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Non solo la strategia…

novembre 15, 2010  |  Formula 1  |  58 Commenti  |  Lascia un commento

L’amarezza dei tifosi Ferrari è il leit-motiv di queste ore. Dal grande entusiasmo alla terribile delusione il passo è stato breve e come sempre si finisce per esagerare nei giudizi.
Evito, volutamente, di entrare sulla stagione appena conclusa perché, bella e appassionante com’è stata, richiederebbe un discorso troppo lungo e troppo articolato per esaurirlo in un solo commento. L’ultima gara merita però un’analisi un po’ meno scontata di come i commentatori della Rai hanno fatto, calcando la mano con forza sugli errori di strategia al muretto, spostando sempre i problemi sugli operativi della squadra. Una volta Alonso vince grazie ai velocissimi meccanici (Monza, anche se non erano stati i più veloci), una volta Alonso perde il titolo per essere stato richiamato troppo in fretta (vero, probabilmente).
La verità è che chi fa sbaglia, e questo può succedere: se gli andava bene al box erano degli strateghi (e a mossa appena effettuata erano partiti gli applausi anche dei telecronisti…), sbagliando sono diventati degli stupidi. Dopo, a bocce ferme, è sempre facile bacchettare, ma le scelte si prendono al volo e per questioni di attimi si vince o si perde, così come accade con i sorpassi: quando riescono si è fenomeni, quando non riescono si è dei pirla (Alboreto dixit).
Invece la Ferrari non ha perso il mondiale, lì. Lo ha perso prima, nella settimana tra il Brasile e Abu Dhabi. In quei giorni nella testa degli uomini del Cavallino ha preso corpo l’idea che il titolo fosse già in tasca, a patto di non commettere il minimo errore.
Poi ci hanno pensato le prove di qualifica a complicare le cose, con Webber troppo indietro per essere vero. A quel punto tutti i giochi sembravano fatti: Webber è della stessa squadra di Briatore (il manager che gestisce sia Alonso che l’australiano) e a quel punto, ormai fuori dai giochi, di sicuro una mano a Vettel col fischio che Mark gliel’avrebbe data dopo tutti gli sgarbi avuti nel corso dell’anno.
Ecco allora la preoccupante dichiarazione (per uno come lui) di Alonso già sabato pomeriggio: “Domani il solo problema sarà al via, e lì anche se Button mi dovesse passare non sarà un problema”. Un pensiero troppo minimalista per un due volte campione del mondo.
Poi al via ecco che puntualmente quello che aveva previsto si è avverato: porta aperta a Button con Webber ben distante a non disturbare. Tutto troppo facile, assolutamente fuori dallo spirito di una stagione iridata corsa sempre col coltello, con 5 piloti in lotta per il titolo fino a due gare dalla fine e poi con 4 all’ultima.
Ecco, probabilmente in Ferrari non hanno interpretato l’ultima gara come un Gran Premio all’arma bianca. Troppa sicurezza mescolata a troppa paura sono state un mix che ha portato quelli di Maranello fuori strada. Era invece lecito aspettarsi una prestazione come quella della McLaren, con entrambi i piloti a dare tutto, compreso Button che pur non aveva interessi di alcun genere ma che ha saputo correre sugli stessi tempi del compagno Hamilton proteggendogli le spalle fino all’ultimo giro perché non si sa mai.
Il Massa inesistente delle ultime corse, e l’Alonso.non-Alonso di Abu Dhabi hanno tradito il senso dell’appuntamento decisivo, a prescindere da come poi sono andate le cose. E’ come se la Ferrari tutta avesse un tarlo nel cervello già prima di cominciare la corsa, scordando che nelle corse di oggi l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, e quasi non fosse noto a tutti che su questa pista i sorpassi sono impossibili. Bisognava partire col coltello tra i denti e non con il pallottoliere in mano: pronti a ragionare quando davvero sarebbe servito, cioè a gara già avviata e verso un finale scontato. Ma non perdenti già dal via.

Jacky Ickx e la Scirocco a metano

ottobre 12, 2010  |  Ecologia, Formula 1, Volkswagen  |  72 Commenti  |  Lascia un commento

Sabato sera ho cenato con Jacques-Bernard Ickx detto Jacky, il formidabile asso belga capace di vincere in F.1, dominare la scena nelle gare riservate ai potentissimi prototipi, leggenda vivente legata ai suoi successi a Le Mans e grandissimo interprete dei rally-raid.

Ickx aveva appena finito di guidare la VW Scirocco R a metano come apripista al Rally Legend che si è corso tra ali di folla nei dintorni di San Marino, e mi ha raccontato cose mirabolanti di questa vettura che ha quasi 280 CV ed emissioni di CO2 dell’80% inferiori a un identico modello a benzina.

Uno come lui, che con la velocità ha stretto un patto trentennale, era come un bambino emozionato davanti a un regalo. Parlava delle prestazioni di quest’auto, troppo normale per uno che ha corso con tutto e vinto con tutto, come di un bolide dalle sensazioni inimmaginabili. “Va a metano – diceva – ma spinge con una rabbia che non ti puoi aspettare”.

Gli ho chiesto se il futuro può essere in auto così, poco inquinanti e molto potenti, e lui mi ha risposto che non lo sa, anche se è sicuro che un’auto elettrica brividi simili non li potrà mai dare.

Jacky ha gareggiato in un periodo che le corse piangevano un campione alla settimana, in cui i piloti di più alto livello correvano ogni domenica non importa su quali automobili “Perchè dove c’era un ingaggio si andava, e quando l’ingaggio non c’era si correva perché ci piaceva farlo” sottolineando di quanto sia contata la fortuna per riuscire a sopravvivere. “Ci infilavamo dentro vetture che ti fasciavano di benzina, con telai a traliccio pronti ad aprirsi in maniera miserevole al primo impatto, ci davamo ruotate su piste fitte di alberi e circondate da muretti; a Le Mans – corsa che lui ha vinto 6 volte – si arrivava ai 350 e ci volevano 500 metri per rallentare. Sì, tra la vita e la morte passava solo un alito e io quell’alito l’ho sentito vicino molto spesso, ma mi è sempre andata bene”.

Ha sfiorato due mondiali in F.1 e ne ha vinti due coi prototipi dominando persino la Parigi-Dakar. “Alla fine avevo la stessa voglia degli inizi, ma capivo che non era la stessa cosa. Io ogni domenica guardo Schumacher e mi dico che è un fenomeno. A quarant’anni prende pochissimi decimi dai più veloci e s’impegna come un ragazzino. Ma io lo so che per uno di quarant’anni non c’è niente da fare contro un rivale di venti se questo va forte come te. Non sbagli niente, però lui va un pelo di più. Non è il coraggio, è l’età che ti frega. E la F.1 non perdona chi è vecchio”.

Ero a bocca aperta nell’ascoltarlo: un fiume in piena, uno che ne ha viste tante, sazio di corse e di gloria. Però quando raccontava della Scirocco gli brillavano gli occhi e lì ho capito che le automobili, certe automobili, possono sorprenderti sempre, anche se vanno a metano; e che forse per questo ci sarà puntuale un modello che ci farà innamorare, che una macchina non sarà mai uguale a un elettrodomestico. E sono andato a letto sereno.

Alonso, aprire vincendo porta sempre bene

marzo 15, 2010  |  Formula 1  |  23 Commenti  |  Lascia un commento

Se le statistiche contano ancora qualcosa, non c’è nulla di più confortante della doppietta Ferrari in Bahrain e soprattutto del colpaccio di Alonso: la storia insegna che praticamente sempre chi ha vinto la gara d’apertura della stagione poi ha fatto suo il titolo mondiale.
Vettel allora deve mangiarsi le mani? In assoluto sì, perché stava correndo una gara magnifica e autoritaria, ma, come si temeva alla vigilia, le Red Bull sono le monoposto del lotto di testa più a rischio per l’affidabilità.
La Ferrari, allora. Ci si aspettava una buona gara ed è uscita ottima, ci si aspettava un grande Alonso ed è parso ancor più autoritario del previsto. Si poteva sperare di più? No.
La McLaren ha un po’ deluso? Anche qui no, oppure sì, ma soltanto in qualifica dove doveva esprimere il suo meglio. Hamilton durante il Gran Premio aveva un passo in linea con i ferraristi, ma l’esser stato superato al via da Rosberg gli ha segnato la gara e, se non gli fosse riuscito il sorpasso del tedeschino ai box, sarebbe arrivato a mezzo minuto o giù di lì. Purtroppo, come tutti prevedevano, quest’anno le gare promettono di essere dei grandi trenini dove, anche se uno ha un secondo in tasca di potenziale, non può sperare di sopravanzare chi lo precede se non nei giri finali quando, a vettura senza benzina, le gomme vanno risparmiate di meno.
Mercedes. Per ora va più piano; non di molto, ma quanto basta per finire in fretta fuori lotta. Quei tre o quattro decimi che un anno fa la mettevano davanti a tutti, adesso mancano sia in qualifica sia nel passo gara. Una rondine non fa primavera, ma se non verranno trovati rimedi in fretta, il team tedesco, dei quattro di testa, sembra il più indietro.
Cambierà qualche cosa a Melbourne? Forse sì, perché è una pista più insidiosa con qualche staccata da brivido a mano a mano che il tracciato si sporca, come avviene sempre col passare dei giri e le divagazioni fuori pista di qualche concorrente. In Bahrain il tracciato nuovo ha tolto gli unici due punti da sorpasso che rendevano quel circuito il meno peggio di quelli disegnati da Tilke: capire perché si sia deciso di allungarlo per omologarlo ai peggiori resta un mistero. Si spera allora in qualche emozione in più, ma è difficile che succeda in fretta, almeno finché ingegneri e piloti non avranno le idee chiare sul comportamento delle gomme con il gran carico a bordo.
Schumacher, infine. Su di lui ognuno si sarà fatto un’opinione molto figlia delle attese, del fastidio per la fuga dalla Ferrari, o per l’amore legato al passato. Secondo me è andato come la sua auto gli permetteva. Terminare la gara dopo 300 km e nemmeno 4 secondi dal suo veloce compagno di squadra, partito oltretutto, due posizioni avanti testimonia che tanta ruggine non gli è rimasta addosso. Chiaro che tre anni di sosta lo obbligano a ritrovare il ritmo della gara e nel giro di tre o quattro Gp potrebbe essere il più veloce in casa Mercedes. Dopo, dipenderà tutto dall’auto di cui disporrà. Se da assoluto, vincerà, altrimenti no. Contro gente come Alonso, Hamilton e Vettel, con un mezzo inferiore non può farcela nessuno.

Toyota, stop al Fuji e presto alla F.1

luglio 7, 2009  |  Formula 1  |  10 Commenti  |  Lascia un commento

L’annuncio shock è stato battuto dalle agenzie in piena notte per l’Europa, mattina presto in Giappone. La Toyota ha annunciato che nel 2010, e poi pure negli anni a venire, non si correrà più il Gran Premio del Giappone di F.1 sulla pista di proprietà del primo Gruppo automobilistico del mondo, il circuito del Fuji dove il Circus era tornato a correre nel 2007 per ufficializzare i trionfi economici e commerciali della Casa giapponese.

La ragione ufficiale è puramente legata ai soldi: organizzare la gara al Fuji costa ogni anno alla Toyota la bellezza di oltre 15 milioni di euro, una cifra oggi giudicata fuori da ogni logica in tempi di crisi mondiale.

La notizia non deve comunque sorprendere, perlomeno non chi ha avuto la pazienza di leggere questo blog negli ultimi mesi. Da tempo qui si fa notare che quattro grandi costruttori impegnati in F.1 stanno studiando una fuga dalla F.1 il meno spettacolare possibile, ma pur sempre una fuga. La querelle Fota-Fia per molti (Ferrari esclusa) era una buona occasione per una ritirata strategica, giustificata e mascherata dall’impossibilità di convivere con una Federazione che cambiava di continuo le regole. Poi però è arrivata la Ferrari con la resistenza dura e l’ipotesi di dar vita a una serie alternativa all’organizzazione della quale dovevano impegnarsi tutti i team attualmente riuniti sotto l’egida della Fota. Una prospettiva terribile per chi di investire nel Circus non ha più voglia né passione, una resistenza passiva che di fatto ha portato all’accordo in extremis facendo tirare un sospirone di sollievo a BMW, Toyota, Renault e Mercedes, terrorizzate dall’idea di sottoscrivere un impegno fuori dalla loro volontà. Adesso ecco i primi cedimenti: la Toyota annuncia lo stop con il GP di casa e a breve darà l’addio alla massima serie. Sarà sola? Difficile crederlo, e meno male che si sono affacciate altre squadre (minori, è vero, ma almeno vive) se no il rischio è di avere schieramenti talmente poveri di partenti era pressoché certo.

Max Mosley è stato arrogante, ottuso e ostinato, ma aveva visto giusto: la sua ansia di preservare il campionato da ritirate repentine andava in questa direzione. Sapeva che contro aveva una Ferrari agguerrita ma in buona fede, perché per il Cavallino le corse sono il sale della vita, ma temeva quei costruttori spendaccioni oggi disposti a scialacquare ma anche prontissimi a chiudere i rubinetti quando gli interessi sarebbero girati da un’altra parte. Anche lo scivolo col buco doveva servire a far vincere finalmente la Toyota affinché non scappasse via. Peccato che la Brawn abbia rovinato tutti i piani.

Danica, una donna per la Formula 1

maggio 25, 2009  |  Formula 1  |  33 Commenti  |  Lascia un commento

Si parla tanto delle possibili squadre che potrebbero arrivare in F.1, e tra queste del team USF1, una squadra a stelle e strisce con piloti americani al cento per cento. Tra i nomi ci sono quelli di Marco Andretti, l’ultimo della gloriosa stirpe, e dell’affascinante Danica Patrick (nella foto), velocissima fanciulla che svetta sempre tra i migliori delle gare Indycar e capace anche di metterseli tutti dietro un anno fa a Motegi.
Da tempo in F.1 non si vede più gareggiare una donna, e sarebbe davvero ora che il gentil sesso trovasse un posto in griglia anche se molti ostinati pseudo puristi storceranno la bocca ritenendo le corse in auto un territorio riservato alle scorrerie dei maschietti.
Beh, domenica scorsa la bella Danica ha perso in volata la 500 Miglia di Indianapolis, la gara più famosa del mondo, quasi 800 km a piede giù, a una media oraria da far accapponare la pelle. La Patrick è finita sul podio, terza a 2 secondi dal vincitore Castroneves mostrando, con una prestazione sensazionale, di reggere la fatica di una battaglia prolungata e sempre sul filo dei trecentocinquanta orari. Roba per duri e puri, insomma, e una pilotessa così dovrebbe davvero arrivare in F.1. Per l’interesse della disciplina sarebbe un acquisto, oltre che gradevole, che farebbe molto discutere gli appassionati portando pepe ad un ambiente da troppo tempo cloroformizzato, se non per beghe esclusivamente legate ai soldi (e solo ai soldi).