Schillaci per il dopo Altavilla?

luglio 31, 2018  |  Senza categoria  |  23 Commenti  |  Lascia un commento


C’è un nome che nei piani alti di FCA gira senza fare troppo rumore, peraltro perfettamente in linea con chi lo porta addosso: Daniele Schillaci. L’uomo sarebbe perfetto per il dopo Altavilla in EMEA e in prospettiva anche per il ruolo di numero uno del Gruppo. Ha l’età giusta (54 anni) e un curriculum straordinario alle spalle. Oggi è vice-presidente esecutivo di Nissan mondo, capo delle vendite e del marketing e responsabile di tutta l’area dei veicoli elettrici, pertanto ricopre una carica in assoluto più alta di quella che aveva Altavilla. Però è italiano, siciliano per l’esattezza, con studi universitari al Politecnico di Milano e all’università di Warton in Pennsylvania, quindi una carriera furiosa nel suo crescendo che qui provo a riassumere: Renault Italia, Renault in Francia, direttore marketing e vendite Alfa Romeo, General Manager di Lexus Europa, presidente e amministratore delegato di Toyota Francia, vice-presidente di Toyota Europa e poi la chiamata da parte di Carlos Ghosn come suo delfino in Nissan.
Può uno così in carriera accettare un livello più basso come sarebbe quello di responsabile EMEA? È difficile che acconsenta, anche perché Nissan è un marchio in grandissima ascesa e molto avanti anche sulle vetture elettriche però, per come lo conosco e lo stimo, è anche un italiano che sente il richiamo della foresta. Dietro un aspetto molto riservato e quasi timido nasconde grandi certezze e niente gli fa tremare i polsi. Potrebbe accettare soltanto per un motivo, poter tentare la scalata a capo assoluto del Gruppo FCA dimostrando sul campo di poterne essere in grado.
Il presidente Elkann ha poco tempo per decidere e non deve commettere errori; c’è da sperare che un tentativo lo faccia. Riuscisse nell’intento darebbe un segnale forte da queste parti (di nuovo un italiano nelle posizioni che contano in seno al Gruppo) e darebbe una scossa ai mercati. In più Schillaci è un car guy, forse il solo tra i possibili papabili a un ruolo che è delicatissimo e dove non ci si può permettere il primo che passa. Staremo a vedere, e incrociamo le dita.

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Il dramma di Marchionne e la sua residenza in Svizzera

luglio 25, 2018  |  Senza categoria  |  51 Commenti  |  Lascia un commento

In questi giorni cupi e persino drammatici per il Gruppo FCA si è scritto e letto di tutto su Sergio Marchionne , e non voglio inserirmi nella lista dei cantori e dei detrattori alla ricerca di una ribalta. Il mio pensiero sul manager, chi frequenta da anni questo blog lo conosce bene. Ero preparato come tutti alla sua uscita dal ponte di comando ed ero fiducioso che il passaggio del testimone, per quanto complesso, non sarebbe stato traumatico.
Purtroppo i tempi e i modi hanno complicato tutto tratteggiando un futuro, almeno nel breve, estremamente complesso e mi auguro che il sistema all’interno di FCA non perda la bussola anche se la tempesta da affrontare è di quelle che promettono il peggio.
Nella valanga di righe che i computer di mezzo mondo hanno sputato in queste ore, al di là delle parole vigliacche, delle offese gratuite oppure delle lodi sperticate e a volte persino beatificanti, c’è un concetto che troppe volte ha trovato spazio e pure troppi che gli hanno dato corda: l’etichetta di evasore, o se preferite di elusore fiscale per aver trasferito la sua residenza in Svizzera per non pagare le tasse in Italia.
Ecco, sostengo sempre che tutte le opinioni hanno diritto di cittadinanza, ma non sopporto le falsità gratuite e peggio ancora quelle interessate, soprattutto quando non vengono dalla gente che non può sapere e va ad orecchio bensì da chi, giornalista o politico, sindacalista oppure economista, parla senza informarsi prima di ergersi a giudice supremo.
I fatti dunque: Marchionne, come quasi tutti sanno, era un italiano molto anomalo perché era cresciuto sin da quando aveva appena 14 anni in Canada, più precisamente in Ontario. Che cosa significa questo? Che da quelle parti ha studiato alla scuola superiore e sempre lì ha preso ben tre lauree. Basta così? No, sempre in Canada aveva iniziato a lavorare con un crescendo di successi professionali fin che ha avuto una chiamata prestigiosissima in Svizzera come amministratore delegato di SGS Group a Ginevra. Era il 2002, e in quell’anno lui ha lasciato l’America per sistemarsi prima nel Canton Zugo e poi in una casa nel Cantone Vaud, a Blonay, un piccolo borgo con appena 6 mila abitanti.
Abitava già in Svizzera quando è arrivata la chiamata della Fiat ormai sull’orlo della bancarotta. Gli hanno detto «Vieni qui e fai quello che puoi; noi non ci caviamo più i piedi e il rischio non riuscire più a pagare i prossimi stipendi è pressoché certo».
L’uomo aveva detto sì, si era rimboccato le maniche e poi tutto quello che è successo dopo è cosa nota anche ai ciechi (meno a quelli in malafede o tormentati dai preconcetti). Soprattutto lo ha fatto senza spostare mai la sua residenza. Avrebbe dovuto cambiare casa per spostarsi in Italia? E perché mai, tanti grandi manager preferiscono stare dove già abitano, dove i figli vanno a scuola, dove si trovano bene e dove si possono rifugiare quando si ritagliano un fine settimana libero. E poi perché? La sua azienda è una multinazionale con sede all’estero e che fa profitti soprattutto all’estero. Lui poi era un canadese di fatto con lontane origini italiane. Pensate forse che il successore, l’inglese Mike Manley, si trasferirà in Italia? No di certo: continuerà ad abitare dove sta adesso e tutt’al più potrebbe avvicinarsi a Detroit dove passerà la maggior parte del tempo.
In ogni caso non corrisponde al vero, ed è questo che trovo falso e strumentale, sostenere che Marchionne si era trasferito in Svizzera per non pagare le tasse qui. Lui abitava già in Svizzera prima di arrivare da noi, e lì ha continuato ad abitare. Far credere il contrario è davvero un’operazione di bassa lega.

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Non solo auto a guida autonoma, il futuro cambierà tutto

luglio 16, 2018  |  Senza categoria  |  23 Commenti  |  Lascia un commento

Questa volta tenetevi forte, perché vi traferisco un viaggio nel futuro che a me a messo non poca angoscia sul come cambierà.
Ero a un incontro che muoveva dalla sparizione della Kodak che nel 1998 aveva 170 mila dipendenti e aveva l’85% del mercato della carta fotografica nel mondo. Nel giro di pochi anni il loro modello di business è scomparso e sono andati in bancarotta. Di lì hanno spiegato che quello che è successo a Kodak succederà in molte industrie nei prossimi 5-10 anni.
Nel 1998 pensavate forse che 3 anni dopo non avreste mai più scattato le foto sulla pellicola? Eppure le fotocamere digitali erano state inventate nel 1975 ed erano già da tempo in circolazione. Ora accadrà di nuovo (ma molto più velocemente) con l’Intelligenza Artificiale, la salute, le automobili elettriche ed autonome, l’educazione, la stampa 3D, l’agricoltura e l’occupazione.
Eccoci al futuro che hanno illustrato:

1. Il software distruggerà la maggior parte delle industrie tradizionali nei prossimi 5-10 anni.

2. Uber è solo uno strumento software, non possiede automobili ma già ora è la più grande compagnia di taxi del mondo.

3. Airbnb è ora la più grande compagnia alberghiera del mondo, anche se non possiede proprietà.

4. Intelligenza artificiale: i computer diventano esponenzialmente migliori nella comprensione del mondo. L’anno scorso un computer ha battuto il miglior Go-player del mondo, 10 anni prima del previsto.

5. Negli Stati Uniti, i giovani avvocati non trovano lavoro. A causa di Watson di IBM, è possibile ottenere consulenza legale (finora per più o meno materiale di base) in pochi secondi, con un’accuratezza del 90% rispetto all’accuratezza del 70% quando eseguita dagli esseri umani. In futuro ci saranno il 90% di avvocati in meno, resteranno solo gli specialisti onniscienti.

6. Watson aiuta già gli infermieri a diagnosticare il cancro, 4 volte più preciso degli infermieri umani.
7. Automobili autonome: finirà che non vorrete più possedere una macchina. Chiamerete un’auto con il telefono, verrà visualizzata nella vostra posizione e vi condurrà a destinazione.

8. 1,2 milioni di persone muoiono ogni anno in incidenti stradali in tutto il mondo. Ora abbiamo un incidente ogni 100.000 km, con la guida autonoma si scenderà a un incidente ogni 10 milioni di km. Ciò salverà un milione di vite in tutto il mondo ogni anno.

9. I bambini di oggi non prenderanno mai la patente di guida e non vorranno mai possedere un’auto.

10. La maggior parte delle case automobilistiche o si aggiornerà o rischierà la bancarotta. Non si fabbricheranno più automobili tradizionali ma computer su ruote.

11. Le compagnie assicurative avranno enormi problemi perché, senza incidenti, l’assicurazione diventerà 100 volte più economica. Il loro modello di business dell’assicurazione auto sparirà.

12. L’elettricità diventerà incredibilmente economica e pulita: la produzione solare è stata in una curva esponenziale per 30 anni, ma ora è possibile vedere l’impatto inarrestabile. L’anno scorso, è stata installata più energia solare nel mondo rispetto ai fossili.

13. Salute. Ci sono aziende che costruiranno un dispositivo medico (chiamato “Tricorder” da Star Trek) che funziona con il telefono e prende la scansione della retina, il campione di sangue e fissa il respiro. Analizza quindi 54 bio-marcatori che identificheranno quasi ogni malattia. Sarà economico, quindi tra qualche anno tutti su questo pianeta avranno accesso a un’analisi medica superiore quasi gratuitamente. Tempi duri per i medici della mutua.

14. Stampa 3D: il prezzo della stampante 3D più economica è crollato nel giro di 10 anni. Allo stesso tempo, è diventato 100 volte più veloce. Alcune parti di ricambio di aerei sono già stampate in 3D negli aeroporti più remoti. In Cina, hanno già stampato in 3D e costruito un edificio per uffici a 6 piani. Entro il 2027, il 10% di tutto ciò che viene prodotto verrà stampato in 3D.

15. Lavoro: il 70-80% dei posti di lavoro scomparirà nei prossimi 20 anni. Ci saranno nuovi impieghi, ma non è chiaro se ce ne saranno abbastanza in così poco tempo. Ciò richiederà un ripensamento sulla distribuzione della ricchezza. In agricoltura è in arrivo un robot agricolo da 100 dollari. Gli agricoltori dei paesi del terzo mondo possono quindi diventare manager del loro settore invece di lavorare tutto il giorno sui loro campi.

16. Ci sono diverse startup che porteranno a breve le proteine degli insetti sul mercato. Il prodotto finale contiene più proteine della carne e sarà etichettato come “fonte proteica alternativa” (perché la maggior parte delle persone rifiuta ancora l’idea di mangiare insetti).

E mi fermo qui perché i punti elencati erano più di 30. Non solo auto a guida autonoma, quindi. Allacciamoci le cinture.

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Imparassimo anche noi a guidare così…

luglio 10, 2018  |  Senza categoria  |  26 Commenti  |  Lascia un commento

Di ritorno da due viaggi negli Stati Uniti nel giro di quindici giorni, durante i quali ho macinato ben oltre un paio di migliaia di miglia, ho ritrovato al rientro il traffico che ben conosco dell’Autosole, e non posso esimermi da qualche confronto.
L’educazione media dei viaggiatori, per cominciare. Nel paese a stelle e strisce si viaggia quasi sempre su cinque corsie puntualmente affollatissime, specie sulla costa est, eppure distanza di sicurezza, uso delle frecce e disponibilità ad accettare le esigenze degli altri balzano subito all’occhio. Per esempio sono frequentissimi i bivi sulle autostrade, con il traffico che viaggia per esempio sulle prime due corsie di destra e che deve spostarsi sulle due più estreme di sinistra. Tutto avviene con grande pazienza, con un incrocio di veicoli da vero mal di testa, e con assoluta disponibilità di chi sopraggiunge.
Poi ecco il trionfo del sorpasso a destra senza irritazione di nessuno. Chiunque viaggi nella sua corsia, tiene l’andatura più veloce possibile (nell’ambito di limiti abbastanza rispettati, ma sempre dell’ordine di 10/15 miglia orarie un po’ sopra al dovuto) passando o facendosi sorpassare da chi è di fianco.
E nessuno sbuffa. Anche da noi in autostrada a tre o quattro corsie dovrebbe essere così, invece abbiamo una massa pecorona che occupa la fila di mezzo dimenticandosi che ne esiste una anche più a destra, e quando uno ci va e sorpassa la fila che sta incolonnata, magari dietro a uno che viaggia a 110 all’ora, si prende sempre insolenze. Certo, c’è anche chi è maestro del zigzag e questo non va bene in nessun modo, però l’idiosincrasia per la prima corsia pare impossibile da sradicare, e ritornando a viverla dopo un’esperienza americana la si nota con maggiore evidenza e insopportabile fastidio.
Infine il rispetto dei pedoni è ammirevole: anche quando questi ultimi hanno torto e si comportano male (tutto il mondo in questo è paese) l’automobilista rallenta con grande anticipo e si ferma a evidente distanza.
Vi chiederete se sono sorpreso perché è la prima volta che vado negli States? No, ci vado spessissimo, ma ogni volta rimango piacevolmente sorpreso. E non è che da quelle parti di auto ne circolino meno. Anzi. Però i clacson li lasciano alle sirene delle ambulanze, la manovre da pirata della strada sono rarissime, e il diffuso senso di civiltà al volante è amabilissimo. Dovremmo imparare a spostarci così anche noi.

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La metropolitana per le auto di Elon Musk

luglio 4, 2018  |  Senza categoria  |  33 Commenti  |  Lascia un commento

A Washington alla fermata di Foggy Bottom della metropolitana, in piena zona universitaria, ho problemi con un distributore automatico dei biglietti. L’apparecchio fa le bizze e bisticcia con la mia carta di credito. Mi viene in aiuto un omone di colore che è sgusciato da un chiosco delle informazioni lì vicino. Indossa la divisa della società di trasporti e sulla targhetta porta il nome Jack Howard. Mi aiuta e ci mettiamo a parlare della metro della capitale con le sue tante linee sotterranee che, a suo dire, funziona piuttosto bene anche se… Anche se lui non vede l’ora che galattico progetto di Elon Musk dal nome imbarazzante “the boring company” (l’azienda noiosa) arrivi anche sulla costa est degli Stati Uniti.
Già perché l’inventore di PayPal, della Tesla, di SpaceX e di troppi altri progetti avveniristici ha dato vita anche alla prima linea sotterranea a Los Angeles dove invece che caricare la gente a piedi si fanno salire le automobili: un progetto di reti di gallerie dove le automobili, dopo aver parcheggiato su slitte elettriche, vengono lanciate ad alte velocità verso la loro destinazione, all’interno del tunnel.
In pratica si tratta di uno straordinario compromesso tra trasporto a suo modo pubblico (per quanto in mano a un privato) e trasporto privato. Siccome treni, tram o bus non possono arrivare ovunque, ecco che un automobilista con la sua vettura può guidare da casa fino alla stazione dello speciale treno, salirci sopra e attraversare una città in pochissimo tempo, quindi scendere e rimettersi per strada con il stesso veicolo e raggiungere un’altra zona non collegata dai mezzi.
Musk fa sempre tutto da solo, rastrella quattrini e completa l’opera, ma la strada è lunga e le città da accontentare tante. Però l’idea evidentemente piace se se la sognano anche Washington addirittura quelli del servizio municipale. Significa che il visionario sudafricano, al di là delle perplessità che suscita nel mondo auto, gode di buona fama come succede ogni Santone degno di questo nome.

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Da adesso il mondo auto non sarà più quello di prima

Da adesso il mondo auto non sarà più quello di prima

giugno 26, 2018  |  Senza categoria  |  43 Commenti  |  Lascia un commento

Ero in Svezia nel febbraio 1979, per il rally mondiale, quando Stig Blomqvist portò alla vittoria la debuttante Saab 99 EMS con il motore dotato di turbocompressore. Pareva impossibile che senza elettronica di bordo si potesse controllare l’esagerata potenza di un motore sovralimentato abbinata alla trazione anteriore e oltretutto sulla neve. Invece successe e la storia di tutte le vetture, soprattutto le utilitarie, cambiò all’improvviso: si era aperta una strada senza ritorno.
Ero anche in Brasile dieci anni dopo quando la Ferrari F1 debuttò in corsa con il cambio elettroattuato al volante. Nessuno credeva che l’idea folle dell’inglese John Barnard potesse funzionare, invece nelle mani di Nigel Mansell vinse subito. Anche quella volta si era aperta una nuova era perché in frettissima tutti i concorrenti si adeguarono e nel giro di pochi anni l’intuizione impossibile sbarcò sulle vetture di tutti i giorni.
E c’ero anche domenica scorsa quando, in Colorado, il bolide I.D. R della Volkswagen ha frantumato il record della Pikes peak, la leggendaria corsa in salita nata nel 2016.
Il primato apparteneva al francese Loeb che lo aveva ottenuto quattro anni fa alla guida di un bolide Peugeot con quasi 900 CV (più cavalli che peso…). Pareva uno di quei record impossibili anche soltanto da avvicinare, invece il siluro tedesco, mosso da due motori elettrici per 680 CV di potenza ha compiuto l’impresa facendo meglio di ben 16 secondi, che sono una vita su un tempo di nemmeno 8 minuti.
Si dirà che da tempo le auto senza rumore gareggiano e divertono il pubblico, ma mai c’era stata una sfida così ravvicinata con i motori tradizionali, compresi bestioni con 1400 CV mossi da potentissimi turbo Garrett su vetture a ruote scoperte. Elettrico puro contro tutto il resto, e non c’è stata partita. 20 km, 156 curve, 1400 metri di dislivello divorati in un amen. In realtà una vettura tutta elettrica aveva già ottenuto l’assoluto tre anni fa, ma era stata ben distante dal tempone di Loeb, questa invece è stata più rapida rispetto a quella di un minuto e ha segnato la storia. Per ora non c’è niente di più veloce: 700 Nm di coppia disponibili subito, per uno 0-100 in 2,25 secondi che è meglio dei 2,6 secondi di una F1. Il 20% dell’energia indispensabile per strabiliare il mondo è stata recuperata nelle impegnative frenate, indispensabili per rallentare questo razzo nelle curve mozzafiato e senza alcuna protezione in barba a strapiombi spaventosi e con una media finale di quasi 150 orari.
Ammetto che non ci credevo, ammetto soprattutto che anche solo 10 anni fa se me lo avessero detto mi sarei messo a ridere. Potevo sì immaginarmi una nuova mobilità, non certo un bolide così che sarà soltanto il primo di una lunga serie, e su questo ci si può scommettere. La base, in casa Volkswagen, per i nuovi modelli attesi a raffica entro un anno, con autonomie di 600 km in su.
Ero di fianco a Hinrich Woebcken, CEO di Vw Nord America, quando si è fatto scappare “The coundown for the future has begun today” (il conto alla rovescia per il futuro e cominciato oggi) e lì ho sentito che qualcosa di davvero importante era successo.

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Ci mancava il sabotatore in casa Tesla

giugno 19, 2018  |  Senza categoria  |  13 Commenti  |  Lascia un commento

Oramai non passa giorno che non si chiacchieri di Tesla e forse il vecchio detto di Oscar Wilde “nel bene o nel male purché se ne parli” è più che mai d’attualità.
In effetti tra produzione che non decolla, vetture che prendono fuoco e maestranze che se ne vanno a casa, di argomenti per cui avere titoloni sui media ne fioccano sempre.
Ma forse siamo arrivati alla fine se è vero quanto dichiarato da Elon Musk, in una email inviata a tutti i dipendenti.
Il grande capo sostiene infatti di aver scoperto un “sabotatore” all’interno del gruppo chiarendo, con queste parole riportate dalla Cnbc, che si sarebbe trattato di
“un’azione di sabotaggio piuttosto estesa e compromettente”, come modificare i codici relativi ad alcuni prodotti oppure diffondere dei dati sensibili all’esterno senza alcuna autorizzazione.
Peraltro già in passato si era urlato al sabotaggio all’interno del mondo Tesla: accadde nel 2016 a riguardo di un razzo di SpaceX che era esploso mentre veniva rifornito prima di un test.
Staremo a vedere. Intanto rimane alto il clamore per l’annunciato taglio del 9% della forza lavoro e per i ritardi sui piani roboanti annunciati negli ultimi anni. Musk gode di una fama planetaria e di un seguito quasi religioso, ma la sensazione che qualcosa stia scricchiolando sta prendendo il centro della scena.

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Sistemi di sicurezza e crollo di certi ricambi

giugno 13, 2018  |  Senza categoria  |  31 Commenti  |  Lascia un commento

«Avanti pure con tutti questi sistemi di sicurezza, tanto alla fine gli unici che ci rimettono siamo noi!» La voce che pronuncia queste parole è quella di un noto concessionario di Milano con un giro d’affari apparentemente da capogiro.
Non è alterato, ed è anche troppo intelligente per non capire l’importanza di tutti i sistemi oggi a bordo delle automobili che aiutano a prevenire e anche ad evitare tanti incidenti, ma alla fine del mese il suo cervello si trova a fare i conti anche con il portafoglio, così continua il suo sfogo per farsi capire e quasi per scusarsi. «Il fatto è che da quando ci sono i sensori di parcheggio, le telecamere a bordo, gli indicatori che s’illuminano sugli specchietti retrovisori quando qualcuno sta sorpassando e si trova nel ben noto angolo cieco, e poi soprattutto da quando a bordo c’è la frenata assistita, i piccoli botti vanno scomparendo…».
Poi mi porta nel grande magazzino ricambi e mi mostra paraurti e portiere appese alla parete, a suo dire pieni di polvere. E insiste col lamento: «Guarda che tirare avanti, con molti dipendenti a carico, è sempre più difficile perché sulle automobili nuove non si guadagna più niente. Il cliente entra in salone e pretende sempre di spuntare lo sconto più alto, quello che puntualmente un suo amico avrebbe strappato da un mio concorrente, tanto che ormai noi possiamo soltanto sperare di incassare qualcosa dal premio della casa al raggiungimento dell’obiettivo di vendita che ci viene chiesto, ma sarebbe meglio dire che è preteso costi quel che costi. Hai presente le vetture auto-immatricolate, le ben note km 0? Si fanno per arrivare all’obiettivo, altrimenti nessuno si metterebbe in casa tante auto che ristagnano nei cortili, soprattutto certi modelli che nessuno acquisterebbe mai se non ci vedesse dietro un prezzo-affare. Così, alla fine della fiera, noi facciamo un po’ di margine sulle vendite finanziate da istituti di credito, sul lavoro in officina e va da sé sui ricambi. Già, ma un conto è vendere un filtro e un altro e vendere una portiera oppure un paraurti. Soltanto che adesso quasi nessuno più boccia la sua auto nel parcheggiarla perché nel paese dei campanelli tutto trilla, avvisa, impedisce l’urto contro ostacoli-trappola, quelli che l’occhio in passato non vedeva mai. E poi, a bassa andatura, la frenata automatica ha cancellato i piccoli tamponamenti, anzi quasi tutti i tamponamenti, ed ecco che un’altra possibile entrata va in fumo. Di questo passo marginare sarà sempre più difficile. Non posso dire maledetta sicurezza attiva, però per noi è un bel danno.»
Ovviamente io ho un altro rapporto con i sistemi di sicurezza a bordo, ma posso comprendere il disagio del mio interlocutore perché tutto dipende da che parte si esamina ogni faccenda. Come diceva Enzo Iachetti: è sempre una questione di punti di vista, come gli aquiloni che magari pensano che la terra sia attaccata al filo.

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Auto elettriche e posti di lavoro

giugno 5, 2018  |  Senza categoria  |  31 Commenti  |  Lascia un commento

L’uomo con cui ho conversato a lungo pochi giorni fa è un monumento dell’automotive mondiale. È troppo in vista perché io ne possa svelare il nome perché potrebbe avermi detto troppe cose che contano e lo metterei in difficoltà. Però, siccome la conversazione è stata lunga e i discorsi tanti, qualche cosa che non comprometterà da un lato il nostro rapporto personale e dall’altro la sua posizione professionale si può riportare.
Ad esempio la sua valutazione sociale sul futuro dell’industria dell’automobile oggi che è di fronte a una svolta che può cambiare il corso della storia ma anche mettere in ginocchio un intero comparto manifatturiero con tutto quanto ci gira attorno.
Il tema è quello dell’elettrico che avanza, e per capirne portata e relative conseguenze bisogna fare un passo indietro, all’arrivo dei robot nelle fabbriche. Bisogna allora risalire ai primi anni 70 quando i primi roboti, per dirla all’italiana, vengono dotati di pinze di saldatura per assemblare le scocche delle automobili. Da allora è stato un crescendo inarrestabile con un parallelo crollo del bisogno di operai nelle catene di montaggio. Senza arrivare per forza a quanto l’economista Jeremy Rifkin ipotizza, e cioè che entro il 2050 l’intero sistema economico mondiale potrà essere gestito dal 5% della popolazione adulta, è certo che il panorama industriale è cambiato completamente e fabbriche con 50 mila operai come un tempo Mirafiori non sono più immaginabili (oggi il record è a Wolfsburg dove la Volkswagen impiega 21 mila persone).
Ma ecco l’orizzonte che fa paura nell’ottica dei posti di lavoro, l’arrivo dei motori elettrici che sono incredibilmente più semplici di quelli tradizionali e necessitano di molti meno componenti (che tengono in piedi l’industria corollaria alle fabbriche di auto). Addirittura la Casa Bianca, durante l’Amministrazione Obama, aveva stimato una perdita di circa 3 milioni di posti di lavoro a causa dell’auto elettrica e questa minaccia oggi va letta più per difetto che per eccesso. I costruttori di auto lo sanno, mentre il pericolo dietro l’angolo sfugge ai politici che non vedono mai oltre al loro mandato elettorale.
Questo spiegherebbe molto bene – a detta del mio illustre interlocutore – perché ci sono paesi come la Norvegia che fa i soldi vendendo il suo petrolio ma si fa bella con il suo boom di auto elettriche. Già perché da loro non ci sono fabbriche di automobili e quindi non c’è nemmeno il rischio di mettere a casa migliaia di operai che sarebbero un problema sociale troppo grosso da gestire. Ma che cosa succederà in tempi medi in Gran Bretagna, Francia, Germania o anche in Italia?
Lo ha chiesto a me e io lo chiedo a voi.

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Multe raddoppiate, ma le pagano sempre in meno

maggio 28, 2018  |  Senza categoria  |  38 Commenti  |  Lascia un commento

Domenica 27 maggio su tutti i quotidiani è apparsa con grande rilievo la notizia del boom assoluto delle contravvenzioni, arrivate nel 2016 a 2,5 miliardi di euro (!) contro l’1,4 del 2006.
Già qui ci sarebbe da fare un salto sulla sedia perché si tratta di un dato stratosferico quanto ingiustificato che ci porta a un primato europeo per nulla lusinghiero. Impossibile immaginare che la nostra indisciplina sia tanto peggiorata in un decennio, più corretto immaginarsi che gli occhi elettronici sempre più sparpagliati sul territorio, meglio ancora dove è più facile fare cassa, stiano lavorando a pancia bassa.
Ma il secondo dato, ancor più sconfortante, è che di questa cifra stellare soltanto il 39% è stato riscosso mentre il 61% delle contravvenzioni sono finite in cavalleria.
Peggio di dieci anni prima? Certo che sì, visto che nel 2006 il 60% era stato pagato così che il quasi raddoppio dell’imponibile si è adeguato o quasi a quello incassato un decennio fa.
Qui si possono aprire mille discorsi. Il primo è che non serve questa tolleranza zero di comodo alle spalle degli automobilisti se poi tanti la fanno franca. Il secondo è che una volta di più siamo di fronte a due Italie, con l’eccezione del Molise che con il 75% è la regione più virtuosa dello stivale a dispetto di un sud dove appena 27,5% fa il suo dovere (addirittura il 18,4 in Sicilia…). Terzo, e più desolante, è che da noi la piaga di mancanza di certezza della pena (vale per tutto, dagli arrestati liberati all’istante, dai troppi evasori che la fanno franca fino a quelli che non pagano le contravvenzioni al codice della strada) sembra un male inestirpabile.
Uno stato che non riesce a far rispettare le sue regole (comprese quelle vessatorie ai danni dei cittadini ligi al dovere) è uno stato senza prospettive. Succede infatti, per restare al campo che ci riguarda da vicino, che multe sempre più salate, e trappole sempre più nascoste, gravano sempre e soltanto sulle vittime più rispettose delle regole: gli automobilisti che pagano subito, quasi sempre entro i primi 5 giorni.
Se si dovesse pagare meno pagheremmo tutti? Il tema ricorda il cane che si mangia la coda, però se guardiamo al 2006 il sospetto viene: quando le sanzioni erano più calmierate – e comunque molte di meno – più automobilisti espiavano la loro colpa.
Al liceo s’imparavano le parole di Svetonio: le pecore vanno tosate, non scorticate. Andatelo a riferire ai fanatici dei multavelox-bancomat.

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