il peggio è che calano anche le vere anteprime importanti: la stessa Volkswagen, che punta apertamente al primato mondiale di vendite nel giro di pochi anni, va a Parigi con soltanto la Passat rivisitata (parlare di auto nuova è un azzardo); così, ad esclusione dei francesi e di qualche costruttore minore, il piatto piange un po’. Da tempo, peraltro, le presentazioni si inseguono giorno dopo giorno, preferendo lanci diversificati alle manifestazioni in comune, perché la paura che assilla i costruttori è che del proprio prodotto non si parli abbastanza se mostrato assieme a quelli della concorrenza. Morale: le luci sempre più forti illuminano modelli sempre meno inediti. A salvare la scena restano allora le sole concept car, auto che adesso sono meno distanti che in passato dalla grande serie. Lì, l’occhio attento può trovare una ragione vera per una visita che un minimo di senso per intuire che domani ci aspetta. Ma può bastare?