Che cosa non può più mancare su un’auto di oggi

novembre 2, 2016  |  Senza categoria  |  50 Commenti  |  Lascia un commento

Come deve essere l’auto utilizzabile nel suo senso più moderno? Ormai ci sono delle regole ben precise al di fuori delle quali ci stanno soltanto le vetture speciali, le sportive, le microcar oppure le vetture di super lusso.
La filosofia che va già per la maggiore, e che sarà alle base della stragrande maggioranza delle automobili di un prossimo futuro al di là del tipo di alimentazione che le equipaggerà, deve rispondere a questi criteri di base: dovrà essere facilmente parcheggiabile, di lunghezza il più possibile contenuta eppur con ciò confortevole per gli occupanti, di facile accesso (comoda per salire e per scendere) e divertente da guidare.
Detto così sembra un po’ l’uovo di Colombo, ma andando un po’ più a fondo si legge il tutto con queste caratteristiche:
• L’auto dovrà essere il più possibile leggera e con un basso momento d’inerzia
• Dovrà avere una distribuzione dei pesi il più possibile bilanciata
• Essere dotata di sospensioni al miglior livello sia dal punto meccanico che elettronico
• L’infotainment di bordo dovrà garantire il meglio sia per quello che riguarda il suono e le possibilità di sfruttare le opportunità delle rete, ma deve parallelamente regolare e ottimizzare il feeling di guida e assicurare differenti possibilità di prestazioni (eco, normale, sport…)

Infine deve trasmettere al cliente un’alta qualità percepita
Attorno a tutto questo gli ingegneri e i progettisti si arrovellano, ben sapendo che rinunciare qualcosa significa fare un grande regalo alla concorrenza.
La ciliegina sulla torta verrà poi dal design e dallo stile, valori che hanno un peso esagerato su molti mercati (da noi in particolare) ma anche meno peso su tanti altri, ragione per cui chi produce automobili sa bene che i punti chiave sono gli stessi per tutti, e pertanto si possono considerare ormai imprescindibili, mentre una linea ben riuscita oppure una grande affidabilità diventano ragioni in più per un acquisto senza essere però indispensabili.
Se ci pensate, è una vera rivoluzione soprattutto per quelli che si sono innamorati delle automobili abbastanza indietro nel tempo. Una volta si accettava un’automobile brusca, poco confortevole e magari pure brutta purché avesse sotto il cofano un motore potente, oppure si sceglieva un modello semplicemente perché assicurava una tenuta di strada formidabile, oppure ancora perché la sua linea era ricca di fascino: insomma, anche una sola caratteristica capace di fare la differenza, era già sufficiente per operare un acquisto. Al contrario, oggi e soprattutto domani, l’auto dovrà avere al minimo tanti requisiti e semmai potrà avere altre peculiarità come aggiunte, ma queste ultime da sole non basteranno più per giustificare la spesa in concessionaria.

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Quelle ibride che fanno già paura alle amministrazioni comunali

ottobre 24, 2016  |  Senza categoria  |  35 Commenti  |  Lascia un commento

Bologna si rivela una città intelligente, molto aiutata dal fatto di essere una città mediamente piuttosto ricca, e chi si è trovato impreparato a subirne le conseguenze è il governo del Comune.
I fatti. Nel 2011 l’ex assessore alla mobilità, il tanto discusso Andrea Colombo poi ripudiato dal suo grande sponsor, il sindaco rieletto Virginio Merola, aveva stabilito che il numero di 78.137 vetture titolate ad entrare entro le mura della città erano troppe. Così, per liberare il centro dalle auto e renderlo il più possibile a misura di pedoni, biciclette e mezzi pubblici si era inventato una drastica revisione dei pass per entrare nella Zona a Traffico Limitato e il divieto per quasi tutte le auto diesel e benzina tradizionali. Una mossa che aveva avuto un risultato in apparenza salvifico, con un vuoto improvviso che aveva fatto gonfiare il petto al suo ideatore. Entreranno – aveva sentenziato con grande orgoglio – soltanto quelle vetture ad alimentazione ibrida oppure elettrica.
Orbene, se le 78.137 vetture del 2011 erano troppe, ad oggi quelle ammesse sono risalite a 76.644, appena 1500 in meno. Ma manca ancora un po’ a finire l’anno, poi ci saranno quelli a venire a ingrossare vistosamente questo numero. Perché?
Perché nel giro di appena 5 anni i bolognesi si sono arrangiati, e sono ricorsi in massa a vetture soprattutto ibride per riprendere a circolare dove non potevano più farlo, potendo anche approfittare alle zone di parcheggio a pagamento che per le auto non inquinanti (o meno inquinanti, come è più giusto dire) sono invece gratuite.
Morale, oggi l’aria è sicuramente migliore, ma l’affollamento non si è ridotto e promette di crescere nel giro di pochi mesi.
A quel punto che succederà? Quello che già in tanti temono: che dopo aver sborsato fior di quattrini per comperare un mezzo considerato legale e soprattutto benemerito, arrivi un ripensamento con nuovi divieti. Chi è meno giovane ricorderà quello che era successo con le auto senza marmitta catalitica, quelle senza il bollino blu, le diesel Euro 1, Euro 2, Euro 3 e così via.
Fatta la legge e trovato (a suo modo) l’inganno, chi si è svenato per mettersi in regola si è visto puntualmente becco e bastonato. A ogni aggiornamento un nuovo aggiornamento sperando sempre che l’ultimo ordinamento sia quello credibile.
Che faranno adesso i vari Municipi? Vieteranno l’accesso anche ai veicoli ibridi ed elettrici? Si spera di no, ma forse sì. Non a caso in questi giorni è arrivato l’annuncio che a Milano le vetture a gas, metano o Gpl che siano, dal prossimo febbraio se vorranno entrare nell’Area C dovranno pagare allo stesso modo delle vetture diesel e benzina ammesse.
Il fine giustifica il mezzo, questo lo si sa da sempre, ma va capito chi sente turlupinato dai suoi amministratori locali che continuamente spostano in alto l’asticella e ben poco si preoccupano di rimangiarsi la parola. E’ il caso di chi si è comperato un’auto a metano un mese fa e lo sarà anche chi ha investito ben di più in un’auto ibrida o persino elettrica non appena anche queste verranno dissuase dall’entrare là dove la politica ecologista degli addetti alla mobilità gli aveva fatto credere di poterlo fare seppur al costo di un sacrificio non da poco. Sarebbe follia pura, però però.

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Cosa c’è dietro il probabile addio di Audi alle gare Endurance

ottobre 17, 2016  |  Senza categoria  |  14 Commenti  |  Lascia un commento

Da sempre, chi è appassionato di corse dovrebbe anche cercare di capire che cosa gira dietro i grossi investimenti dei costruttori che vi partecipano. Niente è mai casuale, e niente lo è anche quando i costruttori decidono di lasciare, e poco importa se negli anni in cui sono stati presenti hanno vinto molto oppure poco.
In questi giorni , per esempio, si accavallano le voce di un addio di Audi al Campionato del Mondo Endurance con la fine della prossima stagione. Una scelta che sarebbe a suo modo una bomba, dopo tantissime stagioni piene di successi, ma che autorizza diverse ipotesi. Vediamole.
L’arrivo della Porsche. Un Gruppo automobilistico, per quanto grande, difficilmente si può permettere per lungo tempo una costosissima competizione interna considerando un budget realistico dell’ordine, nel caso dell’Endurance, di 200 milioni di euro per marchio. Si potrà obiettare, allora, sul senso di mettere in pista le vetture di Stoccarda quando già c’erano quelle di Ingolstadt che dominavano la scena il largo e in lungo. Ma qui pare che sia stato il grande capo di tutto, Ferdinand Piech – capace di uscire di scena giusto in tempo per non essere nemmeno sfiorato dallo scandalo dei diesel fuori norma di un anno fa – a volere un ritorno delle Porsche che lui aveva guidato alla gloria negli anni del loro dominio territoriale. I bene informati giurano che tutto successe dopo la vittoria numero 13 dell’Audi, nel 2013, quando tutto lasciava immaginare che il record dei 16 successi di Porsche sarebbe stato superato nel breve periodo. Piech, cui l’Audi deve sempre tutto grazie a quella Quattro che fu tutta una sua invenzione, non poteva sopportare che la sua marca per eccellenza, la Porsche appunto, venisse superata.
I nuovi regolamenti. Altro motivo che potrebbe essere determinante è il cambio regolamentare che sarà introdotto nel 2018 e che imporrà alle vetture un aumento di energia sul giro fino a 10 megajoule dagli 8 attuali (per chi ne sa poco un joule è circa l’energia che serve per sollevare di un metro da terra una mela, ergo 10 megajoule è quella che servirebbe per sollevare 10 milioni di mele ogni giro…, perdonate l’esempio molto terra terra), una scelta che impone un lavoro di ricerca costosissimo per aggiungere sulle attuali R18 e-tron quattro un secondo sistema elettrico di recupero dell’energia.
Il dieselgate. Ma quello che sarebbe il vero motivo dell’addio, sono le conseguenze del clamoroso dieselgate che ha investito tutto il Gruppo Vw. Gli alti vertici della Holding tedesca giudicherebbero poco consigliabile far correre vetture al più alto livello con un motore a gasolio. Il recente annuncio di Vw di presentare da qui al 2025 più di 30 auto elettriche indica la nuova strada che è stata scelta per cercare di far dimenticare in fretta la pagina infelice legata ai motori fuori regola che hanno appannato in maniera travolgente l’immagine del Gruppo. Per questo adesso l’Audi si concentrerà sul programma ABT Schaeffler nella Formula E, e a noi appassionati non resterà che ricordare le grandi cavalcate della casa dei quattro anelli collegandoli agli anni più splendenti dei motori a gasolio, quando il mercato pareva non poter mai offrire niente di più vantaggioso per il guidatore di tutti i giorni.
Le pagine di storia si girano anche con le presenze nelle competizioni. Mai dimenticarlo.

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E adesso la Brexit già presenta il conto

ottobre 5, 2016  |  Senza categoria  |  49 Commenti  |  Lascia un commento

A sentire il sentimento comune, e a leggere anche molti commenti in qua e là, parrebbe proprio che la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, non stia modificando niente. In realtà gli effetti si vedranno più avanti, mentre nel mondo automotive c’è già tanta fibrillazione.
Al Salone di Parigi ha aperto le danze della insoddisfazione Carlos Ghosn minacciando che i futuri investimenti nella fabbrica di Sunderland dipenderanno dagli accordi che il Regno Unito saprà stringere con l’Unione Europea, in particolare quelli sul libero scambio dei beni.
Poi è arrivata Toyota che ha già stimato che la Brexit aumenterà del 10% la tassazione sulle auto prodotte a livello locale. Subito dopo è stata Jaguar – Land Rover ha lamentarsi: “per gestire la Brexit al meglio, il Gruppo inglese sarà costretto a riconsiderare tutto il suo operato, investimenti compresi”. Jaguar Land Rover – che costruisce circa un terzo delle auto prodotte nel Regno Unito – rischia del resto di subire un doppio danno dall’uscita del Paese dall’Unione Europea: sul fronte dell’esportazione in tema di auto e su quello dell’importazione per quanto riguarda la tecnologia e i componenti. Lo scorso giugno, a questo proposito, due fonti interne del Gruppo inglese hanno rivelato alla Reuters che i profitti annuali della JLR potrebbero subire un taglio di 1 miliardo di sterline (1,15 miliardi di euro) entro il 2020 in caso d’imposizione di una tariffa doganale del 10% – quella che in teoria ha più probabilità di essere applicata – da parte dell’Unione Europea.
Nel suo piccolo, peraltro, anche la cinese Saic ha deciso di cessare la produzione di MG nel suo stabilimento di Longbridge, dove veniva ultimato l’assemblaggio dei modelli MG3 e MG GS in vendita nel mercato locale: d’ora in poi arriveranno già pronti dalla Cina. Mentre la Opel trema per la sua Vauxhall, costretta a ritoccare i suoi listini del 2,5%, a partire dal 1° ottobre. Scelta dovuta al fatto che, in appena tre mesi, il già citato indebolimento della sterlina è costato alla General Motors Europa circa 301 milioni di euro.
Infine è arrivato il monito ancor più deciso di Nissan, a una settimana dalla prima minaccia di Ghosn, che potrebbe decidere di terminare la produzione della sua Juke nel Regno Unito. A Sunderland costruiscono queste vetture l’80% delle quali è venduto fuori dai confini britannici. Se non ci saranno sconti fiscali adeguati i giapponesi potrebbero scegliere altri impianti dove produrre questo modello.
Sono quindi passati appena tre mesi dal referendum e c’è già tanta fibrillazione, alla faccia di chi sostiene che in fondo non è successo nulla. Ma mai sottovalutare le reazioni del mondo auto, perché la grande industria muove sempre da qui.

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Se io fossi in Peugeot uno così non me lo farei scappare

Se io fossi in Peugeot uno così non me lo farei scappare

settembre 29, 2016  |  Senza categoria  |  35 Commenti  |  Lascia un commento

Da molti anni ho l’abitudine di chiacchierare con i tassisti per capire come vanno le auto che guidano. Si tratta di solito di piloti con esperienza e che percorrono molta strada. Pertanto possono informare senza interessi di parte sugli eventuali problemi dei vari modelli, cosa che a un giornalista di solito non è concesso, se non in occasione delle sempre più rare (e costosissime) prove di durata.
Così mi sono molto divertito ad ascoltare un tassista bolognese che mi ha portato all’aeroporto per raggiungere Parigi e il Salone dell’Auto.
Ebbene, se io fossi nella Peugeot uno così non me lo farei scappare: ce ne fossero dei venditori come lui nelle concessionarie. Era al volante di una 3008 posseduta per quattro anni e con alle spalle 170 mila km. Una vettura tenuta benissimo tanto che gli interni sembravano assolutamente nuovi e che lui, per ragioni fiscali, era costretto a lasciare per un modello nuovo: una Vw Touran.
A sentire il tassista, mai aveva avuto per le mani un’auto capace di non dargli il minimo problema – zero, zero, zero – insisteva a sottolineare, alla cui guida non si stancava, comoda anche per i passeggeri, e con un bagagliaio che gli permetteva anche quattro persone a bordo oltre a lui con relativi bagagli ingombranti.
“Ho guidato di tutto – ribadiva – ma mai nulla mi ha tanto soddisfatto”.
A quel punto gli ho chiesto perché non ne avesse preso un’altra tanto più che la nuova ha appena ottenuto anche le 5 stelle Euro NCAP, e lui mi ha risposto: “ che l’avrebbe fatto volentieri ma che ha dovuto rinunciare all’idea perché la nuova 3008, pur molto bella, è troppo SUV, cioè troppo alta da terra. Per molti clienti anziani, spesso anche in cattive condizioni fisiche per cui debbono chiamare uno come me, questo è un problema, e anche la vera ragione perché le SUV in versione taxi sono rarissime”.
Ho allora stabilito, una volta di più, che in ogni situazione ci possono essere dei limiti che anche noi, che per mestiere ci occupiamo di automobili dalla mattina alla sera, nemmeno ci immaginiamo. Ma al di là di questo la passione che questo guidatore trasmetteva mi ha veramente colpito. Non mi doveva vendere nulla: era semplicemente soddisfattissimo e dispiaciuto di privarsi di un mezzo che gli è entrato nel cuore. E mi ha aggiunto: “È sa quanto mi hanno dato per questa auto che a lei pare nuovissima e che peraltro è ancora perfetta? 5.500 Euro. Niente. E so già che la rivenderanno a 9 mila o 9.500…”. Le automobili, vivaddio, sono ancora oggetti di cui ci si può innamorare.

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Se Skoda, con uno spot, ci riporta ai valori più veri

settembre 20, 2016  |  Senza categoria  |  41 Commenti  |  Lascia un commento

Ci sono cose che ogni tanto di riconciliano con la vita, non fosse altro che per dare un bel calcione all’abuso delle nuove tecnologie, al modus imperante di ragionare o convivere soltanto attraverso i social media e tutto quello che ci gira attorno. Insegnare come si sta al mondo, quali valori contano di più, non è peraltro compito dell’industria automobilistica, se però questo avviene bisogna battere le mani.
Esce, allora, in questi giorni un spot che fa molto pensare, ideato dalla Skoda Italia e capace di coniugare il cervello al cuore: il messaggio è la presa di coscienza di quello che siamo a confronto con il rischio di diventare quello che gli altri vorrebbero che fossimo. In sintesi io valgo per i miei meriti, non per i “mi piace” che ricevo sui vari social. Una risposta intelligente a situazioni che stanno diventando quotidianamente una brutta regola che sfocia tristemente nella ragazzina vittima di uno stupro e filmata dalle sue amiche che invece che intervenire in suo aiuto hanno pensato a che cosa avrebbero postato e sul relativo ritorno, nei dannati “like”.
Skoda entra allora nel nuovo modo di vivere il quotidiano, quell’ eccesso di tecnologia che una recente indagine mette sotto accusa con la forza dei numeri: il 39% delle persone avrebbe detto che si è stufata (finalmente verrebbe da aggiungere) della dipendenza da smartphone e derivati e vuole tornare ai rapporti interpersonali diretti.
Lo spot che si può vedere qui: https://youtu.be/PTTKD4Xn1D0, è una forte riflessione che arriva non a caso da una marca che poggia da sempre sulla consistenza, e che sta vivendo il suo momento magico con oltre un milione di vetture vendute a fine anno (chi poteva immaginarlo soltanto dieci anni fa?) facendo boom persino sul mercato italiano (+34% su una media di crescita di +17%) dove da sempre l’apparire conta più dell’essere. E tutto senza avere ancora in listino una SUV, cioè quella specie di assegno circolare che sta facendo la fortuna di molta concorrenza. Il rimedio a questa lacuna arriverà a breve con l’attraente Kodiaq, attesa nelle concessionarie il prossimo marzo, e poi, un anno più avanti con la rivisitazione della Yeti in versione crossover. Ma sarà un di più, perché la soddisfazione è quella di aver comunque imposto nel tempo la filosofia di semplificare la vita a bordo dei clienti, e quella di far apprezzare la sostanza al posto dell’effimero: valori che nella società attuale si vanno vieppiù imponendo come conseguenze positive di una lunga crisi economica che ha colpito duro.
Cercare clienti tra quelli che pensano piuttosto che tra quelli che cliccano è un annuncio chiaro e pure controcorrente: le auto per quello che offrono come auto e non per quello che promettono come sussidiarie del telefonino e delle sue degenerazioni peggiori.

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A Parigi scatterà l'ora X delle elettriche?

A Parigi scatterà l’ora X delle elettriche?

settembre 14, 2016  |  Senza categoria  |  44 Commenti  |  Lascia un commento

Al Salone di Parigi ormai alle porte potrebbe davvero scattare l’ora X tanto attesa: i costruttori tedeschi sveleranno al mondo il loro stato dell’arte riguardo l’auto elettrica e le loro ambizioni fanno molto pensare.
Mai prima si erano sentiti propositi altrettanto bellicosi, ad esclusione delle profezie di Carlos Ghosn alla fine del decennio scorso. Percorrenze in elettrico di 400 chilometri, tutto uno stuolo di modelli in arrivo da qui al 2020, piattaforme dedicate, la Bmw che smantella la “divisione i” e include i veicoli a impatto minimo insieme agli altri prodotti, la Volkswagen che anticipando l’arrivo del nuovo concept lo sistema sotto un velo a fianco di due vetture iconiche come la Beetle e la Golf, sono tutti segnali che non possono sfuggire.
Parlare conseguenze dello scandalo dieselgate è fin troppo facile. C’è stato un pastrocchio da cui l’industria mondiale cerca di uscire con le ossa meno rotte possibile, e tutti si tuffano verso il nuovo che nuovo non è, scoprendo all’improvviso che se po’ fa, che sotto pressione i pregiudizi, i limiti tecnici e le convenzioni si possono superare.
Allora delle due l’una: ci avevano sempre imbrogliato. Oppure, niente come la necessità aguzza l’ingegno.
Con gli anni se non proprio saggio, ho cominciato ad essere più attento. Provo a cogliere i segnali e mi faccio delle domande provando a darmi anche delle risposte. Credo allora che questa potrebbe davvero essere la volta buona. Se i colossi tedeschi si rifugiano lì significa che non sanno come reagire alle pressioni legate all’inquinamento che si preannunciano irrisolvibili, e poi che l’auto a guida autonoma, pur con tutte le sue oggettive difficoltà pratiche, sarà improcrastinabile e comunque esclusivamente elettrica.
Chi deve sostenersi economicamente non può allora restare alla finestra, e se il futuro lo vede esclusivamente in quella direzione, farà come sempre buon viso a cattivo gioco.
Con un ulteriore dubbio: che ne sarà delle vetture ibride plug-in se le elettriche pure arriveranno a breve a quasi 500 chilometri di autonomia?

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E se la sorpresa viene dalla Bentley Bentayga?

settembre 5, 2016  |  Senza categoria  |  80 Commenti  |  Lascia un commento

A un mese dal giro di boa di metà anno e sempre a un mese dal Salone di Parigi che farà da attesa passerella per molte vetture che vivacizzeranno il mercato dell’auto negli anni a venire, mi sono guardato con molta attenzione i numeri legati alle vendite dei vari modelli sulle scena europea e ne ho tratte un po’ di considerazioni, del tutto personali, che vi ribalto per vostra curiosità.
Partiamo dalle cose di casa nostra, giusto per ribadire che sulle vetture piccole la scuola dell’ex mamma Fiat è ancora dominante. Il dominio di Panda (+20%) e 500 (+3,9%) continua imperterrito con Panda adesso davanti. Entrambi i modelli hanno passato quota 100 mila con la terza in classifica, la Vw Up poco sopra 50 mila (-4,3%).
Ma se la lotta in famiglia Fiat è molto ravvicinata, quella tra Kia Sportage e Hyundai Tucson è addirittura al calor bianco con appena 600 vetture a dividere le due gemelle (77.831 per Sportage contro 77.221 di Tucson…), anche se va detto che la Nissan Qashqai è ancora leader indisturbata davanti a loro con quasi il doppio di modelli venduti.
Lotta ai ferri cortissimi anche sul podio delle vetture Premium del segmento D, dove Bmw con la 3 ha superato la Mercedes Classe C con numeri molto simili (75.434 contro 74.998). Davanti, con 10 mila pezzi in più resta l’Audi con la A4.
Però, per non infilarmi in un elenco infinito, vi sottopongo due segmenti di cui si parla poco.
Le elettriche, per cominciare. Sono già passati otto anni dai grandi proclami di Renault e del suo grande capo Carlos Ghosn, però i numeri continuano ad essere miserevoli. In Europa, dove nell’area nord la sensibilità per i veicoli a basso inquinamento tocca punte ammirevoli , l’incremento annuo non arriva al 7% su una quota di mercato impalpabile. La regina è la Renault Zoe con 11.727 pezzi davanti alla Nissan Leaf con 10.876. È vero che gli incrementi di questi due modelli sul 2015 sono in apparenza confortanti (rispettivamente +40% e +25%), però i sogni di un decennio fa si sono molto ridimensionati.
Infine ho buttato l’occhio nel mondo del lusso dove si ragiona non in decine di migliaia bensì in termini di unità. Ebbene a comandare le danze è la Bentley Continental GT/GTC con 917 vettura davanti all’Audi R8 a 899, comunque con un significativo +43% a consolarla. La prima Ferrari è comunque sul podio come Vettel a Monza; terzo posto per la 488 (824) che precede la California (467) e la Maserati Quattroporte (397).
In ogni caso, se volete saltare sulla sedia, c’è al sesto posto una new entry che fa già scalpore: la Bentley Bentayga di fresco arrivo fa già meglio di Aston Martin Vintage e di Lamborghini Huracan. A Sant’Agata comunque sorridono. Se tanto mi dà tanto, con la loro Urus faranno sfracelli.

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Giugiaro e le sue visioni

agosto 25, 2016  |  Senza categoria  |  35 Commenti  |  Lascia un commento

Sono passati almeno quarant’anni, ma il ricordo è ancora vivido. Ero al Salone di Ginevra mescolato a molti colleghi che contavano più di me. Un piccolo capannello attorno al già celebrato Giorgetto Giugiaro che parlava a ruota libera. Ricordo bene che enunciò tra lo stupore di tutti i presenti (e pure tanto scetticismo, va sottolineato) che secondo lui il futuro del car design avrebbe dovuto guardare a vetture alte, comode, tutto fuorché filanti.
Ora, che il car designer del secolo sia sempre stato capace di vedere lontano è storia nota. Però così lontano non se lo poteva aspettare nessuno. Aveva appena presentato il taxi Alfa Romeo New York e sembrava più una difesa necessaria del suo lavoro che una vera e propria visione. Invece poco dopo svelerà la Lancia Megagamma che era antesignana di tutte le MPV che arriveranno negli anni a seguire, senza parlare della moda attuale che è deflagrata nelle SUV e nelle crossover.
Perché ho tirato fuori questa storia? Semplicemente perché ho letto le recenti dichiarazione di Stefano Domenicali, numero uno della Lamborghini, che ha chiarito che a Sant’Agata si aspettano di raddoppiare la produzione attuale con il prossimo arrivo della SUV Urus.
Sì, davvero Giugiaro ha sempre visto lontano. All’epoca se uno avesse parlato di un produttore di vetture Gran Turismo che pensava di ampliare la gamma con una berlinona o ancor peggio con una sorta di fuoristrada si sarebbe gridato allo scandalo (e infatti l’anticipatrice Lamborghini LM non funzionò…). Oggi, non soltanto non s’indigna nessuno, ma addirittura si parla di raddoppiare la produzione…

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Quei luoghi comuni che infestano la F1

agosto 11, 2016  |  Senza categoria  |  39 Commenti  |  Lascia un commento

Roberto Chinchero è un bravissimo collega che ho avuto il piacere di avviare alla professione oltre venti anni fa. Adesso è diventato anche una voce popolare di Sky, e i suoi commenti durante i Gran Premi di F1 sono sempre attenti e competenti. Dalla sua ha una solida esperienza maturata nelle gare minori di monoposto, e questo gli dà una grande vantaggio nell’ambiente perché tutti i piloti che oggi animano in Circus lui li ha visti cominciare e li ha seguiti nella loro crescita. Insomma, ne sa tanto, e solo il suo senso della misura gli impedisce di fare a spallate con colleghi più blasonati ma che ne sanno molto di meno.
La premessa è doverosa perché vi voglio proporre una parte di un suo intervento su Facebook che dà un bel calcio a uno dei troppi luoghi comuni che girano attorno alla F1, quello dei piloti che oggi sono lì soltanto grazie al portafoglio pieno, anche se questo mai come adesso è assolutamente falso, retaggio di una realtà che aveva raggiunto vette vergognose negli anni 80, quando gli schieramenti erano sì rimpolpati da giovanotti con una esagerata dote al seguito.
Eccovi, di seguito, che cosa ha scritto Chinchero, note che sottoscrivo in pieno e che debbono illuminare i troppi ciechi che straparlano di F1 senza sapere quello che dicono:
“Oggi è stato ufficializzato il prossimo esordio in Formula 1 di Esteban Ocon. Mi fa particolarmente piacere perché (al di là di quello che riuscirà ad ottenere, e credo che non sarà poco) quella di Esteban è un’altra storia di un ragazzo che ha avverato il sogno di esordire in Formula 1 senza essere un pilota pagante. Ora, visto che leggo sempre tanti luoghi comuni sulla Formula 1, ho fatto appello alla mia memoria per un rapido calcolo. Dei 22 piloti che vedremo in pista a fine mese a Spa, ben 18 sono arrivati in Formula 1 per meriti, ovvero senza mettere sul piatto sponsorizzazioni o capitali personali. Valutando anche i restanti quattro (Gutierrez, Perez, Nasr ed Ericsson) comunque parliamo di gente che ha vinto campionati, e nel caso di Perez, diventati anche degli ottimi piloti”.
Premesso che correre in auto è estremamente costoso, certi pregiudizi sono difficili da estirpare, e chi scrive di F1 –per ignoranza o per cialtroneria- spesso si guarda bene dal farlo. Invece, mai come oggi si arriva in alto solo grazie al talento: le squadre bisognose non ci sono più (persino la Sauber si è sistemata) e tutti vogliono schierare il meglio in circolazione. La caccia ai giovani velocissimi è maniacale e lo schieramento se ne avvantaggia.
Bisognerebbe sottolineare tutto questo, invece passa il messaggio che il livello sia basso, che arriva in alto soltanto chi è raccomandato. Non è giusto e nemmeno onesto.
Meno male che qualche addetto ai lavori se ne è accorto. E lo scrive. Era ora.
Bravo Chinchero.

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