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A quanto si può vendere l’Alfa Romeo?

novembre 24, 2010  |  Fiat  |  132 Commenti  |  Lascia un commento

In Fiat servono soldi. Meglio ancora capitali. Adesso è il momento di fare investimenti per il futuro e ci vuole denaro fresco, soprattutto per l’operazione Chrysler che sta procedendo bene, ma che non si può esaurire con quanto fatto fino adesso perché ci sono nuovi modelli da mettere in cantiere per gli anni a venire. Ecco perché si parla tanto di possibili cessioni di gioielli di famiglia, dalla Marelli a CNH (Case New Holland), passando per tutte le ipotesi possibili e impossibili.
Nel mare delle suggestioni torna sempre in ballo il nome dell’Alfa Romeo che, di là dalle smentite che vanno prese molto seriamente, è un asset serio e come tale va sempre pesato. Ma quanto potrebbe realmente valere l’Alfa Romeo sul mercato motoristico mondiale? Il tema rimane suggestivo e va sfrondato delle provocazioni. A Parigi, per esempio, Marchionne aveva detto che l’Alfa Romeo non era in vendita a patto che un pretendente non arrivasse con un’offerta di 100 miliardi (di dollari? Di Euro?). A Los Angeles, lo stesso Marchionne ha parlato di 20 miliardi (di dollari? Di euro?).
Per restare con i piedi per terra bisogna allora rifarsi alle più recenti cessioni di marchi, e l’ultimo importante passaggio di mani è stato quello della Volvo dalla Ford ai cinesi. Gli americani avevano comprato la marca svedese ad una cifra pari a 7 miliardi di dollari all’alba del nuovo millennio, ma alla fine hanno svenduto la stessa Volvo per 2 miliardi (sempre di dollari). Su questa base si possono allora fare dei ragionamenti: la Ford voleva sbarazzarsi del suo gioiello perché doveva fare cassa per risanare i suoi conti, la Fiat al contrario non vorrebbe fare a meno dell’Alfa Romeo. L’Alfa, in più, ha un blasone che le viene dall’attività sportiva tra le due guerre e che è probabilmente superiore a quello di icona della sicurezza che da sempre accompagna la marca svedese i cui conti, però, (la presenza su tutti i mercati del mondo, e il giro d’affari) sono sicuramente più appetibili. Da qui, qualsiasi analista può azzardare una stima concreta che entra in una forbice ben precisa: da 1 a 5 miliardi di dollari. Il valore più basso nel caso in cui chi vende dovesse assolutamente fare cassa, e quello più alto nel caso ci fosse un compratore disposto a svenarsi pur di aggiungere un gioiello al proprio portafoglio. Ecco, al tavolo delle trattative che peraltro non c’è, la Volkswagen potrebbe offrire verosimilmente 3 miliardi per salire a un massimo di 4, magari anche a qualcosa di più. Tutto il resto sono illusioni, ma qualsiasi osservatore nota che su questa base l’affarone potrebbero farlo entrambi. E forse, lo faranno.

Ancora i cinesi, povero me…

settembre 20, 2010  |  Industria, Nuove tecnologie  |  82 Commenti  |  Lascia un commento

Un interessantissimo articolo di Massimo Gaggi, apparso sabato scorso sulle pagine del Corriere della sera, iniziava così: “Venti di guerra commerciale tra Washington e Pechino che non solo continua a mantenere artificialmente basso il cambio della sua valuta, ma ora minaccia le industrie automobilistiche straniere: se volete entrare nel nostro mercato dovete darci la vostra tecnologia”.
L’argomento scotta, perché io ho iniziato il mio rapporto con voi proprio parlando della Cina e infilandomi in un vespaio fatto di accuse di razzismo, di protezionismo e di scarsa prospettiva. Il tema cinese però esiste e non lo si può liquidare con un semplice: lasciamoli lavorare.
Vi immaginate se la Fiat imponesse ai costruttori stranieri che vogliono vendere in Italia di cedere le loro tecnologie? Scoppierebbe un putiferio e anche su questo blog si alzerebbero alti lai di indignazione.
Oggi la Cina è per molti costruttori un’ottima opportunità per fare cassa: si vende bene e tanto e i bilanci ringraziano. Per i grandi manager che regnano nel breve volgere di qualche stagione è una vera manna: si fanno affari subito e poi saranno problemi di chi verrà. Saranno soprattutto problemi per le nuove generazioni, ma chissenefrega dei giovani. Chi è sul ponte di comando pensa all’oggi, a fare lui bella figura e magari saltare sul timone di un’altra azienda profumatamente pagato, forte dei risultati ottenuti nel breve.
Nessuno è così cieco da non vedere che la Cina è destinata a colonizzare tutto il mondo (sono intelligenti, furbi, lavoratori indefessi e hanno un culto del denaro da far impallidire qualsiasi paese capitalista), nessuno crede nemmeno che impiegheranno molto a produrre le auto migliori perché possono permettersi di sperimentare le novità più ardite su un pubblico che si avvicina alle quattro ruote adesso e non ha la cultura, le associazioni dei consumatori a sua tutela, e nemmeno la possibilità di opporsi ai collaudi di massa.
Ricordo pochi mesi fa a Shanghai una magnifica illustrazione dove si vedeva un occidentale che aveva l’auto e sognava la bicicletta contrapposto a un cinese che ha la bicicletta e sogna l’auto. Un poster parlante.
Io, al riguardo, ho le mie idee in testa, ma sono curioso di conoscere le vostre.
Provate allora voi a concludere, con parole vostre, questo blog. Dare un finale alle premesse di cui sopra.

Ancora Alfa-VW, ormai non si parla d’altro

agosto 23, 2010  |  Fiat, Industria  |  143 Commenti  |  Lascia un commento

Lo spinoso ma intrigante tema della possibile cessione dell’Alfa Romeo alla Volkswagen è tornato di attualità, perché dopo Quattroruote a occuparsene è anche Automotive News, l’autorevole rivista americana che è sempre molto vicina ai grandi boss del mondo automobilistico. In sintesi anche su AN si ribadisce che da più parti, tra gli alti vertici VW, è sempre più chiaro l’interesse dei tedeschi per il Biscione, ma si riporta (da fonte Fiat autorevole, ma tenuta anonima) l’assoluta non volontà del Gruppo torinese a dare via il marchio Alfa, tanto più che nei piani di Marchionne c’è il nuovo obiettivo da raggiungere entro il 2014: 500 mila auto vendute contro le attuali 100.
Sempre Automotive News scrive che dati ufficiosi denuncerebbero per l’Alfa Romeo perdite annue comprese i 200 e i 400 milioni di Euro per tutto l’ultimo decennio, una cifra che, se confermata, oltre a mettere i brividi, giustificherebbe da sola una possibile vendita dell’ex Casa milanese. Però esiste il cuore e pure una nuova strategia, quasi che a Torino (o a Detroit, ognuno la veda come gli pare) ci si penta di quanto fatto in passato e si voglia recuperare il terreno perduto, magari dicendo definitivamente addio a quell’Alfa Romeo così cara ai suoi nostalgici innamorati (che però le auto le amano ma non le comprano) a favore una nuova linea di prodotti più vicini al mercato generalista. Credo che l’argomento sia davvero caldo, e non soltanto perché è ancora estate, e di sicuro qualche cosa succederà in tempi brevi con un solo cruccio: meglio l’Alfa americana o quella tedesca?

La Fiat Mio e il drive-by-wire

La Fiat Mio e il drive-by-wire

agosto 18, 2010  |  Nuove tecnologie  |  62 Commenti  |  Lascia un commento

L’interessantissima concept Fiat Mio, una sorta di Smart (per le dimensioni) progettata dal Gruppo torinese, è davvero una sorpresa perché dà importanti cenni di vita sul piano delle proposte, cosa che da troppo tempo non avveniva. Curiosamente farà la sua prima uscita in Brasile al Salone di San Paolo nel prossimo ottobre ed è un vero peccato che invece non si sia scelta la passerella di Parigi dove avrebbe davvero fatto una gran figura.

Di quest’auto leggerete sul prossimo numero di “Quattroruote” in arrivo il 27 agosto, ma qui mi solletica proporre un tema che trovo di sicuro interesse per un dibattito tra appassionati: la Fiat Mio prevede lo sterzo by wire che non è una novità in assoluto perché ormai quasi tutte le concept sono pensate così. Per ora nessun costruttore si è avventurato su questa strada nella produzione di serie, ma è chiaro che tutti ci stanno lavorando e che presto qualcuno partirà. Il dubbio è capire (e questo tormenta più gli uomini del marketing che i progettisti) come i possibili compratori si porranno di fronte alla novità: non ci faranno caso, oppure saranno scettici e rinunceranno all’acquisto lasciando ad altri la sperimentazione?

Alla ricerca della marca perduta

luglio 28, 2010  |  Renault  |  41 Commenti  |  Lascia un commento

Per i francesi della Renault il recupero del marchio Alpine sta diventando un’angoscia. Da anni, a momenti alterni, se ne parla e poi non se ne fa niente. Adesso si mormora che se mai si farà davvero la versione stradale del concept DeZir che si vedrà al Salone di Parigi (e che con le sue linee arrotondate anticipa il nuovo frontale delle future Renault), potrebbe appunto cucirsi addosso il logo Alpine. L’auto sarebbe elettrica, con 150 CV, e s’inserirebbe tra la cittadina Zoé e la un po’ insipida Fluence per rendere l’offerta elettrica il più completa ed eccitante possibile. Il tormentone Alpine testimonia l’ansia dei costruttori che negli anni hanno fatto incetta di marchi e che adesso se li ritrovano in casa. Si parla del Gruppo PSA che sta per rimettere in strada il nome Talbot per una serie di vetture low cost per la Cina dove tirano soltanto le auto più grandi e più ricche (di conseguenza non si vuole svilire il valore dei nomi Peugeot e Citroen), si parla anche del Gruppo Volkswagen che sta pensando di resuscitare il nome NSU per rinfrescare in chiave europea eventuali moto frutto dell’accordo con Suzuki. E c’è sempre il nome Innocenti che ogni tanto torna in ballo per le low cost di casa Fiat.
Insomma, dopo che il mercato registra ogni giorno la chiusura di etichette americane famose (Oldsmobile, Plymouth, Saturn, Mercury, Hummer, Pontiac) l’Europa potrebbe andare in controtendenza. Ma ha senso?

Fiat, la Serbia e quello che c’è dietro

luglio 23, 2010  |  Fiat  |  52 Commenti  |  Lascia un commento

Il titolo “Usa e getta” su Liberazione di oggi, il quotidiano dell’estrema sinistra italiana, drammatizza come di più non si può la decisione di Sergio Marchionne di trasferire a Kragujevac, in Serbia, la produzione di 190 mila vetture annue in un primo tempo previste nello stabilimento di Mirafiori a Torino. È una sintesi molto efficace per quanto fortemente schierata. Il calembour mira a sottolineare come ormai il centro del mondo Fiat non sia più a Torino bensì di là dell’oceano, e come ogni operazione sia ora pensata con una visione non più italiano-centrica. Trent’anni dopo il grande salvataggio della Chrysler ad opera di Lee Iacocca, l’impresa impossibile promette di riuscire una seconda volta grazie alla testarda volontà di Marchionne, ormai protagonista assoluto sulla scena motoristica a stelle e strisce, e questo oltre ad assorbigli energie gli impone una strategia sul lungo periodo che non può prevedere passi falsi pena il crollo dell’immaginifico castello che sta mettendo in piedi.
Il miracolo, perché si avveri, poggia su continue scelte sul filo del rasoio dove genialità, fantasia e spregiudicatezza debbono supplire a capitali che non ci sono e che vanno via trovati, se non proprio inventati. In Serbia c’è un Governo che vuole (o deve) a tutti i costi salvare gli impianti e le maestranze della Zastava e in Russia ci sono altri capitali da mettere a frutto nel più breve tempo possibile. Sono opportunità da non gettare via per supplire a investimenti molto meno vantaggiosi in altre parti del mondo dove la Fiat produce automobili, escluso il solo paradiso del Brasile. Vista con la prospettiva americana, allora, l’Italia non è certo un’isola felice: produrvi costa molto e i rapporti sindacali sono sofferti. Inevitabile che la logica di chi gioca la partita della vita (un errore qui, là o ancora più in là può essere decisivo e fatale) sia legata al cervello e non al cuore. Ma c’è anche una prospettiva italiana che non può passare in secondo piano perché si parla pur sempre della Fiat, l’azienda tricolore per eccellenza che in passato molto ha dato e probabilmente molto di più avuto da questo sistema Paese. Nasce quindi il sospetto che la mossa di portare la piccola monovolume in Serbia segua una logica industriale studiata per far posto a nuovi modelli da prodursi a Torino, approfittando nel contempo della scelta di andare in Serbia per usarla come ripicca un po’ strumentale a vantaggio di successivi annunci del tipo: adesso ci riproviamo; abbiamo deciso di produrre a Mirafiori i modelli Alfa su base Chrysler. Però questa volta cari dipendenti fate i buoni, sennò riscappiamo via.