La Vw diventerà cinese di… fatto?

marzo 15, 2013  |  Senza categoria  |  77 Commenti  |  Lascia un commento

Ha ancora senso parlare di marchi automobilistici individuandoli per nazionalità? Per il DNA, le origini storiche e per il quartier generale forse sì, per il resto il concetto si frantuma in mille rivoli. Se si prende ad esempio la Toyota,  primo costruttore al mondo, la maggior parte della sua produzione è fuori dal Giappone, eppur con ciò la sua “giapponesità” è molto spiccata. Lo è molto di meno l’”americanità” della General Motors, percepita in modo spiccato dentro gli States, mentre è molto sfumata al di fuori dei confini a stelle e strisce. L’Opel per gli europei è tedesca, la Vauxhall (gemella della Opel) è britannica, le Chevrolet dai prezzi più accessibili sono considerate coreane e la Holden sa di australiano. Di fatto la differenza all’interno dei due Gruppi leader nel mondo si spiega bene con il fatto che la Toyota abita il mondo ma è quasi esclusivamente una marca unica (la Lexus, peraltro, è più percepita come americana piuttosto che giapponese), mentre la General Motors è da sempre un’unione di più brand tanto è vero che un’automobile GM di per sé non esiste.

C’è poi il caso del terzo contendente alla lotta per il primato assoluto, il Gruppo Volkswagen, che sta diventando un caso a sé. Fino ad oggi non ci possono essere dubbi che si tratti di un Gruppo tedesco. Le sue stimmate sono così forti che spesso ci sono tensioni in Lamborghini, dove difendono con orgoglio la loro italianità e debbono continuamente scontrarsi con la convinzione ormai diffusa che a tutti gli effetti si tratti di una produzione tedesca fabbricata all’estero. Tutto questo è comunque vero oggi, ma domani?

Il dubbio viene dopo gli annunci fatti dal numero uno del Gruppo, Martin Winterkorn, che in occasione della presentazione del bilancio (sontuoso) del 2012 ha annunciato i piani per i prossimi anni. In particolare ha destato scalpore il progetto di costruire in tempi brevissimo altri 7 (!) stabilimenti in Cina che vanno ad aggiungersi agli 11 già esistenti. Una programmazione che farà sì che nel 2018 (anno previsto per la conquista del primo posto nella classifica mondiale dei produttori) su 10 milioni di auto prodotte, ben 4 milioni saranno fabbricatenell’ex impero di Mao. Ora se un Gruppo  fabbrica il 40% delle sue automobili in un paese solo, polverizzando il resto della sua produzione in altri 100 stabilimenti sparsi per i 5 continenti, potrà definirsi ancora tedesco? O diventa cinese con però origini, DNA e quartier generale in Germania. In assoluto è una questione di lana caprina, ma in questo secolo quante mutazioni genetiche andremo ad affrontare e quanti dubbi ci verranno?

Via alla F1 dove nessuno pare pensa di vincere in Australia…

marzo 13, 2013  |  Senza categoria  |  37 Commenti  |  Lascia un commento

Questa vigilia del mondiale F1 è davvero curiosa perché suggerisce una domanda estremamente provocatoria: qualcuno che punta a vincere c’è? Già, perché sentendo gli umori, e leggendo le dichiarazioni sui giornali, pare che a tutti vada bene  non uscire clamorosamente sconfitti, tanto poi per vincere ci sarà tempo.

Ha cominciato la Ferrari, che nei test non è andata per niente male, a mettere le mani avanti. La sintesi delle varie uscite di Alonso, di Massa de del presidente Montezemolo è all’insegna della grande prudenza: andiamo molto meglio di un anno fa, siamo molto più vicini in  condizioni da qualifica, l’affidabilità si è confermata, ci manca poco, ecc. ecc.

Anche uno che di solito si nasconde poco, come Lewis Hamilton ha dichiarato all’Indipendent che metterebbe la firma a terminare sul gradino più basso del podio. La sua monoposto è stata la regina delle prove invernali percorrendo tanta strada e segnando temponi a raffica. Dati fasulli?

Ed eccoci alla McLaren dove musi lunghi si accompagnano a bocche cucite. Una mia gola profonda si è fatta però scappare che solo la pioggia potrebbe dare una mano, perché dai dati raccolti hanno visto che l’auto manca di velocità di punta. Non va male, questo no,ma a un certo punto si plafona. Siamo oggi la terza forza, ha concluso, ma dietro a chi nemmeno lui lo ha saputo dire.

Rimane la Red Bull che tutti temono per il passo gara. Ma soltanto per quello, perché di vere zampate  in condizioni da qualifica non le ha date, e nemmeno le ha provate con convinzione. Webber ha chiarito che saranno della partita e nulla di più, Vettel ha aggiunto che il vero potenziale si potrà vedere strada facendo perché quella è la loro filosofia. In pratica ha messo anche lui le mani avanti, perché se anche non dovesse arrivare la vittoria in Australia, saranno poi le gare a venire a stabilire i veri valori.

Ci portiamo così ad un’apertura di stagione con la paradossale situazione che tutti pensano di non vincere, ma comunque di non essere molto lontani dai rivali. Così a noi spettatori cresce ancor più la curiosità per questo salto nel buio partendo dall’unico punto fermo: nelle ultime quattro edizioni ha trionfato 3 volte Jenson Button. Almeno lui dica apertamente che punta a vincere, McLaren o meno al top delle prestazioni. Sennò che gusto c’è a partire senza un favorito, ma con 22 che si nascondono.

Dalle pause in meno al lavoro in più, e con i salari congelati…

marzo 8, 2013  |  Senza categoria  |  66 Commenti  |  Lascia un commento

Dalla Stampa di oggi, venerdì 8 marzo, ecco queste righe che faranno sobbalzare qualcuno sulla sedia; ma questa pare oramai una via segnata a cui, prima o poi, bisognerà fare buon viso a cattivo gioco:

“Accordo fatto in casa Renault: la maison non delocalizza la produzione dalla Francia e anzi l’aumenta, i dipendenti accettano il gelo dei salari per il 2013 e di lavorare di più. Hanno detto sì già due sindacati su quattro, la CfeCgc e Fo, che rappresentano insieme il 45,3% dei lavoratori. La Cfdt si pronuncerà fra poco ma non è pregiudizialmente ostile e quindi l’unico sindacato a dire certamente di no come al solito sarà la Cgt, la Cgil francese. Per la Renault, che attraversa una crisi terribile, con il 2012 chiuso con un calo delle vendite in Europa del 22,5%, è un successo. Ma anche per il governo socialista. Mercoledì il titolare del Lavoro, Michel Sapin, ha presentato al Consiglio dei ministri il progetto che trasforma in legge il laborioso accordo strappato alle parti sociali e che importa da questa parte del Reno il modello tedesco di maggior flessibilità in cambio della sicurezza dell’impiego”.

Dalla riduzione delle pause, quindi, al congelamento dei salari. Il prossimo passo potrebbe essere un orario di lavoro sempre più flessibile e in sintesi meno retribuito. Ma alle porte, aspettando i cinesi, ci sono i coreani da combattere, i veri emergenti sul mercato mondiale, che hanno turni di lavoro di 10 ore al giorno e una sola settimana di ferie all’anno. Offrono qualità superiore e la propongono a prezzi inferiori, abbinati a una garanzia molto più lunga. Per difendersi gli europei che cosa dovrebbero fare: non acquistare prodotti più convenienti (e quindi farsi un dispetto) oppure accettare la sfida ponendosi sullo stesso piano produttivo? Il tema che da noi affiora adesso, è da un po’ di grande attualità anche in Germania dove non è tutto oro quel che luccica, tanto più che la storia racconta che negli anni ’90 per rispondere al calo della domanda l’orario di lavoro era stato si diminuito a 28 ore , ma anche lo stipendio era stato diminuito del 20%, mentre nel 2006 si era poi fatto l’opposto, ovvero si è aumentato l’orario di lavoro riportandolo a 35 ore settimanali  pur a parità di  stipendio. In più,  per i neoassunti dal 2001 l’orario arriva anche a 42 ore con salario sempre diminuito del 20%.

In parole provere, ci si industria come si può per non venire travolti, e con una sola chiara prospettiva: abbiamo attraversato anni di crescita sociale e di benessere che non ritroveremo più.

Meno pause e più assunzioni?

febbraio 27, 2013  |  Senza categoria  |  167 Commenti  |  Lascia un commento

L’argomento che vi sottopongo è piuttosto spinoso e vi prego di non sottovalutarne nessun aspetto prima di trarre delle conclusioni affrettate.

Che cosa è successo: alla VM di Cento, dove adesso il lavoro è molto aumentato per via delle commesse di motori per la Chrysler, hanno deciso di operare 300 nuove assunzioni perché la produzione dovrà passare dai 54 mila propulsori del 2012 ai 90 mila del 2013 per arrivare  a stabilizzarsi sull’ordine dei  120 mila dal 2014 in avanti. E’ stato allora approvato un investimento di 80 milioni di Euro che non sono pochi per un’azienda che attualmente ne fattura 300.

Un’ottima cosa, si dirà. E allora?

E’ successo che l’azienda ha convocato le federazioni provinciali dei lavoratori sottoponendo il piano chiedendo in cambio di passare dall’accordo del 1993 che prevedeva pause concordate di 63 minuti ogni 8 ore allo standard medio lavorativo europeo che oscilla tra i 30/40 minuti.

Qualcuno ha detto subito di sì, qualcuno (la FIOM) ha detto prontamente di no. Nel frattempo la Regione (rossa) emiliana è intervenuta plaudendo all’idea delle 300 assunzioni stanziando risorse per la formazione dei nuovi assunti, mentre l’amministrazione comunale ha autorizzato in tutta fretta l’acquisto di una vicina fabbrica da tempo dismessa.

L’accordo è stato quindi trovato sulla base di 51 minuti, ma ovviamente una grossa fetta dei lavoratori ha protestato non accettando la riduzione dell’orario, anche se questo avrebbe comportato la rinuncia a 300 posti di lavoro.

Vi risparmio la lunga discussione con aspetti a tratti puntigliosi e a tratti dolorosi. Fatto sta che si è arrivati al referendum interno e l’accordo è passato pur con 206 operai che hanno votato contro le nuove assunzioni perché queste avrebbero significato 12 minuti di pausa in meno su 63.

Ecco, qui viene il  difficile. Generosi i 638 dipendenti che hanno votato sì e ingrati i 206 per il no? A una prima lettura potrebbe sembrare così, ma il principio in discussione è che le lotte sindacali hanno portato a conquiste che negli anni sono costate tantissimo ai lavoratori, e se adesso, nel nome degli interessi allargati e ben comprensibili di chi è senza impiego e vuole trovarlo, sì dà un calcio al pregresso, il rischio è di tornare in fretta, colpetto dopo colpetto, a dove si era partiti. Letta così, l’obiezione è tutt’altro che campata in aria, pertanto non è per niente facile schierarsi. Almeno non lo è per me. D’altra parte è giusto dire che certe conquiste arrivarono  quando si operava in un mercato chiuso, mentre oggi bisogna reggere la concorrenza dei coreani con le 10 ore di lavoro al giorno e pause risibili, dei cinesi, degli indiani e così via.

Insomma, dilemma a dir poco pernicioso. Dite la vostra.

Il numero uno della passione rallistica

febbraio 21, 2013  |  Senza categoria  |  137 Commenti  |  Lascia un commento

Mi dice un amico: tu hai una grandissima passione per i rally, ti ricordi tutto di quelli di una volta. E’ vero, ricordo molte cose; e gli anni 70/80 li ho nella pelle perché ho avuto l’opportunità di esserci stato proprio dentro per lavoro e per piacere. Ma all’amico ho risposto che in giro ci sono tanti che hanno molta più passione di me, che ne parlano in ogni momento e che, magari, sapendone anche un po’ meno, ci mettono molta più foga e che per me stanno davvero su un piedistallo.

Ma chi? Fammi un nome, ribatte. In un amen mi sono ripassato volti e cognomi, in molti casi anche soprannomi perché un tempo la disciplina era fitta di nomignoli appiccicati addosso: Belva, Belvino, Superbone, Piombino, Bullit, Il Prete, Drago, Sfinge, Tramezzino, Fox, Sartana, Kilroy, Balestra, Sputnik, Jena, Speedy e mi fermo qui anche se la lista è lunga, troppo lunga per un blog. Molti di questi sono grandi campioni e molti restano dei grandissimi appassionati che non mancano mai un evento rievocativo per rivivere le belle storie passate.

Poi però un nome preciso mi è venuto in mente. Uno che a mio avviso per passione e competenza non ha uguali, uno che meriterebbe un libro intero perché nel giro lo conoscono tutti e tutti gli vogliono bene, ma essendo proprio lui quello che presenta al meglio tutti gli altri, finisce che non ha mai il riconoscimento che si merita.

Ecco, se il grande Totem dei rally dovesse assegnare un riconoscimento, una medaglia a mister passione, dovrebbe darlo a Nedo Checchi, un toscanaccio incredibile che si è messo dietro alle spalle il suo passato da bravo pilota amatoriale per prendere in mano il microfono e cantare ogni settimana le lodi degli altri. Nel giro è un beniamino perché o è sul palco delle partenze, o è ad animare un incontro, una cena festosa, un raduno. Il Nedo, sa tutto, è documentatissimo, non legge mai: riporta a memoria;  e con la voce, che in certi momenti vibra alla Paolo Conte, fa rivivere anche ai più giovani atmosfere d’un tempo, imprese lontane, situazioni vissute oppure studiate con cura. Non recita, canta storie degli altri sentendole sue. Sì, ne sono sicuro: nessuno è appassionato quanto lui, stella cometa di un firmamento fitto di incredibili innamorati della specialità, e trovo davvero strano che tra i mille riconoscimenti che la Federazione assegna ogni anno ai suoi licenziati non si trovi mai l’occasione per darne uno a lui che sui podi c’è sempre, mica solo ogni tanto come tocca a chi corre.

La Fiat 500 ormai figlia del mondo

febbraio 14, 2013  |  Senza categoria  |  108 Commenti  |  Lascia un commento

Metti una sera dietro una scrivania a far di conto per capire il mercato dell’auto, con i suoi segnali  altalenanti in giro per il pianeta, ed ecco che certi numeri prendono forme differenti mano a mano che non ci si limita a leggerli, ma si fa anche qualche sforzo in più per interpretarli uscendo dal cortile che sta attorno. Un esercizio utile perché, guardando oltre, trasforma il modo di valutare tante cose.

Notavo per esempio che le quattro regine del mercato italiano, nell’ordine Panda, Punto, Ypsilon e 500, si prestano ad analisi piuttosto differenti. La Panda, per esempio, ha un mix che si perpetua negli anni: funziona bene da noi (rimane la più venduta) e bilancia le vendite all’estero con quelle nazionali. Anche la Punto è, quasi, sulla stessa linea (80 mila pezzi in Italia, 60 mila nel resto d’Europa). Poi viene la Ypsilon che da noi viaggia alla grande ma fuori dai nostri confini non buca (male cronico, secolare, delle Lancia):  44 mila vetture in Italia, appena 9 mila in Europa. Infine ecco la 500 che è davvero un fenomeno mondiale capace, a 5 anni dalla sua nascita, di aggredire tutti i mercati con questa incredibile ripartizione: 43 mila in Italia, 104 mila in Europa, poco meno di 60 mila fuori dal Vecchio Continente.

Mai, nella sua storia, un modello Fiat aveva segnato appena il 25% delle vendite nel Belpaese e questo spiega perché attorno al suo nome sta nascendo un vero e proprio brand a respiro mondiale. Però quello che mi ha fatto sobbalzare è stato un altro confronto cui non avevo mai badato e che ha rimesso in discussione molti pregiudizi e la mia scarsa visione internazionale, che invece servirebbe sempre quando si fanno delle verifiche: nel 2012 si sono vendute più 500 negli Stati Uniti che da noi.

Ma come, non doveva essere una pia illusione portare la nostra piccolina negli States dove i grandi spazi l’avrebbero ridicolizzata? Lo si pensava in tanti, forse tutti, con sfumature più o meno accese che andavano dal fiasco assicurato al pietoso ritorno di qualche numerello utile a fare un po’ di cassa, ma proprio nessuno s’immaginava un risultato così saturo di significati e così denso di prospettive.

Dalla Sicilia con dolore

febbraio 11, 2013  |  Senza categoria  |  32 Commenti  |  Lascia un commento

Un nostro lettore siciliano mi ha scritto quanto segue: “In tempi molto recenti, il ponte “Verdura”, sito al km 44 della SS115, ossia l’unica infrastruttura che collega la parte centro-meridionale da quella occidentale della Sicilia, è tragicamente crollato. Grazie alla tempestività di un automobilista, si è potuto bloccarlo al transito giusto un paio di ore prima che crollasse del tutto, causando diverse vittime. Ormai, più di una settimana è trascorsa dall’evento, e per poter raggiungere l’altra estremità del ponte, noi siciliani siamo costretti ad una deviazione che ci costa più di 30 km di distanza, percorribili in 70-75 minuti, poichè si tratta di stradine di montagna con asfalto molto consunto. Non solo. Il disagio non riguarda esclusivamente gli automobilisti, ma anche coloro che avrebbero bisogno di essere trasportati d’urgenza, come gli abitanti dei comuni di Ribera e Calamonaci, adesso costretti a recarsi all’ospedale di Agrigento, senza la possibilità dell’elisoccorso, poiché non ci sono punti di atterraggio. Oltre ai tempi di viaggio notevolmente aumentati (del 350% per la tratta Sciacca-Ribera), ci troviamo ad affrontare giornalmente il pericolo di una strada alternativa piuttosto pericolosa, che ha causato fin dal primo giorno diversi incidenti.

Ad oggi, si parla addirittura di 8 mesi per risolvere questo grave problema, ma c’è chi dice si possa provvedere in pochi giorni grazie ad un ponte provvisorio ad opera del Genio Militare. Quel che sappiamo è che noi siciliani, siamo italiani come gli altri. Ne siamo orgogliosi. Quindi ci rattrista vedere come veniamo ignorati dai giornali nazionali, abbandonati alla classe dirigente che tanto ci ha portato via negli anni”.

Mi pare un grido di dolore molto serio che si presta a molte letture: dal divario nord-sud al malcostume di maltrattare i cittadini, passando per una politica che si dimentica sempre del territorio ai media che  sono concentrati sempre su temi distanti dalla gente.

Di sicuro, se si eccettua il clamore che un paio di mesi fa aveva suscitato quella stupida norma che imponeva le gomme termiche e vietava le catene, ben di rado i temi legati ai problemi degli automobilisti vengono evidenziati, spesso preferendo esaltare quello di negativo che si può associare alle automobili e al loro uso. Della questione sopra citata seguiremo comunque gli sviluppi con Quattroruote.

Il gatto soffre: lo lascio crepare o mi sveno per salvarlo?

febbraio 5, 2013  |  Senza categoria  |  140 Commenti  |  Lascia un commento

Quello che segue è un estratto di un articolo apparso sull’edizione bolognese de la Repubblica il 31 gennaio: “Si è fermata sul ciglio della strada per soccorrere un gatto in fin di vita, sanguinante. L’ ha portato al pronto soccorso animali di Ozzano, dipartimento veterinario dell’ Università di Bologna. Ma alla signora Tiziana, che ha salvato la bestiola, è arrivato un “conto” di 1.300 euro per le spese mediche: «Pensavo di vivere in un paese civile», dice. Potesse tornare indietro, probabilmente si comporterebbe allo stesso modo. Ma con una mano sul cuore e l’ altra al portafogli. Perché quando venerdì scorso si è fermata ai bordi di una strada di periferia dopo aver visto quella «palla di pelo rossa» abbandonata sull’ asfalto, non ha potuto fare a meno di portarla in ospedale, al Dipartimento di scienze mediche veterinarie dell’ Alma Mater. Il gatto s’ è salvato. Ma nelle scorse ore a Tiziana è arrivata una batosta: «Mi hanno chiamata per comunicarmi il preventivo dell’ operazione: 1.300 euro» scandisce, incredula. Di fronte a una cifra del genere, anche l’ intransigente senso civico dell’ animalista più irriducibile è messo a dura prova. Non che la signora non fosse stata avvertita. Forse, in realtà, non era stata avvertita del tutto, come lei stessa racconta nel ricostruire la vicenda: «Quel giorno ero in via dell’ Arcoveggio. A un certo punto ho visto quel gatto sanguinante per strada, sono scesa dalla macchina, mi sono avvicinata, ho visto che era in fin di vita. Ho provato a chiamare dei veterinari ma nessuno di loro faceva servizio di emergenza. Poi mi è venuto in mente che a Ozzano c’ è il pronto soccorso per gli animali, all’ ospedale veterinario dell’ Università, e l’ ho portato lì». A quel punto, i funzionari dell’ Università chiariscono che c’ è da pagare: «Prima di entrare mi hanno fatto firmare dei fogli avvertendomi che le spese sarebbero state a carico mio. E cosa avrei potuto fare, lasciare quel gatto lì per strada? Certo che ho firmato”.

L’argomento è quanto mai d’attualità perché adesso il Codice della strada avverte che si deve obbligatoriamente soccorrere un animale ferito, e prevede anche pene da 389 a 1.559 euro per chi scappa dopo averlo investito, o di 78 a 311 euro per chi non segnala il fatto all’autorità. Norme severe a cui però non corrisponde un numero chiaro di telefono a cui chiamare (il 1515 della Forestale il più consigliato, oppure il 112 o il 113 che dovrebbero girare l’Sos all’istituzione competente più vicina). Resta il fatto che se l’animale è grave – e quasi sempre lo è, se no si sposta da solo -  e se voi automobilisti con il cuore d’oro lo assistete, vi può capitare quello che è successo alla signora Tiziana. Che mi pare a dir poco vergognoso in un paese dove i politici dilapidano i nostri soldi persino per comperarsi la biancheria intima.

Il bello di riscoprirsi bambini

gennaio 31, 2013  |  Senza categoria  |  100 Commenti  |  Lascia un commento

Lamborghini Aventador Roadster a HomesteadOgni tanto è bello tornare bambini. A me è successo, ed ero un po’ una mosca bianca, con la mia gioia, tra i pochi fortunati colleghi presenti in Florida per il lancio mondiale della Lamborghini Aventador Roadster.
Ecco, per un vecchio reporter legato da sempre alle corse in auto, entrare in un tempio della velocità come il Miami Speedway a Homestead e poterci girare a piacimento al volante di un bolide estremo è stato come per un fanciullo visitare Gardaland.
Gli ovali hanno un fascino unico perché lì il concetto di velocità si sublima. A Homestead la pole record registra una media sul giro di 357 all’ora. Un qualche cosa di pazzesco se poi si aggiunge che ci corrono tutte insieme, nel caso della Nascar, più di 40 vetture una dentro l’altra.
Ecco, per me girare lì, assalire le pendenze assurde delle curve con banking di 20 gradi, immaginare quelle tribune piene di pubblico, è stata adrenalina pura che non sospettavo più di riapprezzare.
Poi, certo, c’è stata prova dell’Aventador roadster con i suoi 700 cavalli e le botte alla schiena ad ogni passaggio di marcia, ma niente a che vedere con l’emozione di essere in quell’incredibile luna park. Magia del luogo, che ti fa capire come le situazioni contìno ancor più dei mezzi a disposizione.
Ecco, questa volta non ho molto da proporre ai vostri sempre divertenti commenti, ma volevo trasmettervi quello che ho provato, e magari capire se anche a voi è mai successo qualcosa di simile, non importa dove e non importa quando.

Scegli me che sono meglio di te

Scegli me che sono meglio di te

gennaio 25, 2013  |  Senza categoria  |  104 Commenti  |  Lascia un commento

La foto che vedete qui sopra è soltanto un esempio di un modo di fare pubblicità che è la regola negli Stati Uniti dove non si parla soltanto del proprio prodotto ma si attaccano i diretti concorrenti. Le leggendarie sfide tra Coca Cola e Pepsi sono soltanto la punta dell’iceberg perché da quelle parti non si risparmia nessuno e basta cercare sulla rete o su you tube per vedere come non ci sia settore dove non brillino esempi in questo senso.
Di recente la sfida senza quartiere tra Apple e Samsung tiene banco, ma la storia delle comparative in campo automobilistico è una magnifica raccolta di stoccate al calor bianco.
Da noi non avviene altrettanto perché la normativa vieta attacchi, ammettendo al massimo di esaltare i propri pregi. Se sia un bene oppure un male è terreno di dispute che appassiona più gli addetti ai lavori che gli utenti finali, però un po’ di melassa in meno e un pizzico di pepe in più non guasterebbe.
Perché tutto questo preambolo? Perché da un po’ di tempo qualcosa di vagamente riconducibile avviene da noi sul mercato auto. La concorrenza stimola offerte mirate diciamo “contro” la concorrenza diretta per portarsi in casa nuovi clienti, fedeli a marche rivali. Hanno iniziato i brand premium tedeschi col dare un bonus di sconto a chi compera ad esempio una Bmw dando dentro o un’Audi oppure una Mercedes. Lo fa da un annetto anche l’Alfa Romeo (1500 euro in più) se per una Giulietta si dà dentro una Vw Golf, e lo fanno diversi altri ancora.
In tempi duri è una battaglia molto “americana” perché da quelle parti è proprio la regola e, a sentire addetti ai lavori, è anche una cosa che funziona. A questo punto si obbietterà: ma se il valzer va di continuo, tutti si rubano tutti; obiezione vera ma il fine è quello di portarsi un nuovo cliente in casa e magari tenerselo poi stretto se si trova bene.
Insomma non è la comparativa classica della pubblicità ma in fondo è la stessa guerra senza quartiere che ha il pregio di non girare attorno alle cose, ma le affronta a viso aperto. Un po’ come dovrebbe essere nel campo delle competizioni agonistiche dove è molto onesto fare reclamo, ed è invece molto subdolo non uscire allo scoperto ma far girare sospetti. Certo, per il tradizionale bizantinismo di casa nostra è un modo di agire molto di rottura, però sta prendendo sempre più piede.