Gioco a Pokemon e vado a sbattere

novembre 28, 2017  |  Senza categoria  |  46 Commenti  |  Lascia un commento

Alzi la mano chi lo scorso anno non ha incrociato qualcuno con la mania di scoprire, attraverso l’app sul telefonino, i Pokemon, quelle creature immaginarie individuate con la realtà aumentata, in giro per le strade, nei cortili delle case, in pieno centro storico oppure nei giardini pubblici.
Una vera mania e anche un serio pericolo, perché c’era gente che bloccava l’auto all’improvviso oppure si portava dal lato opposto della strada per scovare questi mostri tascabili indicati da piccoli spilli blu sulla mappa stradale che poi si aprivano miracolosamente una volta arrivati fisicamente nelle vicinanze del punto di interesse. Ammetto che qualche sospetto legato alla sicurezza mi era passato per la testa, ma non potevo certo immaginare i pazzeschi risultati – appena resi noti – di una ricerca della Purdue University relativo al periodo luglio-novembre 2016: oltre 100 mila incidenti negli Stati Uniti che avrebbero generato danni fino a 7 miliardi di dollari.
Gli autori hanno preso in esame una contea dell’Indiana, incrociando i dati sugli incidenti stradali con la posizione dei luoghi di interesse delle città dov’era possibile raccogliere ricompense del gioco. In base ai dati, la probabilità che un incidente accadesse nel raggio di 100 km da un Pokestop era del 26,5% più alta. Dopo di che hanno allargato i risultati su scala nazionale, arrivando a calcolare che negli Stati Uniti l’aumento degli incidenti attribuibili a Pokemon Go è stato pari a 145.632, con un numero di feriti per un totale di 29.370 e con addirittura 256 morti.
Ecco, il mondo punta alla mortalità zero sulle strade, i costruttori investono cifre altissime sulla sicurezza attiva dei veicoli di nuova produzione, poi arriva un gioco giapponese che attecchisce in tutto il mondo coinvolgendo ragazzini, adulti e nonnetti e ci ritroviamo con questi numeri agghiaccianti, mentre i corsi di guida sicura stanno ancora a insegnare che bisogna tenere le mani sul volante nella posizione nove e un quarto…

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In difesa delle donne al volante pericolo costante

novembre 23, 2017  |  Senza categoria  |  85 Commenti  |  Lascia un commento

Sfatiamo un mito. Donna al volante, pericolo costante non è più una verità. Per anni, meglio ancora decenni, il refrain ci ha accompagnato in aggiunta a sorrisini e scongiuri ma adesso, se si crede a una ricerca dell’Institute of Transport Economics pubblicata su Frontiers in Psychology, risulta che i giovani uomini sono quelli che commettono più distrazioni. La ricerca è stata effettuata in Norvegia, però c’è da credere che anche da noi il risultato non si dovrebbe discostare molto.
Gli studiosi hanno preso in esame due gruppi di persone: un primo composto da 1100 studenti di scuole superiori, un secondo da un campione di 617 uomini e donne rappresentativo della popolazione norvegese. Sono stati somministrati loro degli appositi questionari sulle distrazioni alla guida e i risultati hanno permesso di rilevare che le donne, soprattutto un po’ più adulte, e coloro che sentivano di poter avere il controllo di ciò che può disturbare al volante riportavano meno disattenzioni.
Oggi siamo circondati da persone che guidano molto piano e molto male, e se ben guardiamo sono individui piuttosto giovani anziché attempati guidatori. Conducenti che lambiccano sul telefonino, che chiacchierano con i passeggeri non guardando la strada davanti, che staccano le mani dal volante per dar vita a goffi balli a ritmo di musica sparata al massimo. L’auto non è più considerato un mezzo di trasporto, bensì una scatola di ferro dentro cui si può fare tutto anziché stare concentrati, quasi che la guida autonoma ci sia già anche se invece è ancora lontana da venire.
Temo che si sia perso il senso del pericolo, quello che un tempo veniva soprattutto dalla tentazione di pigiare sull’acceleratore. Paradossalmente, adesso che quasi tutti vanno molto più piano che in passato, ci sono più rischi perché ci si sposta con la testa tra le nuvole, o comunque impegnata altrove. Anche le donne, si badi bene, non ne sono esenti. Telefonano quanto i maschi e molte volte manovrano sgraziatamente, però hanno più paura e spesso il loro procedere lentamente, e quasi sempre a centro strada, non è dovuto a distrazione ma piuttosto all’insicurezza che le porta, se non altro, a fare più attenzione a dove mettono le ruote.
I giovani, invece, a mio personalissimo avviso guidano molto peggio che un tempo perché hanno tanta passione in meno per l’automobile: si credono esageratamente sicuri e liberi di fare quello più li aggrada, anche leggere il giornale come tanti sconsiderati al volante facevano una volta. Con la differenza che se già era pura follia sfogliare un quotidiano alla guida, figuriamoci sfogliarlo sul telefonino, magari contemporaneamente rispondendo a un post su facebook e mettendo la didascalia a una foto su instagram.
E non mi rassicura che la ricerca si stata fatta in Norvegia, cioè tanto lontano da noi. Temo invece che scendendo verso sud i problemi aumentino invece che diminuire.

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Se un obbligo entra in vigore quando non posso mettermi in regola

novembre 14, 2017  |  Senza categoria  |  92 Commenti  |  Lascia un commento

Lunedì 13, nel bolognese, è caduta tantissima neve. All’improvviso si direbbe, perché ancora la domenica 12 c’erano 14 gradi e tutto riportava all’autunno che ancora non ne voleva sapere di arrivare, figuriamoci l’inverno.
Ma qualcuno evidentemente aveva le idee chiare, perché venerdì 10 novembre, all’improvviso, Autostrade per l’Italia ha comunicato che «a seguito delle previsioni meteo previste per i prossimi giorni sono state anticipate dalle ore 20 di sabato 11 novembre – anziché mercoledì 15 – le decorrenze riguardo l’obbligo di dotare la propria auto di gomme invernali nelle tratte: A1 Milano Napoli tra Parma e Sasso Marconi – A13 Bologna-Padova – A14 Bologna-Taranto tra Bologna e Cattolica – Diramazione per Ravenna – Diramazione Padova Sud – Diramazione Ferrara Sud – Raccordo di Casalecchio – Tangenziale di Bologna».
Tirando le somme, l’avviso è stato reso noto con 24 ore di anticipo. Vuol dire che la maggior parte degli automobilisti ne ha preso conoscenza il giorno stesso.
Ora qualsiasi automobilista riguardo le gomme invernali sa almeno due cose: la prima è che sono utilissime e la seconda è che prenotarsi uno spazio dal gommista per effettuare il cambio è sempre un’impresa titanica.
Avvisare, di fatto, il giorno stesso di montare le coperture di stagione (e attraverso la stampa quotidiana che, purtroppo, sempre meno persone leggono con attenzione, ammesso anche che la leggano) e pretendere che dalla sera stessa chi ne sia sprovvisto diventi passibile di una contravvenzione, sa più di provocazione che di beffa. Ho sentito amici preoccupati e altri quasi disperati (quelli che viaggiano in autostrada più per bisogno che per piacere) in quanto lo spazio che diligentemente avevano prenotato per tempo dal loro gommista non era assolutamente modificabile. «Che modi sono questi – mi dicevano – e come faccio adesso? E se mi fermano quanto pago di multa?»
Poi, nemmeno due giorni dopo, è davvero nevicato e persino in maniera esagerata; quindi, chi aveva modificato l’ordinanza anticipandola all’improvviso aveva visto giusto. Ma si può dire che aveva agito bene? Il dilemma si pone, ed è difficile dare una risposta perché tra l’obbligo anticipato e la precipitazione nevosa sono intercorse 36 ore, per giunta festive, di fatto rendendo impossibile per gli automobilisti mettersi in regola.
A questo punto come si sarebbero dovuti comportare gli agenti della strada? Multare quelli sorpresi senza gomme neve perché assolutamente impossibilitati a mettersi in regola, oppure chiudere un occhio? Non ho una risposta certa, ma avendo vissuto in diretta la faccenda mi pare proprio un caso di scuola da studiare bene per il futuro.

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Telefonini: e se toccasse a chi li produce impedirne l’uso alla guida?

novembre 10, 2017  |  Senza categoria  |  35 Commenti  |  Lascia un commento

Un interessante e pure intrigante articolo di Davide Fornaro su “Le strade dell’informazione” va a fondo su un tema sempre più al centro della sicurezza stradale, quello dell’uso dei telefonini alla guida, aprendo un nuovo capitolo che potrebbe rivelarsi una vera rivoluzione: spostare la colpa da chi parla al telefono a chi non impedisce che questo avvenga, cioè il produttore del telefono.
Il dibattito starebbe tenendo banco negli Stati Uniti e, come sempre succede, è pressoché certo che avrà un seguito anche in Europa. In sintesi dovrebbe essere facile studiare un modo affinché uno smartphone di ultima generazione arrivi a capire che è usato su un veicolo in movimento e pertanto si spenga automaticamente inviando a chi chiama una risposta automatica del tipo “Sto guidando, richiamerò appena possibile”.
E chi è a bordo e non guida? In questo caso dovrebbe essere possibile disattivare il blocco con il logico corollario – scrive proprio Fornaro – che, ove la disattivazione fosse invece impostata dal conducente, si avrebbe un vero e proprio comportamento fraudolento e il produttore sarebbe liberato da ogni addebito.
Ovviamente da noi tutti farebbero i furbi perché, a differenza degli Stati Uniti, qui non c’è la certezza della pena che caratterizza il paese a stelle e strisce, ma il principio rimane ed è stimolante.
Oltretutto aggiunge una variabile a quella da tempo suggerita a costruttori di automobili, invitati a loro volta a trovare un sistema capace di impedire l’uso improprio del telefono se non attraverso il vivavoce.
Vi invito pertanto a leggere per intero questo articolo ricco ed esaustivo che si intitola “Distrazione da smartphone del guidatore: il dibattito negli USA” e poi aspetto i vostri commenti. Lo trovate qui:
http://www.lestradedellinformazione.it/site/home/primo-piano/articolo19539.html?rel=newsletter

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Ma le auto sono esenti dall’obsolescenza programmata?

novembre 2, 2017  |  Senza categoria  |  27 Commenti  |  Lascia un commento

Si chiama “obsolescenza programmata” e dopo troppi anni finalmente molti Governi stanno correndo ai ripari sulla scia della Francia che ha già una legge al riguardo dal 2015 e una risoluzione del Parlamento Europeo che sprona gli altri paesi a fare altrettanto.
Si tratta di troppi prodotti sul mercato la cui vita si accorcia all’improvviso costringendo il possessore a un nuovo acquisto. Una storia che parte da lontanissimo, già da un secolo fa quando i colossi elettrici del cartello Phoebus si impegnarono a costruire lampadine che non funzionassero per più di mille ore: meno della metà dalla resistenza minima già sperimentata. Poi mezzo secolo fa fu la Dupont a imporre ai suoi chimici di indebolire il nylon delle calze da signora, a beneficio di smagliature e vendite. E’ quindi toccato alle macchine fotocopiatrici, alle lavatrici, ai frigoriferi, all’iPod della Apple che non aveva disponibili le batterie di ricambio obbligando chi già ne aveva uno a ricomperarne uno nuovo.
Storie di cui sì è già parlato tanto e che hanno anche visto diverse azioni collettive dei consumatori contro i fabbricanti. Soltanto delle automobili non si è mai parlato, ma siamo proprio sicuri che il nostro mondo sia esente da comportamenti sospetti?
Su diversi forum americani qualcosa comincia a girare: chi si lamenta che alcune parti durino volutamente poco per alimentare il giro dei ricambi (plastiche, supporti delle levette dei comandi al volante, navigatori satellitari che non si aggiornano…) ma sono ancora congetture di piccolo cabotaggio e che non toccano mai il cosiddetto ferro, cioè la vera sostanza del veicolo.
Ad oggi si dice soltanto che le auto invecchiano troppo in fretta, ma questo perché sulle vetture più nuove arrivano sempre innovazioni importanti sulla sicurezza alla guida, sul confort di bordo, sull’infotainment, non certo perché le vetture diventano fragili o, peggio ancora, inutilizzabili come invece le lavatrici o i cordless da casa. Ma l’obsolescenza programmata sulle auto non c’è perché per principio nessun costruttore lo vuole, oppure soltanto perché potrebbe rivelarsi pericolosa per gli occupanti di un veicolo improvvisamente in panne, e questo sarebbe un rischio che danneggerebbe drammaticamente l’immagine?

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Cerberus chi? Quello che prese Chrysler da Mercedes e la portò alla bancarotta…

ottobre 26, 2017  |  Senza categoria  |  63 Commenti  |  Lascia un commento

È di questi giorni la notizia, da brividi va detto, che tra i possibili acquirenti dell’Alitalia ci sarebbe anche il Fondo Cerberus, il gigante americano con la fissazione degli investimenti improbabili. Una missione che peraltro nel tempo ha funzionato benissimo visto che questa società col nome del mitologico cane e tre teste ha visto il suo patrimonio moltiplicarsi di 30 volte nel giro di appena 25 anni. Bravi a fare i loro affari, un disastro per i dipendenti delle società acquisite che hanno perso in massa il posto di lavoro, e un problema anche per le tante aziende in portafoglio che hanno vissuto dolorosissimi spezzatini.
Ma perché si parla qui del Fondo Cerberus? Perché, per chi non lo ricordasse, furono loro a rilevare la Chrysler dalla Mercedes dopo il fallimento fragoroso dell’accordo tra tedeschi e americani. Successe nel 2007, e non fu un grosso affare per la Chrysler che si trovò in fretta senza capitali a disposizione – complice anche l’arrivo della crisi economica iniziata nel 2008 – finendo per arrivare alla bancarotta, poi rimediata con il piano di “amministrazione controllata” varato da Barak Obama con l’intervento della Fiat. Un’operazione giudicata all’epoca disperata da tutti gli analisti che si basavano su due convinzioni generalizzate. La prima era che se con Chrysler non ce l’aveva fatta Mercedes, con tutti i suoi soldi, non poteva farcela nessuno, e la seconda sulla lapidaria analisi del leggendario Ferdinand Piech che sintetizzò: «due malati, se si mettono assieme, non posso diventare un uomo sano».
Invece la storia è andata differentemente, tanto che da quelle ceneri è uscito un Gruppo al momento sano, che ha smesso di licenziare e in compenso ha ripreso ad assumere, con conti adesso in regola e con un futuro più tranquillo pur in un mondo ad alta competitività.
Ecco, la situazione di Alitalia è disperata al punto che forse non si trova di meglio in giro. Ma se i dipendenti della compagnia di bandiera sperano che le cose possano andare meglio con quelli di Cerberus dopo aver rifiutato i tagli al personale che tutti gli altri offerenti pretendevano, è meglio che si rassegnino: se Ryanair era un cane ingordo, Cerberus con le sue tre teste sarà un cane spietato.

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Se anche Vw guarda con interesse al low cost

ottobre 19, 2017  |  Senza categoria  |  32 Commenti  |  Lascia un commento

Se la voce è vera, e potrebbe esserlo perché arriva dall’Handelsblatt, quotidiano tedesco di economia e finanza di grande prestigio internazionale, la Volkswagen si tufferebbe nel mercato low cost con l’obiettivo di fare sfracelli nell’estremo oriente. Si parla di SUV prodotti in India dalla controllata Skoda e da vendere a partire da 5 mila Euro, e di un vettura sportiva, prodotta in Cina dal partener locale Faw da vendere sotto i 10 mila Euro.
Un progetto possibile? Beh, da sempre tuffarsi nel mondo delle auto accessibili per alzare i numeri e consolidare la leadership mondiale è una vecchia voglia dei tedeschi di Wolfsburg, mentre dal punto di vista progettuale senz’altro è una prospettiva fattibile, anche perché la stabilimento Skoda in India può arrivare facilmente a una produzione di 400/500 mila veicoli l’anno. E anche i tempi sarebbero logici, visto che si parla di 2020 come data di uscita del primo modello (seppure questo significherebbe che i progetti esistono già, almeno sulla carta, perché se si dovesse partire da zero sarebbe impossibile), ma quello che incuriosisce è come un Gruppo che si è affermato, fino a diventare leader mondiale, puntando molto su una cura persino maniacale delle finiture, riuscirà ad entrare nell’ordine di idee di fabbricare delle automobili al limite estremo della semplicità per ridurre i costi. Perché, non ci possono essere dubbi, le auto di fascia bassissima di prezzo debbono rinunciare a tutti i fronzoli e debbono accettare anche fabbricazioni facili, poco rifinite, dove non si può andare troppo per il sottile. Cosa estremamente difficile per chi ha nella sua cultura processi sempre raffinati e puntigliosi.
Poi, sì, è chiaro che si farebbe ricorso a un marchio nuovo, slegato dagli attuali, proprio per marcare la differenza e la distanza. Ma qui Vw non ha grossi problemi: nella sua cassaforte i brand del passato abbondano. E se Wanderer oppure Horch sarebbero ingombranti su vetture low cost, perché all’epoca producevano vetture di lusso, marchi come NSU oppure DKW potrebbero essere perfetti. Se accadrà, sarà una sfida da non sottovalutare e da seguire con grande interesse.

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Insignia, più che una vettura grande mi pare una grande vettura

ottobre 11, 2017  |  Senza categoria  |  45 Commenti  |  Lascia un commento

È una macchina, una nave, una corriera? Nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di percorrere lunghe distanze al volante della nuova Opel Insignia station wagon, e non vi nascondo il piacere che ho provato. Con i suoi 5 metri di lunghezza (vabbé sono 4,99, non correggetemi subito) è davvero lunghissima, ma lo si percepisce soltanto da fuori perché con il volante tra le mani si comporta come una vettura di segmento medio, nel senso che è facile e che tutte le dimensioni si percepiscono bene. Vi risparmio nelle poche righe che seguono la prova completa che troverete molto ben scritta da Carlo di Giusto sul prossimo Quattroruote, ma vi voglio trasferire il piacere che ho trovato in termini di comodità, di tenuta di strada, di prestazioni – e nella posizione sport, aggiungo anche il gusto – poi anche di spazio a bordo, di assistenza alla guida e così via.
In un segmento dominato dalle tedesche premium, questa auto che costa la metà della concorrenza a parità di dimensioni e di equipaggiamento (la metà, sottolineo) non sfigura assolutamente, anzi. E aggiunge anche qualcosa, come la possibilità di comandare la leva del cambio (io ho provato la versione con il manuale, Quattroruote quella con l’automatico) tenendo l’avambraccio comodamente appoggiato al bracciolo, una situazione che nei lunghi tragitti autostradali fa comodo eccome.
Poi sì, la silenziosità è tanta – al punto che si sente quasi soltanto il fastidioso rotolamento delle ruote – e il pedale dell’acceleratore leggero. Questo significa che occorre stare accorti perché arrivare a 2600 giri in sesta è un attimo: niente di male in assoluto, il problema semmai è che il tachimetro segna già 160, e insomma…
Infine consuma proprio poco per un bestione di quelle dimensioni, tanto è vero che nei trasferimenti fuori dall’autostrada il computer di bordo ha annotato una media di oltre 15 km per litro che mi sembrano una bella soddisfazione.
Perché ve ne parlo? Perché la versione precedente fu Auto dell’Anno 2009 dopo una serratissima sfida con la Ford Fiesta, battuta per un solo punto nell’ordine d’arrivo più ravvicinato di sempre, incontrando molta fortuna fuori dai nostri confini e non il giusto apprezzamento in termine di numeri nel Belpaese.
Beh, se mi ero spellato le mani allora, debbo dire che il balzo in avanti è stato all’altezza delle attese, con un rapporto prezzo/qualità straordinario in paragone con le gemelle rivali. Direte: ma non fa status. Ecco questo è il problema, ma fino a quando compreremo soltanto per il peso del brand anziché in base alla qualità del ferro?

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Se persino in Norvegia scarseggiano le colonnine di ricarica…

ottobre 4, 2017  |  Senza categoria  |  41 Commenti  |  Lascia un commento

Nei giorni scorsi un bell’articolo di Andrea Tarquini su la Repubblica testimoniava di un problema che si sta presentando adesso nel paese europeo con la più alta diffusione percentuale di vetture elettriche: la Norvegia. Infatti da quelle parti ormai un´auto nuova su tre è elettrica, e il numero di immatricolazioni cresce del 100 per cento. Un risultato perfettamente in linea con l’obiettivo di tutto lo schieramento politico locale che è quello di arrivare a vendere esclusivamente vetture elettriche nel vicinissimo 2025.
Tutto bene allora? Macché.
Il perché è presto detto: per farle marciare servono le colonnine di ricarica perché ancora troppo pochi condomini hanno prese adatte nei singoli box, tanto è vero che questa realtà pone le autorità comunali in tutto il regno (la Norvegia ha un re, Harald V°) davanti al grave problema di stare al passo con le esigenze, installando abbastanza colonnine di rifornimento. Persino Petter Haugneland, dell´associazione per la diffusione delle vetture elettriche e la difesa dei consumatori che le acquistano, è giunto a consigliare ai cittadini di comprare vetture ecologiche solo se sono sicuri di avere una stazione di ricarica nelle vicinanze. Già, perché a fronte di 80 mila vetture già circolanti nella sola Oslo, la capitale, le stazioni di ricarica pubbliche sono appena 1300, una vera miseria (per quanto tantissime se si pensa alla nostra Italia).
E allora? Tocca all’amministrazione pubblica fare fronte alle esigenze, ma servono molti quattrini, tanti anche per uno stato con i conti in ordine e una coscienza verde che muove da lontano. E qui casca un po’ l’asino, per sintetizzare con una brutta espressione un problema che negli anni prossimi venturi si presenterà in tutto il vecchio continente se davvero la guerra alle vetture convenzionali diventerà la bandiera del progresso.
Ipotizzando che sia disponibile la corrente che servirà (quante centrali ci vorranno? Si potrà rinunciare al nucleare?), quindi che si trovi una maniera intelligente di tassare a dovere chi la userà per trasporto – e sostituire così le generose entrate che vengono dalla tassa sui carburanti e relativa Iva – bisognerà alla fine dotare ogni regione dei necessari punti di ricarica. Quanti? Beh se 1300 sono insufficienti per un parco di 80 mila automobili a Oslo, se si dovranno sostituire i 36 milioni di vetture che costituiscono oggi il parco auto nazionale significa che ne servirebbero più di 600 mila se tutti i veicoli fossero concentrati in un’area precisa, ma almeno il triplo per coprire in emergenza tutto il territorio nazionale considerando che ci sono 8 mila comuni e oltre 60 mila frazioni.
Vi pare un numero esagerato? Proprio no, perché se nei centri più grossi si potrà contare sul trasporto pubblico, più si va in aree meno popolate più serviranno punti di ricarica polverizzati, altrimenti come si sposterà la gente?
Ecco, allora sarebbe bene che là dove si decidono le regole si faccia anche un po’ di conto dei costi delle infrastrutture necessarie cominciando a mettere da parte un po’ di denaro. E, onestamente, mi scappa da ridere.

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Alfa Romeo Giulia Coupé. La danno in arrivo: ecco perché

settembre 27, 2017  |  Senza categoria  |  55 Commenti  |  Lascia un commento

Diverse fonti d’informazione, anche molto autorevoli come AutomotiveNews, nonché rilanci continui sui social, riportano la voce che entro la fine del 2018 l’Alfa Romeo metterebbe sul mercato una versione coupé (non è chiaro se a due oppure a quattro porte) della sua Giulia. In tutta onestà va detto che a Quattroruote questo non risulta, però rientrerebbe perfettamente nel piano presentato a suo tempo da Sergio Marchionne dove una versione speciale (si sottintendeva sportiva) era stata calendarizzata assieme a una grossa spider – prevista a seguire -, a una SUV più grossa della Stelvio (questa sì, sta girando in largo e in lungo più o meno camuffata) e alla berlina in formato maxi di cui invece non si sa più niente.
Ma che senso avrebbe la Giulia Coupé? In molti se lo chiedono e le risposte non vanno molto otre al fatto che si confronterebbe con le varie Bmw Serie 4, Audi A5 e Mercedes C Coupe, modelli che almeno a casa nostra non è che raggiungano numeri da capogiro. Ma si commetterebbe un errore colossale a pensare sempre alle automobili con una visione ristretta al nostro cortile di casa. Se davvero arriverà così in fretta, o almeno nei tempi a suo tempo pianificati che sarebbe di per sé abbastanza inedito, è perché la reclamano i dealers americani. Da quelle parti la Giulia è una vettura tutto sommato compatta, piccola per una berlina a tre volumi essendo 22 cm. più corta della Toyota Camry regina del settore, e sa un po’ di voglio ma non posso. Diverso il discorso per una versione più filante, più sportiva, come dicono loro più “appealing” (più attraente). Se poi sarà ancor più slanciata dell’attuale berlina, che rimane niente male, magari bucherà anche da noi. D’altronde, per arrivare al traguardo delle 400 mila auto promesse a suo tempo, tutto servirà.

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