Quei furgoni da Gran Premio che sfrecciano in autostrada

aprile 30, 2013  |  Senza categoria  |  151 Commenti  |  Lascia un commento

Si chiamano Fiat Ducato, Iveco Daily, Mercedes Vito, Ford Transit, Opel Vivaro, Volkswagen Transporter. Nomi che mi sono annotato nei miei due ultimi tragitti autostradali, i più recenti dei troppi che si accompagnano alla mia vita di zingaro in continuo spostamento.

Sono i furgoni i nuovi padroni delle strade, quelli in perenne sorpasso, che ti arrivano dietro a tutta velocità e ti si attaccano fin che non ti fai da parte. Un tempo erano gli agenti di commercio, i rappresentanti con il campionario a bordo, che sfrecciavano al volante delle varie station wagon stracariche a piede giù, non sotto i limiti ma all’esasperata ricerca del limite. Adesso invece quelli che volano sono questi mezzi dalla guida alta, al volante dei quali si ha la percezione precisa di potere tutto.

In passato ho provato a guidarne un paio, e in effetti si tratta di mezzi eccellenti. Con l’occhio si corre molto avanti, sopra le altre vetture, e questo dà un vero senso di padronanza della situazione specie con la nebbia. I motori poi sono potenti e l’accelerazione sorprendente. In quanto alla tenuta di strada si fatica da fuori ad immaginarsela.

Tanti pregi, insomma, e qualità oggettive. Questo, però, non significa che sia sempre tutto facile. Tra vuoto e pieno carico cambiano tante cose e si complicano le situazioni, in più in caso di frenata improvvisa e violenta il mezzo può scomposi in maniera più evidente rispetto ad un’autovettura. Ovvietà facilmente comprensibili, ma che sembrano non essere chiare a chi si mette abitualmente al volante dei furgoni.  Per questi guidatori pare che l’unico minimo comune denominatore sia la fretta. Hanno tutti fretta. Possibile che mai nessuno riesca mai partire un po’ prima?

Il loro passo medio è sui centocinquanta di tachimetro. Fateci caso, viaggiano tutti lì attorno, e sono quasi sempre più insofferenti rispetto alla media degli altri automobilisti. Forse anche perché i mezzi spesso non sono i loro, accelerano con violenza e frenano sempre all’ultimo. Il zigzagare li caratterizza da lontano e beccheggio e rollio sono il loro biglietto da visita.

Etichettarli pirati della strada non è giusto, anche perché mediamente al volante ci sono guidatori che se la cavano bene, e questo all’occhio attento non sfugge, però si dovrebbero dare un po’ una calmata. La strada non è loro come non lo è di nessuno. Basterebbe che rispettassero un po’ di più il codice e il prossimo con cui convivono. Non si guida di sola arroganza, e se qualche pattuglia della stradale ogni tanto se ne accorgesse, anziché avere occhio soltanto per le vetture più potenti (il codice vale anche per queste ultime, sia chiaro), non sarebbe male.

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Perché, purtroppo, non conviene costruire auto da noi

aprile 26, 2013  |  Senza categoria  |  71 Commenti  |  Lascia un commento

Nei giorni scorsi sul bel sito www.crisalidepress.it è apparso l’interessentissimmo intervento di una storica firma degli anni d’oro di Quattroruote, il collega Carlo Sidoli che attualmente si gode la sua meritata pensione ma è ancora capace di analisi molto accurate che vale la pena di leggere per avere idee chiare sul nostro mondo. Vi propongo, integrale, questa sua illuminata analisi, con la certezza che susciterà l’interesse dei più attenti tra di voi.
“Un gruppo industriale che volesse imporsi nel mercato della produzione di veicoli di grande diffusione deve eseguire, ovviamente, delle analisi preliminari per stabilire dove localizzare le cosiddette “fabbriche”, che oggi sono prevalentemente dei luoghi dove si assemblano pezzi che provengono anche da molto lontano. Determinanti per la scelta sono i costi (certi) a fronte dei ricavi (sperati). Un Paese senza materie prime, dove l’energia è in larga parte importata a prezzi quasi doppi rispetto alla media, dove la mano d’opera non è conveniente a meno di “spremerla” (impoverirla ulteriormente) con le conseguenti e non risolutive reazioni sindacali, dove la politica non può più assumere atteggiamenti protezionistici, dove il mercato interno è tartassato e piuttosto saturo, non risulta sicuramente appetibile per un’impresa del genere. Partendo da queste premesse, tutte negative per l’Italia, abbiamo sull’altro piatto della bilancia le fabbriche già realizzate pronte per la produzione, la grande tradizione progettativa ed innovativa (l’ingegno) e la formidabile potenzialità del cosiddetto “indotto”, però mortificati da una politica avulsa. E’ pensabile che ciò sia in grado di controbilanciare i valori negativi, per esprimerci con un ossimoro? Sicuramente no, perché le fabbriche “invecchiano” e vanno ricostruite e soprattutto riprogettate ex novo e perché col sistema attuale informatizzato i progettisti (spesso italiani, emigrati) possono trovarsi in qualsiasi parte del mondo e quindi scollegati dai posti di produzione. Fortunatamente in Italia sopravvivono, ed anche prosperano, industrie piccole e grandi dotate di grande capacità innovativa, come quella dei pneumatici, imponendosi nel mondo per quella dote che non si può facilmente esportare: la qualità intelligente. Lo fanno però con molto puntiglio e con grandi sforzi, che non è detto possano continuare indefinitivamente. La genialità e l’eclettismo risultano vincenti nel campo delle piccole produzioni specializzate ed esclusive, come le automobili super sportive e di grande classe, dove il prezzo e il costo sono dei valori quasi secondari rispetto al prestigio. L’Italia soffre dunque di un elevato numero di circostanze oggettivamente incompatibili con la grande produzione industriale di veicoli. A tutto ciò si aggiunge la questione delle rilevanze ambientali ed ecologiche dove tutto il mondo occidentale è “perdente” semplicemente perché non si comporta con la scellerata noncuranza di certi concorrenti. Non esistono per ora (o se esistono non sanno imporsi) organizzazioni globali tipo ONU che facciano rispettare ovunque salari e orari umanamente dignitosi e facciano osservare le regole fondamentali della sicurezza dei lavoratori e del rispetto dell’ecologia. Sono problemi enormi ma non dilazionabili. Molti costruttori occidentali ne approfittano spostando le produzioni dove lo sfruttamento delle persone e delle risorse ambientali è indiscriminato. Ciò deve essere impedito e l’importazione subordinata ad un numero preciso e severo di osservanze controllabili o ne avremo conseguenze disastrose, soprattutto quando gas e piogge acide limiteranno le risorse naturali, a partire dall’acqua. Ecco perché acquistare “a chilometri zero”, cioè beni prodotti in un ambito ragionevole di distanza, può risultare conveniente dal punto di vista sociale e delle garanzie di controllo, di reperibilità dei ricambi e di qualità”.

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5 motivi per cui il mondo auto guarda alla Cina

aprile 22, 2013  |  Senza categoria  |  71 Commenti  |  Lascia un commento

Di ritorno dal Salone dell’auto di Shanghai, al di là delle tante novità esposte, quello che più mi è rimasto impresso è quanto l’industria mondiale ormai si concentri su questo Paese che nel giro di pochi anni si è trasformato da marginale a baricentrico per tutti i settori.

Certo, loro sono davvero tanti ed è normale che uno punti ad avere successo in Cina perché in fretta si possono fare dei numeri altrimenti impossibili, ma quello che più affascina è che tutto il mondo guarda lì anche perché la Cina è vista come il centro dell’innovazione futura.

Ho provato ad indagare le ragioni che stanno dietro a questo convincimento e l’ho fatto al Designworks di Bmw, il polo più all’avanguardia tra i tanti che la casa bavarese ha in giro per il pianeta. Lì lavorano giovani che vengono da tutto il mondo e il loro entusiasmo è contagioso. Con pazienza e precisione mi hanno indicato 5 motivi chiave per cui oggi non è più possibile prescindere da questa area geografica. Ve li elenco:

1) La rapida crescita che questo Paese ha avuto negli ultimi 30 anni. Qui il taglio con il passato, e quindi con il fardello che lega un po’ tutti a quello che si faceva prima, permette una apertura verso le novità che non ha uguali nel resto dl mondo. Più in fretta uno cambia, più in fretta è disposto a cambiare ancora.

2) La popolazione è aperta all’innovazione. Per esempio, la loro scarsa pratica nella guida (sono tutti automobilisti recenti) li porta ad accettare con più serenità ogni tipo di assistenza presente sulle auto. Da noi, dove tutti si sentono maestri dl volante, c’è un’innata insofferenza verso tutto ciò che è nuovo: sensori i parcheggio, sistemi anti-pedone, controllo della distanza da chi ci precede, segnali d’indicazione di invasione della riga bianca, lettori dei segnali stradali e adattamento istantaneo della velocità, eccetera eccetera.

3) Incarnazione delle megalopoli. In nessun altro paese nascono in continuazione mega città con oltre 10 milioni di abitanti. Questo significa incanalare il traffico in ambiti che non permettono sbavature pena la paralisi. Far funzionare qualche cosa che regge l’urto lì significa avere il meglio per tutto il resto del mondo. La combinazione tra mezzi in movimento e un sistema coordinato che vigila, porta con una rapidità inimmaginabile alla sviluppo della rete dei trasporti abbinata alla rete digitale. Da noi pensare alla rete internet diffusa (quella che alla base delle Smart City di cui tanto si parla) significa trovare dei soldi che non ci sono mai. In Cina è invece un’esigenza imprescindibile, quindi i soldi si trovano dando un senso a chi pensa alle auto di domani.

4) Le strategie governative. I temi della modernizzazione sono al centro di chi ha il potere nelle città e nelle macro regioni. Costruire strade, adattare quartieri, edificare città intere nel tempo in cui da noi non si tira su nemmeno un casello autostradale, sono necessità primarie che si portano dietro la tecnologia più avanzata.

5) Diverso approccio per le quattro ruote. Gli automobilisti tutti, non soltanto i giovani quindi, intendono l’uso dell’auto nel senso della praticità e della socializzazione non avendo vissuto il periodo della passione. L’auto come il telefonino, quello che nel resto del mondo è il chiodo fisso delle nuove generazioni sempre meno attratte dalle vetture da usare come piaceva ai più vecchi noi. Un concetto che mi è stato sintetizzato in maniera brutale ma assai espressiva: bisogna che ci abituiamo che sull’automobile parlare di innovazione sarà sempre meno affine con il termine automotive.

Per chi ha i miei anni e le mie esperienze è uno shock, ma oltre un miliardo di nuovi potenziali automobilisti dicono che mi devo rassegnare.

 

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Piani Alfa Romeo e aspettative dei fans del Biscione

aprile 15, 2013  |  Senza categoria  |  212 Commenti  |  Lascia un commento

L’argomento Alfa Romeo tiene sempre banco e non passa giorno che non se ne parli anche al di là del trito e ritrito tema della vendita o meno alla Volkswagen che serve soltanto a tenere vivo il fuoco delle polemiche e servire a questo o a quello per interessati giochi speculativi.

Restando invece ai piani veri, l’ultimo numero Automotive News Europa, ripropone il futuro Alfa Romeo entrando nei dettagli dei numeri  di vendita previsti per i modelli in arrivo, quelli già annunciati, tenendo come anno base a regime il 2016.

Vediamo allora queste cifre che ognuno andrà poi a quantificare, secondo il proprio personale punto di vista, se si prospettano soddisfacenti o no.

Vettura principe del piano rimane la Giulia di cui si stimano, nell’abbinamento berlina più station wagon, in 100 mila pezzi l’anno con il mercato americano a farla ovviamente da padrone.

Segue per volumi la Giulietta nel suo restyling atteso per il 2014: 90 mila  sono le vendite previste  cui si aggiungeranno le 50 mila Mito. Per questi due modelli si punta soprattutto al mercato europeo (Russia compresa, ma per volumi molto bassi). Di respiro più allargato sarà invece la SUV media (veicolo le cui dimensioni saranno comprese tra i 4,60 e i 4,80 metri) di cui si prevede una vendita su base annua di 40 mila pezzi, e la berlina grossa a trazione posteriore, quella che per ora è indicata come 169 e che sarà sulla piattaforma della Maserati Ghibli – una vera Alfa-Alfa con trazione dietro e supermotori anche by Ferrari – di cui si punta a venderne 30 mila (soprattutto negli Stati Uniti). Vengono poi le due sportive, la spider in collaborazione con la Mazda, per 25 mila pezzi, e la 4C (coupé più spider) che peserà per 3500 vetture.

Insomma, un conto molto conservativo dà un totale di circa 340 mila Alfa Romeo: numeri di sogno a confronto con la produzione attuale, ma soprattutto numeri che dovrebbero rendere perché sarebbero tutte vetture premium, ergo con margine significativo, a tutto vantaggio dei bilanci.

La domanda un po’ provocatoria è adesso questa: ammesso che questo piano annunciato, e considerato credibile da molti analisti, vada in porto, se così fosse gli alfisti sarebbero contenti o avrebbero ancora il mugugno come compagno di merende?

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Giugiaro e la difficoltà di creare oggi

aprile 7, 2013  |  Senza categoria  |  136 Commenti  |  Lascia un commento

Davanti a un piatto di agnolotti di magro affogati nella fonduta, mi sono ritrovato a disquisire di automobili con un Giugiaro piuttosto preoccupato ( sì, proprio lui che ha sfornato più idee – poi realizzate – di qualsiasi altro collega designer) per i vincoli che giorno dopo giorno frenano l’inventiva.
“Hai voglia di immaginare qualche cosa di nuovo – confessava – se poi ti devi sempre confrontare con norme che ormai fissano tutto. Proprio ieri ho dovuto gettare un modello appena concepito sin nei particolari perché le regole appena imposte riguardo l’urto laterale mi costringono a cambiare tante cose. Ormai non c’è più spazio per diversificare: tutto è imposto. L’angolo del piantone, lo spazio davanti all’asse, le altezze del muso, le linee della fiancata, le dimensioni degli specchietti, la cellula di sicurezza…”.
Mi ha impressionato il senso d’impotenza del più grande di tutti, uno che potrebbe ritirarsi in buon ordine e godere della grande fama e della fortuna economica guadagnate negli anni, e che invece è in prima linea a cercare il colpo d’ala lavorando in uno spazio creativo sempre più ristretto. Un po’ quello che capita da tempo in F1 dove i tecnici sono frustrati a trovare il pelo nell’uovo per fare la differenza, là dove una volta si potevano intraprendere le vie più ardite e spettacolari.
Mentre lo ascoltavo, al di là del fascino che il genio riesce sempre a esprimere, ne leggevo la frustrazione. Lui sa che la gente a casa si aspetta qualcosa di nuovo che ribalti gli schemi, e difficilmente accetta che questo non accada più. Però quell’epoca è davvero alle spalle. Oramai non si parla più di marche bensì di Gruppi, non si parla più di telai ma piuttosto di piattaforme condivise. La fantasia del designer e compressa tra obblighi ed esigenze. “Mi ricordo l’Alfasud: la disegnammo su un foglio di carta – sospira – pensando che doveva essere così lunga, così alta, così rivoluzionaria”.
Non lo dice chiaramente, ma lo lascia capire, che se anche al più bravo di tutti venisse in mente una soluzione radicale per una vettura capace di conservare lo stesso spazio interno di una berlina media su un’idea di vettura di meno di tre metri, poi si sentirebbe rispondere di lasciar perdere perché in casa non esiste una piattaforma simile e che metterla in piedi costerebbe una folia perché poi quante altre auto vi si potrebbero impostare sopra? Gli verrebbe consigliato di adattare l’idea su una base realistica esistente, anche se poi l’idea non sarebbe più tale.
Così, mentre chiudeva il pranzo pelandosi con cura certosina una grossa mela, Giorgetto era già nella fase due del suo pensiero: questo è il gioco che si deve affrontare oggi e a questo gioco occorre adattarsi e sfoderare il meglio.
Già, e non solo nel campo del design.

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Alfa Romeo, Audi e la Borsa che registra tutto

marzo 29, 2013  |  Senza categoria  |  126 Commenti  |  Lascia un commento

Ai meno distratti non sarà sfuggito il polverone che è stato sollevato giovedì mattina da una serie infinita di cinguettii che hanno invaso la rete dopo che il sito WardsAuto aveva scritto che «l’Alfa Romeo sarebbe oggetto di discussioni tra Fiat e Audi». Il sito, che citava imprecisate «fonti affidabili a Torino e Ingolstadt», scriveva che «la vendita di Alfa all’Audi potrebbe essere vicina» e aggiungeva che le trattative riguarderebbero anche la fabbrica di Pomigliano, attualmente riconvertita dalla produzione di Alfa a quella delle Fiat Panda. L’articolo – che inseriva anche Magneti Marelli tra gli oggetti della trattativa – ha quindi sollevato  un immediato polverone mediatico fino alla smentita ufficiale da parte di Fiat che è apparsa anche sul sito di Quattroruote.

La domanda che viene spontanea è perché periodicamente queste cosa accadano. Perché piani ufficiali già comunicati, piani di lavoro già iniziati, vengono regolarmente aggirati con informazioni a sorpresa. E, soprattutto, chi può avere interesse a mettere in giro certe chiacchiere?

Non è ovviamente facile dare una risposta univoca; quello che è certo è che da fuori non possono sfuggire alcune ripetute sfumature. In casa tedesca, per esempio, tornare sull’argomento diverte sempre. Battute del tipo “A noi il rosso è un colore che piace molto” non mancano mai, poi se però uno prova a far dire a una fonte ufficiale che cosa significhi una illazione del genere, la risposta pronta che arriva sempre è del tipo ”La Ducati non è forse rossa?”.

Si potrebbe andare avanti all’infinito perché il ritornello attizza, specie quando si sa con certezza che la zizzania agita la concorrenza. Così quando uno fa i complimenti al super capo del design del Gruppo Vw per essere l’unico al mondo ad aver collezionato quattro vetture che hanno vinto il premio Car of the Year, lui prontamente precisa che è successo “Due volte con l’Alfa Romeo e due volte con la Vw”. Una puntualizzazione estremamente corretta che stimola la conseguente domanda provocatoria: “E la prossima sarà di nuovo un’Alfa?”. Qui ci si può allora attendere un “No, con l’Alfa non è più possibile perché io non tornerò a lavorare in Fiat” oppure un prevedibile, corretto ma misterioso “No comment”. Ecco, circondato da un sorriso a 32 denti, arriva sempre il “No comment” che ognuno può interpretare come preferisce optando per le possibilità “Chi può dirlo? Nella vita mai dire mai” oppure “Perché no? Metti mai che noi si comperi davvero l’Alfa Romeo” oppure ancora “Non sono autorizzato a parlare di queste cose perché non voglio generare equivoci”. Insomma, tutto e il contrario di tutto.

La verità è che l’argomento interessa perché tocca il cuore. Così, ad ogni accenno si scatena un putiferio che fa parlare, discutere, imbestialire, smentire, inveire, in maniera direttamente proporzionale alle varie sensibilità.

Ma c’è anche un altro aspetto che nessuno prende mai in considerazione, ma che non è mai secondario: giovedì scorso, a metà mattina, non appena è uscita l’ennesima voce di cessione del marchio, il titolo Fiat ha avuto un breve scossone in Borsa, balzando in pochi minuti a 4,3 euro per poi assestarsi altrettanto rapidamente tra 4,15 e 4,2,  finché poi  la voce non è stata smentita, e il titolo Fiat ha chiuso la seduta in calo (-0,3% a 4,15 euro).

Proviamo allora ad immaginare un grande speculatore che, nel giro di pochi minuti (oggi le Borse viaggiano alla velocità della luce), magari non del tutto all’oscuro che un media avrebbe rilanciato questa ipotesi di cambio di proprietà, avesse investito qualche milione e subito dopo disinvestito, quanto avrebbe potuto intascare nel tempo che noi umani avremmo impiegato per berci una caffè? Ovviamente, se “avesse saputo” si parlerebbe di aggiotaggio, e questo è contro la legge, però però.

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Una tragedia con scuse imbarazzanti

marzo 26, 2013  |  Senza categoria  |  55 Commenti  |  Lascia un commento

Sul Messaggero, l’importante quotidiano romano, è apparso questo agghiacciante articolo: “Tragedia a notte fonda a Testaccio. Due giovani hanno investito uno straniero, quindi hanno inserito la retromarcia passando con l’auto sopra il corpo della persona rimasta a terra, poi si sono dati alla fuga. La vittima versa in gravi condizioni in ospedale. Un gesto folle a sentire gli investigatori: un tentato omicidio senza nessuna spiegazione plausibile, senza un movente. A commetterlo due ragazzi di 22 anni, romani. Questa la ricostruzione degli investigatori. I due ragazzi dopo la serata in un locale notturno, sono saliti su una Chevrolet. Uno dei due ha messo in moto e ha iniziato la manovra per uscire dal parcheggio. A questo punto con l’auto ha investito un marocchino di 37 anni. Lo straniero è caduto a terra dolorante. Ma ai testimoni è sembrato un investimento di poco conto. Invece subito dopo c’è stata la manovra folle, senza senso. Il ragazzo al volante della Chevrolet ha inserito la retromarcia per farsi largo e uscire dal parcheggio. L’auto ha travolto il marocchino: le ruote gli sono passate sopra. «Non mi sono reso conto di quello che ho combinato – ha raccontato disperato ai carabinieri il guidatore-. Ricordo che ho investito quell’uomo, mi sono spaventato ho fatto retromarcia». Versione che ai carabinieri sembra credibile”.

Sono senza parole, perché episodi del genere, di mala guida, ma anche di mala coscienza, sono all’ordine del giorno, specchio di un malessere generalizzato. A giudicare da molti incidenti che si contano sulle strade, si sta evidenziando una grande distonia tra la ricerca di sicurezza attiva e passiva e l’uso sempre più distratto, per non dire disinvolto, che troppi fanno dell’automobile; come se non si trattasse di un mezzo di cui avere rispetto e con cui occorre portare rispetto. Ormai si ha la sensazione che a fronte di un sensibile calo dei morti e dei feriti, l’incidenza di quelli che si sarebbero potuti evitare attraverso un uso più appropriato del mezzo meccanico sia troppo rilevante. Hai voglia di mettere ABS e airbags, sensori di bordo e guardrail, se poi il guidatore pensa ad altro, non è cosciente di quello che sta facendo. Come si fa a a urtare  una persona e poi passarci sopra senza essersi accorti di nulla? Ai carabinieri sembrerà anche credibile, a me proprio no. Specie se l’auto andava piano come non potrebbe essere diversamente uscendo da un posteggio.

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I soli segmenti che tirano in Europa

marzo 21, 2013  |  Senza categoria  |  84 Commenti  |  Lascia un commento

In questi giorni sono usciti i numeri finali del mercato europeo per l’anno 2012, divisi nelle 23 sottocategorie in cui tutti i vari modelli di auto vengono raggruppati, dalle “minicar” alle cosiddette “esotiche” e la lettura dei dati suggerisce qualche considerazione che vi sottopongo.

Il mercato aveva chiuso con un -8% che pareva un punto troppo basso per essere vero ma che i dati 2013 confermano e peggiorano, eppure in quel quadro per nulla tranquillizzante tre categorie hanno comunque funzionato, per quanto solo 3 su 23. Si tratta delle “compact premium” ( lista guidata dalla Bmw Serie 1 e seguita per top 5, da Audi A3, Mercedes classe B, Mercedes classe A e AR Giulietta) che hanno fatto segnare un buon +9%; poi si passa alle “SUV medie” (Vw Tiguan, Hyundai ix35, Kia Sportage, Ford Kuga e Honda CR-V) che segnano un ancor più interessante +15%; infine ci sono le “SUV medie premium” (Audi Q3, Bmw X3, Bmw X1, Audi Q5 e Range Rover Evoque) che staccano addirittura un +24% che è sensazionale se paragonato al disastro generale.

La prima sintesi è che l’area di prezzo che pare reggere in un certo qual modo meglio è quella che sta tra i 25-50 mila euro ma limitatamente a vetture che non vogliono dare troppo nell’occhio. Cioè niente berlinone o sportive dal costo accessibile, ma sì a vetture spesso molto accessoriate e con dimensioni al massimo sui 4,5 metri. Bocciate quindi le “SUV piccole” e le “SUV grandi”, bocciate anche le vetture di basso prezzo e pure le Premium in generale, stroncati i Minivan di tutte le dimensioni (che andavano bene qualche tempo fa) e pure le varie Coupé, spider, convertibili che siano.

Se questa tendenza si dovesse confermare, per i costruttori sarebbero davvero problemi grossi perché non si possono produrre auto soltanto così, anche se tutti lo vorrebbero perché si tratta di mezzi che in proporzione sono quelli a più alto rendimento, quasi a dire che il cuore porta dove i produttori fanno i soldi. Generosità inconscia o scelte davvero motivate?

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La Vw diventerà cinese di… fatto?

marzo 15, 2013  |  Senza categoria  |  77 Commenti  |  Lascia un commento

Ha ancora senso parlare di marchi automobilistici individuandoli per nazionalità? Per il DNA, le origini storiche e per il quartier generale forse sì, per il resto il concetto si frantuma in mille rivoli. Se si prende ad esempio la Toyota,  primo costruttore al mondo, la maggior parte della sua produzione è fuori dal Giappone, eppur con ciò la sua “giapponesità” è molto spiccata. Lo è molto di meno l’”americanità” della General Motors, percepita in modo spiccato dentro gli States, mentre è molto sfumata al di fuori dei confini a stelle e strisce. L’Opel per gli europei è tedesca, la Vauxhall (gemella della Opel) è britannica, le Chevrolet dai prezzi più accessibili sono considerate coreane e la Holden sa di australiano. Di fatto la differenza all’interno dei due Gruppi leader nel mondo si spiega bene con il fatto che la Toyota abita il mondo ma è quasi esclusivamente una marca unica (la Lexus, peraltro, è più percepita come americana piuttosto che giapponese), mentre la General Motors è da sempre un’unione di più brand tanto è vero che un’automobile GM di per sé non esiste.

C’è poi il caso del terzo contendente alla lotta per il primato assoluto, il Gruppo Volkswagen, che sta diventando un caso a sé. Fino ad oggi non ci possono essere dubbi che si tratti di un Gruppo tedesco. Le sue stimmate sono così forti che spesso ci sono tensioni in Lamborghini, dove difendono con orgoglio la loro italianità e debbono continuamente scontrarsi con la convinzione ormai diffusa che a tutti gli effetti si tratti di una produzione tedesca fabbricata all’estero. Tutto questo è comunque vero oggi, ma domani?

Il dubbio viene dopo gli annunci fatti dal numero uno del Gruppo, Martin Winterkorn, che in occasione della presentazione del bilancio (sontuoso) del 2012 ha annunciato i piani per i prossimi anni. In particolare ha destato scalpore il progetto di costruire in tempi brevissimo altri 7 (!) stabilimenti in Cina che vanno ad aggiungersi agli 11 già esistenti. Una programmazione che farà sì che nel 2018 (anno previsto per la conquista del primo posto nella classifica mondiale dei produttori) su 10 milioni di auto prodotte, ben 4 milioni saranno fabbricatenell’ex impero di Mao. Ora se un Gruppo  fabbrica il 40% delle sue automobili in un paese solo, polverizzando il resto della sua produzione in altri 100 stabilimenti sparsi per i 5 continenti, potrà definirsi ancora tedesco? O diventa cinese con però origini, DNA e quartier generale in Germania. In assoluto è una questione di lana caprina, ma in questo secolo quante mutazioni genetiche andremo ad affrontare e quanti dubbi ci verranno?

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Via alla F1 dove nessuno pare pensa di vincere in Australia…

marzo 13, 2013  |  Senza categoria  |  37 Commenti  |  Lascia un commento

Questa vigilia del mondiale F1 è davvero curiosa perché suggerisce una domanda estremamente provocatoria: qualcuno che punta a vincere c’è? Già, perché sentendo gli umori, e leggendo le dichiarazioni sui giornali, pare che a tutti vada bene  non uscire clamorosamente sconfitti, tanto poi per vincere ci sarà tempo.

Ha cominciato la Ferrari, che nei test non è andata per niente male, a mettere le mani avanti. La sintesi delle varie uscite di Alonso, di Massa de del presidente Montezemolo è all’insegna della grande prudenza: andiamo molto meglio di un anno fa, siamo molto più vicini in  condizioni da qualifica, l’affidabilità si è confermata, ci manca poco, ecc. ecc.

Anche uno che di solito si nasconde poco, come Lewis Hamilton ha dichiarato all’Indipendent che metterebbe la firma a terminare sul gradino più basso del podio. La sua monoposto è stata la regina delle prove invernali percorrendo tanta strada e segnando temponi a raffica. Dati fasulli?

Ed eccoci alla McLaren dove musi lunghi si accompagnano a bocche cucite. Una mia gola profonda si è fatta però scappare che solo la pioggia potrebbe dare una mano, perché dai dati raccolti hanno visto che l’auto manca di velocità di punta. Non va male, questo no,ma a un certo punto si plafona. Siamo oggi la terza forza, ha concluso, ma dietro a chi nemmeno lui lo ha saputo dire.

Rimane la Red Bull che tutti temono per il passo gara. Ma soltanto per quello, perché di vere zampate  in condizioni da qualifica non le ha date, e nemmeno le ha provate con convinzione. Webber ha chiarito che saranno della partita e nulla di più, Vettel ha aggiunto che il vero potenziale si potrà vedere strada facendo perché quella è la loro filosofia. In pratica ha messo anche lui le mani avanti, perché se anche non dovesse arrivare la vittoria in Australia, saranno poi le gare a venire a stabilire i veri valori.

Ci portiamo così ad un’apertura di stagione con la paradossale situazione che tutti pensano di non vincere, ma comunque di non essere molto lontani dai rivali. Così a noi spettatori cresce ancor più la curiosità per questo salto nel buio partendo dall’unico punto fermo: nelle ultime quattro edizioni ha trionfato 3 volte Jenson Button. Almeno lui dica apertamente che punta a vincere, McLaren o meno al top delle prestazioni. Sennò che gusto c’è a partire senza un favorito, ma con 22 che si nascondono.

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