Multe più care di notte, un non senso

aprile 23, 2018  |  Senza categoria  |  25 Commenti  |  Lascia un commento

“La sanzione vien di notte/con le strade tutte rotte/viene, bussa e scappa via/poi mi costa una follia”. Questa sembra una filastrocca di Natale, ma purtroppo non lo è. Semmai è una sintesi un po’ sui generis di una decisione impulsiva che è entrata anni fa nel Codice della Strada sull’onda delle famigerati stragi del sabato sera e che resiste senza una vera logica.
Di che cosa si parla? Del fatto che se uno viene multato di notte deve pagare un sovrapprezzo alle contravvenzioni già per conto loro tra le più elevate di tutta Europa. Purtroppo queste avviene molto spesso allorquando la politica si muove in maniera emotiva nella convinzione di quietare un malessere diffuso.
Che senso ha infatti punire con più severità un’infrazione se quest’ultima avviene in condizioni di meno traffico e di minori rischi collaterali? Se uno transita davanti a una scuola dove c’è il limite dei 30 orari a velocità doppia oppure anche tripla è più un pericolo pubblico se lo fa alle 8,30 del mattino oppure alle 23 di sera? E se uno non rispetta uno stop in un incrocio è peggio se lo fa alle 7 di sera oppure alle 4 del mattino? Transitano più pedoni su una striscia pedonale alle 13 oppure alle 3? Allo stesso modo uno è più pericoloso se fa un uso inappropriato del telefonino mentre guida in orario di punta o al contrario se lo fa a notte fonda?
Si può continuare a lungo nell’elenco dei possibili casi di infrazione e non c’è mai paragone tra i pericoli possibili per se stessi oppure verso il prossimo, eppure il Codice della Strada fa un distinguo illogico e sbilanciato all’incontrario.
Ora, questa norma senza senso compiuto andrebbe aggiornata almeno equiparando le due situazioni, la più pericolosa contro la meno pericolosa, anche se adesso togliere la sovrattassa significherebbe immediatamente minori introiti per chi ha sempre più bisogno di fare cassa. Ne consegue che questo non avverrà mai, anche se una recente ricerca di un importante istituto di assicurazioni ha stabilito che al volante la fretta per raggiungere il posto di lavoro o la sede scolastica è micidiale. E la combinazione fretta più distrazione, nell’orario medio delle 8.38 del mattino, è fatale. È infatti a quest’ora che si registra il picco degli incidenti, non certo otto ore prima. Vallo però a spiegare al legislatore che s’illude che chi alza troppo il gomito, o peggio ancora s’impasticca di droghe di ogni tipo, smetta di farlo perché se poi guida e verrà colto sul fatto pagherà un 30% in più.

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La Cina è vicina, già proprio vicina...

La Cina è vicina, già proprio vicina…

aprile 17, 2018  |  Senza categoria  |  40 Commenti  |  Lascia un commento

Immagino che se vi parlo della Great Wall H6, SUV cinese fabbricata a Tianjin e a Bahovitsa in Bulgaria per il mercato europeo, resterete abbastanza sorpresi. In effetti sono sorpreso anch’io perché di quest’automobile so ben poco. Lanciata nel 2011 è stata provata da Quattroruote tre anni fa mentre credo che la seconda versione, uscita l’anno scorso, non sia ancora arrivata in redazione.
A leggere la stampa internazionale pare che il restyling sia molto riuscito e questo non deve sorprendere perché sono diversi anni che questo gippone è il più venduto sul mercato cinese a dispetto di dimensioni importanti che lo mettono a confronto con una concorrenza europea e americana che vanta modelli di assoluto prestigio e indubbie qualità.
Ecco, nei giorni scorsi mi sono chiesto proprio incuriosito come la seconda versione si possa essere evoluta rispetto alla prima, quella che Quattroruote non giudicò con molte negatività. E con una sintesi che faceva così: “È il momento di riscrivere i parametri di riferimento che avevamo sulle auto cinesi. Certo, non tutto il divario con le altre Case asiatiche ed europee è stato azzerato, ma è stato compiuto un passo importante. Rispetto ai modelli precedenti, la nuova Suv della Great Wall si è liberata dei contenuti datati che accomunavano tutto il made in China visto sin qui. È migliorata tanto e vanta un design molto vicino ai nostri gusti”.
Perché allora ne parlo? Semplice: perché ho fatto un balzo sulla sedia leggendo i risultati del mese di febbraio dei modelli più venduti nel mondo ed ho visto che per la prima volta una vettura cinese è entrata nella top ten.
In testa come sempre c’è la Toyota Corolla con 81.613 vetture vendute nel mese più corto dell’anno, e precede altri due mostri sacri come la Ford F-Series e ben più staccata la Vw Golf. Fatta eccezione per l’americanissima Ford, per il resto in classifica è tutta una battaglia Giappone- Europa (Toyota Rav4, Vw Tiguan, Honda Civic, Vw polo, Honda CR-V e Toyota Camry). Poi eccola, al decimo posto, la cinese Haval H6 che fa da capintesta a colleghe con gli occhi a mandorla (Bajoun S10 undicesima e Wuling Hongguang tredicesima).
Dunque i cinesi arrivano, fanno man bassa di marchi stranieri (la sola Geely si è portata a casa Volvo, Lotus, Proton ed è la maggior azionista relativa di Mercedes) e trasferiscono le conoscenze sui prodotti di casa. Cinesi snobbati da tutti fino a dieci anni fa, presi in giro per i loro prodotti puntualmente fallimentari nei test di resistenza, e oggi appetiti e appetibili. Lo ammetto: leggere che nel mese di febbraio appena 20 mila pezzi dividono la Golf regina incontrastata d’Europa da quarant’anni in qua da una SUV di cui nessuno da queste parti conosce l’esistenza è il segno del tempo che passa. E suggerisce anche chi saranno i costruttori di auto che faranno i soldi negli anni a venire.

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Inventare nuovi modi per rendere accessibile l’acquisto di un’auto nuova

aprile 10, 2018  |  Senza categoria  |  97 Commenti  |  Lascia un commento

Il prezzo d’acquisto delle automobili ha tenuto banco qui nelle scorse settimane quando si è parlato di sud e di vecchie carrette che circolano ancora. Al di là del fatto oggettivo che le automobili, nell’ambito del loro segmento di appartenenza, non sono aumentate in proporzione a molti altri articoli sul mercato, è chiaro che in tempi di crisi economica il listino rimane un fattore decisivo al momento della scelta, specialmente quando si guarda ai modelli più piccoli o comunque più accessibili.
Peraltro oggi il panorama offre vetture sempre all’avanguardia tecnica, un po’ perché la sicurezza lo pretende e molto perché le soluzioni ecologicamente meno invasive diventano sempre più richieste per quanto abbiano costi di produzione esageratamente elevati. Il risultato è che anche tra le utilitarie l’offerta propone vetture ricche di aggeggi un tempo riservati soltanto all’alto di gamma (Esp, airbag, controlli di frenata, pressione delle gomme…) così come soluzioni molto accattivanti sul piano del confort, dell’infotainment (che tanti ormai pretendono), dell’estetica e pure della comodità. Morale: automobili che costano sempre di più.
Mi ha allora molto interessato l’opinione di un assoluto guru del mondo automotive in Italia, Massimo Ghenzer, considerato dall’ambiente – e senza eccezioni – il vero numero uno nel Belpaese non soltanto per il suo glorioso passato al vertice di Ford Italia e Ford Europa, ma anche per la sua argutissima visione.
Sono allora andato a spulciare sul suo blog e, all’interno di un discorso per gli addetti ai lavori intitolato la strategia dei prezzi, ho estratto quanto segue:
“Credo che i costruttori dovrebbero dedicarsi, in parallelo alla presentazione dei gioielli tecnologici, alla tematica del consumatore medio e dei giovani che hanno problemi più basici di gestione di budget familiari sempre più limitati. Tutte le case automobilistiche sono impegnate a ricercare l’innovazione nel progettare nuovi prodotti, ma è arrivato il momento di esercitare la stessa determinazione e continuità d’intenti nel ricercare modelli di acquisto innovativi che rendano il processo più semplice ed economico per il consumatore”.
Mi sembra un pensiero molto mirato e non facilone. Lo sarebbe stato se avesse scritto che le auto dovrebbero costare meno, senza motivare come, sull’onda dei proclami della politica populistica che va per la maggiore. Ha invece chiarito che bisogna trovare nuove strade nel cercare modelli di acquisto innovativi a tutto vantaggio di chi l’auto la vorrebbe ma a certi livelli non se la può permettere.
In un mondo di contratti di lavoro a tempo determinato, con i giovani cui nessuno garantisce più il futuro, con le banche che non erogano prestiti a chi non possiede garanzie, con i proprietari di case che non affittano a chi non può firmare fideiussioni, tocca ai costruttori di auto inventarsi qualcosa, magari caricandosi anche dei rischi dopo che per una vita hanno fatto soltanto affari.

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Auto blu: ecco come si fanno cancellare le multe…

aprile 3, 2018  |  Senza categoria  |  44 Commenti  |  Lascia un commento

Mi considero da mezzo secolo un macinatore di chilometri – con una media molto cauta di 50 mila all’anno che fa un totale mal contato di due milioni e mezzo già accumulati – e da sempre in autostrada mi vedo sorpassare da vetture blu, ma anche di un grigio anonimo, con i lampeggianti accesi e medie da Gran Premio di F1.
Ogni volta provo ad immaginarmi il perché di tanta fretta e ammetto che un po’ scalpito perché spesso anch’io avrei fretta e non mi posso permettere di viaggiare a piede giù perché il codice della strada, perché il tutor, perché, perché. E mi dico che forse loro avranno motivi ben più seri dei miei.
Poi nei giorni scorsi leggo della polemica sui giornali riguardo le auto blu della Regione Emilia Romagna che si sono fatte cancellare le multe da un paio di prefetture e mi sono letto le motivazioni portate per la cancellazione.
Ne pesco qualcuna a caso, ma la ragione è sempre la stessa “impegni istituzionali”. Per esempio l’assessore al bilancio Emma Petitti ne ha prese ben tre per uno stesso viaggio tra la Riviera romagnola e Modena: “doveva partecipare a un incontro in università organizzato dalla Fondazione marco Biagi”. Apperò.
Poi leggo che l’assessore all’agricoltura, Simona Caselli, correva oltre i 150 orari a Faenza per partecipare a una visita ai siti produttivi agroalimentari della zona su invito del sindaco di Brisighella. Leggo ancora dell’assessore alla Protezione Civile, Paola Gazzolo, che pescata a 159 all’ora si è giustificata sostenendo che era di ritorno, sottolineo di ritorno (!), da un incontro con gli amministratori locali della Valmarecchia per discutere di parchi.
Mi fermo qui perché non serve andare oltre. Io so che spesso ho appuntamenti almeno altrettanto importanti e mi devo organizzare per arrivare in tempo, so che c’è gente che magari freme perché vorrebbe arrivare in ospedale il più presto possibile perché hanno ricoverato un suo caro, so che per un intoppo sull’autostrada uno può essere in ritardo e rischia di perdere l’aereo. So, soprattutto, che comunque la multa arriverà e sarà salatissima, mentre nessuna giustificazione sarà accettata. Ecco, andate avanti voi, se volete…

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Da aprile arriva l’eCall sulle auto. Ma non senza inciampi

marzo 27, 2018  |  Senza categoria  |  55 Commenti  |  Lascia un commento

Com’è giusto che sia, qualche quotidiano in questi giorni ha annunciato con rulli di tamburo l’introduzione dall’1 aprile in tutta Europa del sistema a bordo dei veicoli che sarà capace di chiamare da solo i soccorsi in caso d’incidente. Si chiama eCall e risponde a una direttiva che suona così: “un’iniziativa che ha come scopo quello di fornire assistenza rapida agli automobilisti coinvolti in incidenti stradali, ovunque si trovino all’interno dell’Unione europea. Questa iniziativa diventerà obbligatoria in ogni nuovo automezzo venduto all’interno dell’UE a partire da aprile 2018 e i dispositivi dovranno essere installati su tutti i nuovi modelli di auto e furgoni leggeri entro il 31 marzo 2018”. Una funzione quanto mai utile quando guidatore è incosciente o impossibilitato a muoversi perché in automatico chiamerà il 112, numero di emergenza europeo. Peraltro questo sistema deve anche assicurare la privacy, così la chiamata registrerà solo il tipo di veicolo, la tempistica, la posizione esatta dell’incidente e il numero dei passeggeri.
A questo punto però è bene fare un po’ di chiarezza. La disposizione è meritevole e utilissima, capace probabilmente di ridurre i tempi di intervento per i soccorsi del 50% nelle aree rurali e del 40% nei centri urbani. La chiamata sarà automatica dal veicolo incidentato e manuale su quelle di un veicolo soccorritore o comunque testimone di un sinistro. Non sarà però un sistema attivo per ogni veicolo venduto all’interno della UE a partire dal primo aprile (magari!) ma dovrà essere installato soltanto sui veicoli di nuovo tipo, quindi con omologazioni a partire dal 31 marzo. Lo chiarisce il Regolamento di Esecuzione(UE) 2017/78 della Commissione del 15 luglio 2016. La differenza non è insignificante.
In più in Italia c’è un problema: a parte Lombardia, Piemonte, un po’ di Liguria e altri posti a macchia di leopardo, il 112 chiama ancora i carabinieri e non il numero di emergenza europeo. Infatti l’Italia è stata sanzionata dalla UE per non essersi adeguata nei tempi prescritti. Vogliamo immaginarci il caos e i tempi di risposta? Anche qui di chi è la colpa del ritardo? Di una classe politica che verso la circolazione stradale, le automobili e la sicurezza ha sempre un’attenzione impalpabile, più vicina al disinteresse che al dovere.

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Il sud e le troppe vecchie carrette

marzo 19, 2018  |  Senza categoria  |  120 Commenti  |  Lascia un commento

Questa a suo modo può sembrare una lettera aperta ai nuovi Borboni, i neo eletti del Movimento 5 Stelle che regnano adesso nella parte bassa dello Stivale. In realtà è invece una preghiera a favore della riduzione dell’inquinamento che, a ragione, tanto sta a cuore ai nuovi padroni del vapore.
La loro guerra al diesel è cosa nota, e in chiesa potrebbero anche dire che è cosa buona e giusta, ma prima che concentrarsi a senso unico nella crociata contro le auto a gasolio, soprattutto quelle nuove, si può fare tanto per migliorare l’aria che da Roma in giù si respira a pieni polmoni: togliere dalle strade le vetture veramente inquinanti, in particolare tutte quelle che sono arrivate sul mercato prima dell’Euro 3, cioè 17 anni fa.
Auto che nascevano 25 volte più tossiche rispetto alle attuali e che col passare del tempo hanno anche peggiorato le loro emissioni. In tutta Italia di nonne inadeguate ne circolano circa 10 milioni su un totale di 36 milioni di mezzi reali su strada (l’ACI ne conte oltre 38 milioni, ma almeno un paio sono finiti dal demolitore senza regolare denuncia di scomparsa). La cifra mette paura perché dal punto di vista dell’inquinamento sarebbe come se circolassero 250 milioni di automobili in aggiunta ai 25 milioni di altre sorelle assolutamente più pulite (o comunque molto meno sporche).
Ma dove si trovano, che strade battono, le vecchie carrette? Soprattutto nel centro Sud e sulle isole più grandi, secondo i dati puntuali del il Centro Studi e Statistiche dell’UNRAE. Il quadro è disarmante, con la Campania sul podio potendo vantarsi di quasi il 40% del suo circolante che è più vecchio dei 17 anni sopra citati, seguita a ruota dalla Calabria e dalla Sicilia. Si accodano, in questa graduatoria per niente amica dell’ambiente, Basilicata, Molise, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Umbria e Lazio. Una top ten dello smog di cui tutti i politici ignorano la portata e ben si guardano dal pensare soluzioni per rinnovare, almeno in quelle zone, il parco circolante.
Se poi volete anche la top ten dei capoluoghi di provincia peggiori d’Italia, dove i sindaci stanno a guardare senza agire, eccovela: Napoli, Catania, Salerno, Palermo, Caserta, Bari, Cosenza, Lecce, Messina e Reggio Calabria.
Cambierà qualcosa con il Movimento 5 Stelle che adesso è la voce preferita di questa parte del Paese? Grillo a suo tempo esaltava l’auto ad aria compressa – progettata e miseramente naufragata non per colpa dei poteri forti del petrolio, ma semplicemente perché non funzionava proprio – che aveva trovato sponde autorevoli sulla stampa non specializzata come la soluzione di tutti i mali. Era un’idea salvifica sulla carta che però aveva il limite di non funzionare su strada, una trovata di cui ovviamente non parla più nessuno. Rimane l’imprinting verde del fondatore del Movimento e dei suoi adepti che adesso hanno la grande occasione per darsi da fare visto che il bubbone da divellere è proprio nelle terre di fresca conquista.

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Il nuvolone Brexit minaccia tempesta per chi produce in Gran Bretagna

marzo 14, 2018  |  Senza categoria  |  17 Commenti  |  Lascia un commento

Più passa il tempo più la parola Brexit mette agitazione al mondo dei motori. Al Salone di Ginevra le preoccupazioni al riguardo facevano parte dello sfondo ogni volta che ci si trovava a parlare con qualcuno direttamente coinvolto con il Regno Unito.
A parte Vauxhall, che potrebbe avere poche ripercussioni in quanto quello che verrà prodotto in Gran Bretagna non verrà esportato, bensì sarà rivolto quasi esclusivamente alla clientela locale, tutti gli altri produttori nella perfida Albione sono sul chi vive.
Si agitano in Nissan visto che dalle catene di montaggio dello stabilimento di Sunderland escono 600 mila vetture all’anno; il top management sta valutando con molta prudenza le proposte economiche aggiuntive che avrebbe promesso il primo ministro Theresa May per fugare le loro preoccupazioni sul futuro.
Si agitano pure in Toyota che proprio di recente ha pianificato la produzione della nuova Auris a Burnaston; tanto che l’amministratore delegato per l’Europa, Johan van Zyl, ha detto con chiarezza che «Con circa l’85% della nostra produzione esportata nei mercati europei, il commercio libero e senza frizioni tra il Regno Unito e l’Europa sarà vitale per il successo futuro» lasciando intendere che se cambieranno le condizioni commerciali attuali tutto verrà messo in discussione.
Lo stesso accade anche in Honda che nel gigantesco impianto di Swindon sforna 700 vetture al giorno. Il timore espresso pubblicamente è che ogni vettura potrebbe avere un aggravio di 1500 sterline, e si parla sempre meno tra i denti di spostare a breve tutto il quartier generale europeo da Londra a Francoforte.
Infine ombre cupissime arrivano anche da Jaguar e Land Rover dove i vertici hanno già studiato tre scenari: che tutto resti come adesso, che ci sia una Brexit leggera e, aiuto aiuto, una hard-Brexit. Ebbene, in quest’ultimo caso il Gruppo Tata, che possiede i gioielli della Regina, sta ipotizzando una vera e propria fuga dal Regno Unito per produrre in un altro paese europeo. Una strage di dipendenti, operai oppure impiegati che siano, che però non pare preoccupare più di tanto gli indiani: d’altronde loro qualche conto da regolare con i vecchi colonizzatori sostengono di avercelo. E non faranno sconti.

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La morte del diesel e la mia Opel Rekord di una vita fa

marzo 8, 2018  |  Senza categoria  |  49 Commenti  |  Lascia un commento

Quarant’anni fa, il 14 marzo 1978 avevo comperato un “pacchetto da corsa” in vista delle stagione agonistica in arrivo.
Ne facevano parte una Porsche SC 2700 preparata (così così) in Gr.4, un carrello per trasportarla e una vecchia e stanca Opel Rekord diesel di un orripilante color verde chiaro metallizzato con gancio traino.
Ecco ho ripensato a quella vettura nei giorni scorsi girando per gli stand del Salone dell’Auto a Ginevra. Quella era davvero un’auto messa male sia all’esterno, dove molte botte l’avevano martoriata, sia all’interno dove i sedili non erano soltanto frusti ma denunciavano la presenza di molle vogliose di fuoriuscire, vere armi improprie per i pantaloni.
Aveva il cambio al volante, ma nel senso che la leva era sistemata lì, e impiegava molti secondi per riscaldare le candelette, dopo di che si poteva avviare il motore.
Lanciata, quell’auto faticava a passare i cento all’ora e la sua accelerazione metteva tenerezza. Eppure svolgeva magnificamente il suo compito: trainava benissimo il carrello, si comportava bene, pur con le gomme stradali di serie, anche sui tratti sterrati dove veniva usata come auto di prova, sembrava indistruttibile e poi consumava poco (fondamentale per chi come me risparmiava su tutto per poter essere al via delle gare).
Ricordo benissimo che il gasolio costava 162 lire al litro mentre la benzina passava le 800 lire (un salasso abbeverare la Porsche che in gara faceva a fatica i 4 km con un litro, con i percorsi che al tempo erano lunghissimi), pertanto la vecchia Rekord, inguardabile e affaticata, l’adoravo.
Ecco, quell’auto mi è tornata in mente sentendo un po’ tutti i costruttori cantare il de profundis al diesel e ai motori attuali che hanno toccato vertici tecnici di straordinario valore. La colpa è del gasolio che si porta dietro il problema delle emissioni legate agli ossidi di azoto, assoluti nemici dell’ambiente, ma è anche una buona scusa perché gli stessi costruttori temono come la peste i nuovi limiti che verranno imposti dall’Unione Europea nel 2025 e che promettono di essere impossibili da rispettare. Insomma, costruire motori capaci di essere in regola è un impegno economico talmente gravoso che è meglio dire basta, ammantando il tutto con la giustificazione che lo si fa per essere politicamente corretti.
Sì, ascoltavo tutti e sorridevo ripensando alla mia “verdona” che fumava nero più di un turco. Marciava in un tempo in cui le emissioni nocive nei grandi centri superavano in molte decine di giorni il limite di allerta, e sottolineo allerta, che era pari a concentrazioni di PM10 di 375 microgrammi/metro cubo. Adesso, quando va proprio male, una città come Milano supera i 150 al massimo una decina di volte in tutto un inverno e i 50 (che sono l’allerta) in una trentina di giornate, non di più.
A Ginevra mi annotavo tutti i proclami contro il diesel e mi felicitavo da solo perché sono stato un sopravvissuto, anche se poi mi chiedo di continuo come sia riuscito a sfangarla in quegli anni in cui tutto, non soltanto le automobili, inquinava a più non posso.

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RAV4 nel mondo vince la guerra delle SUV, ma come si leggono le cifre?

marzo 1, 2018  |  Senza categoria  |  17 Commenti  |  Lascia un commento

L’argomento SUV è sempre molto vivace in questo blog, questa volta però non vorrei affrontarlo dal punto di vista della crescita esponenziale di questa specifica categoria sia in campo nazionale che in quello più allargato (europeo o addirittura mondiale) che irrita molti appassionati old style, bensì relativamente ai modelli che vendono di più su scala planetaria perché i risultati sono molto differenti in rapporto a quelli del mercato italiano.
Dunque da noi la classifica 2017 ha decretato il primo posto della Fiat 500X con 45 mila vetture vendute davanti alla sorella Jeep Renegade staccata a 37 mila. Dietro si inseguono poi Nissan Qashqai (31 mila), Renault Captur (29 mila), Opel Mokka (27 mila) e Dacia Duster (24 mila) con numeri, per comodità, arrotondati.
E nel mondo? Beh, è tutta un’altra musica. In vetta, con una strepitosa crescita del 10% sull’anno precedente, c’è la sempre inossidabile Toyota RAV4 il cui tempo sembra non passare mai. La RAV4 ha contato la bellezza di 800 mila vetture vendute staccando di oltre 40 mila pezzi la vecchia regina del segmento, la Honda CR-V. A seguire Vw Tiguan, Hyundai Tucson e la cinese Haval H6 che ha fatto segnare numeri più grandi della Nissan Qashqai.
Questo ci dice due cose. La prima è che in Italia, dove pure la crescita delle SUV è continua e costante, c’è ancora molto terreno da conquistare. La quota nazionale è ferma al 30% mentre nel mondo i gipponi viaggiano verso il 40%. E poi che oramai anche le classifiche si fanno sempre più complesse da stilare per via delle piattaforme comuni a più modelli. Per esempio molti sostengono che Nissan X-Trail e Nissan Rogue sono in fondo la stessa vettura, pertanto Nissan avrebbe il diritto di proclamarsi prima perché la somma dei due modelli supererebbe il totale della RAV4. Questo lo propugna tra gli altri anche il famoso istituto di ricerca Jato Dynamics asserendo che sono entrambe prodotte sulla piattaforma Nissan C. Ha senso questo? Direi di no, perché allora sulla stessa piattaforma C nascono anche Nissan Murano, Nissan Qashqai e Renault Koleos. Cosa facciamo, diventano un tutt’uno?

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Car of the Year 2018: una volata a tre?

febbraio 21, 2018  |  Senza categoria  |  57 Commenti  |  Lascia un commento

Come ogni anno, è venuto il momento dei pronostici con tutti i rischi di collezionare figuracce. A Ginevra il 5 marzo ci sarà in diretta la proclamazione della vettura vincitrice del Car of the Year, l’unico premio automobilistico cui i costruttori tengono tantissimo e il cui ritorno in comunicazione tocca ormai cifre fuori dall’immaginazione.
Il mio personalissimo gioco riguardo chi vincerà va avanti su questo blog dal 2012, anno in cui per giuste ragioni età sono uscito dalla giuria dopo quasi cinque lustri di militanza. Per ora ho sempre azzeccato la vettura vincitrice tranne lo scorso anno dove avevo previsto un arrivo in volata tra l’Alfa Romeo Giulia e la Peugeot 3008 con una leggera preferenza per la vettura italiana. Non avevo fatto però i conti con il pasticciaccio Spagna-Portogallo-Alfa Romeo che è costato il titolo alla Giulia e mal me ne incolse.
Quest’anno allora che cosa succederà? Non sarà un risultato scontato, questo è certo. Tra le 7 finaliste nessuna vettura parte chiaramente fuori dai giochi e nessuna svetta con tutti i favori del pronostico, però, dopo gli ultimi test collettivi la sensazione è che ci siano due gruppi distinti, quello delle auto che saranno un po’ tagliate fuori (ma che con voti a macchia di leopardo potrebbero condizionare il risultato finale) e il lotto delle vere candidate.

Del primo gruppetto fanno parte:
Citroen C3 Aircross. La C3 un anno fa non ebbe il successo sperato, difficile che l’umore dei giurati si ribalti completamente dodici mesi dopo…
Seat Ibiza. Vettura molto apprezzata nel suo insieme e supportata da un grande speech finale ai giurati del suo amministratore delegato Luca De Meo, che resta uno dei più grandi istrioni tra i boss dell’automotive. L’Ibiza però ha alle spalle un brand ancora un po’ debole, specie nel giro dei giurati del nord Europa. Parrebbe un po’ tagliata fuori.
Audi A8. Auto straordinaria, nata per una guida autonoma di terzo livello perché pensata anni fa, quando si credeva che nel 2018 questa guida potesse essere ammessa almeno in qualche stato europeo, come invece non è successo. Ricca di soluzioni di avanguardia, per via del suo prezzo conterà numeri di vendita forzatamente molto contenuti, cosa che non la rende candidata ideale per un premio che guarda molto al sentimento della base degli automobilisti. Prenderà consensi, ma non lotterà.
BMW Serie 5. Un po’ lo stesso discorso fatto per l’Audi, con l’aggiunta che il suo pur ottimo comportamento stradale, caratterizzato da un assetto piuttosto morbido anche in versione sport, ha fatto arricciare il naso a diversi puristi tra i membri della giuria. Si difenderà bene pur senza molte speranze di vittoria.

Ed ecco il pacchetto delle favorite che riporta un po’ alle elezioni italiane del 4 marzo. Tre schieramenti e nessun vero indiziato per fare il governo. Ne fanno parte:
Kia Stinger. Per molti sarà la vera scheggia impazzita perché è un’automobile che piace molto e che ha un comportamento stradale da leccarsi i baffi. Non l’aiuta un brand che è ancora giovane, ma a dispetto della sua lunghezza è un’auto accessibile come prezzo e davvero realizzata bene. Saranno quindi decisivi i suoi piazzamenti nelle varie votazioni: forse non collezionerà tantissimi primi posti, ma potrebbe essere sempre sul podio, fattore che in presenza di una votazione senza una vera favorita può rivelarsi decisivo. Outsider di lusso, scommetto che sarà la vera sorpresa tra le sette finaliste.
Alfa Romeo Stelvio. Dopo la delusione per il titolo gettato alle ortiche un anno fa con la Giulia, paga il peso di essere versione “più alta da terra” del modello che ha perso in volata il titolo 2017. Al volante rimane una vettura che dà una piacevolezza di guida inarrivabile e potrebbe contare sulla possibile conversione dei giurati indispettiti che a suo tempo avevano bocciato proprio la Giulia: gli spagnoli, insomma, potrebbero essere quest’anno il vero fattore positivo com’erano stati la volta scorsa il fattore negativo. La presenza tra le finaliste della Seat Ibiza potrebbe però condizionare la pagella di qualcuno e togliere qualche punto. Può farcela, ma nulla le sarà regalato.
Volvo XC40. Tre condizioni la spingono con forza. La volata persa d’un soffio dalla sorella maggiore XC90 quando nel 2016 fu battuta dall’Opel Astra per pochi punti: ergo, i suoi vecchi supporter potrebbero insistere… Poi il fatto che tra le favorite è quella con il prezzo forse più accessibile combinato ad un brand molto forte e trasversale, dal nord al sud, da oriente a occidente. Infine, il peso del blocco scandinavo che di solito è molto compatto e che, con i suoi voti, potrebbe questa volta fare la differenza.

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