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La leadership mondiale e quel che c’è dietro

ottobre 20, 2010  |  Industria, Toyota, Volkswagen  |  139 Commenti  |  Lascia un commento

Ieri Max Warburton, analista di Bernstein Research interpellato da Automotive News,  ha detto che è presumibile che a fine 2010 il Gruppo Volkswagen possa salire ad oltre 7 milioni di unità. Un traguardo ben oltre le stime più ottimistiche degli stessi tedeschi e che consentirebbe loro di avvicinarsi a Toyota, stimata a 8,3 milioni di esemplari nell’anno finanziario in corso (+6%), e anche alla General Motors, attesa a circa 8,2 milioni di veicoli (+10%). Se il 2010 dovesse davvero concludersi così,  il Gruppo di Wolfsburg guadagnerebbe 400 mila unità sulla Toyota rispetto al 2009, mentre la distanza con la GM rimarrebbe sostanzialmente invariata.

Ora il tema che può interessare noi appassionati di automobili è questo: in Vw hanno pianificato il clamoroso sorpasso sui giapponesi nel 2018, ma la sensazione che si palpa nell’aria è che questo potrà avvenire ben prima salvo che i giapponesi non s’inventino qualche piano fuori dal prevedibile per ribaltare il corso della storia. A questo punto uno potrebbe obiettare: “chissenefrega” di chi è primo al mondo, a me interessa che auto mi posso permettere o, in alternativa, che vettura mi piacerebbe possedere, lasciando agli analisti e agli appassionati di numeri l’eccitazione dei calcoli numerici. Obiezione plausibile se non fosse che la storia ci ha insegnato che dietro la leadership mondiale si è sempre letta l’evoluzione dell’automobile intesa come massimi sistemi.

Prima fu la Ford con l’invenzione della catena di montaggio con tutti i benefici legati all’abbattimento dei tempi di produzione con un grande risparmio economico.

Poi ecco la General Motors capace d’imporre alla concorrenza già dagli anni 20 un concetto di “unione fa la forza” basato sui molti marchi assieme, qualche sinergia di scala e l’impatto di un impiego di operai impressionante, tanto che negli anni 50 soltanto le industrie di stato sovietiche davano lavoro a più persone. Proprio dalla massa di dipendenti veniva una forza contrattuale con il governo americano che fece dire  nel 1953 a Charles Erwin Wilson, presidente GM, la famosa frase “Ciò che è buono per la General Motors è buono per la nazione“. Significava che a un’impresa di questa portata dove essere concesso tutto: licenze, aiuti, deroghe, potere.

Quindi è arrivata la Toyota con l’innovazione del suo “just in time” che sta per “appena in tempo”: una filosofia industriale che ha invertito il “vecchio metodo” di produrre prodotti finiti per il magazzino, in attesa di essere venduti, in un sistema per il quale occorre produrre solo ciò che è stato venduto o che si prevede di vendere in tempi brevi. Una vera rivoluzione che, sposata con una cura maniacale della lavorazione, ha sbaragliato la concorrenza ancorata al vecchio metodo di approvvigionamento.

Adesso si afferma la Vw con una qualità percepita ormai presa a pietra di paragone e con una politica di sfruttamento delle piattaforme e dei componenti comuni che fa a sua volta scuola e indica la via da seguire ai concorrenti.

Lo ammetto, queste macroletture mi affascinano: in un secolo l’automobile ha dato tanto in termini di emozioni spicciole (i singoli modelli che ci hanno fatto innamorare ed emozionare) e di svolte industriali con relativi impatti sul sociale. E sono curiosissimo di vedere, se mai ci riuscirò, che cosa potrà insegnare il grande costruttore con ambizioni di leadership mondiale che si affaccerà dopo i tedeschi.

Jacky Ickx e la Scirocco a metano

ottobre 12, 2010  |  Ecologia, Formula 1, Volkswagen  |  72 Commenti  |  Lascia un commento

Sabato sera ho cenato con Jacques-Bernard Ickx detto Jacky, il formidabile asso belga capace di vincere in F.1, dominare la scena nelle gare riservate ai potentissimi prototipi, leggenda vivente legata ai suoi successi a Le Mans e grandissimo interprete dei rally-raid.

Ickx aveva appena finito di guidare la VW Scirocco R a metano come apripista al Rally Legend che si è corso tra ali di folla nei dintorni di San Marino, e mi ha raccontato cose mirabolanti di questa vettura che ha quasi 280 CV ed emissioni di CO2 dell’80% inferiori a un identico modello a benzina.

Uno come lui, che con la velocità ha stretto un patto trentennale, era come un bambino emozionato davanti a un regalo. Parlava delle prestazioni di quest’auto, troppo normale per uno che ha corso con tutto e vinto con tutto, come di un bolide dalle sensazioni inimmaginabili. “Va a metano – diceva – ma spinge con una rabbia che non ti puoi aspettare”.

Gli ho chiesto se il futuro può essere in auto così, poco inquinanti e molto potenti, e lui mi ha risposto che non lo sa, anche se è sicuro che un’auto elettrica brividi simili non li potrà mai dare.

Jacky ha gareggiato in un periodo che le corse piangevano un campione alla settimana, in cui i piloti di più alto livello correvano ogni domenica non importa su quali automobili “Perchè dove c’era un ingaggio si andava, e quando l’ingaggio non c’era si correva perché ci piaceva farlo” sottolineando di quanto sia contata la fortuna per riuscire a sopravvivere. “Ci infilavamo dentro vetture che ti fasciavano di benzina, con telai a traliccio pronti ad aprirsi in maniera miserevole al primo impatto, ci davamo ruotate su piste fitte di alberi e circondate da muretti; a Le Mans – corsa che lui ha vinto 6 volte – si arrivava ai 350 e ci volevano 500 metri per rallentare. Sì, tra la vita e la morte passava solo un alito e io quell’alito l’ho sentito vicino molto spesso, ma mi è sempre andata bene”.

Ha sfiorato due mondiali in F.1 e ne ha vinti due coi prototipi dominando persino la Parigi-Dakar. “Alla fine avevo la stessa voglia degli inizi, ma capivo che non era la stessa cosa. Io ogni domenica guardo Schumacher e mi dico che è un fenomeno. A quarant’anni prende pochissimi decimi dai più veloci e s’impegna come un ragazzino. Ma io lo so che per uno di quarant’anni non c’è niente da fare contro un rivale di venti se questo va forte come te. Non sbagli niente, però lui va un pelo di più. Non è il coraggio, è l’età che ti frega. E la F.1 non perdona chi è vecchio”.

Ero a bocca aperta nell’ascoltarlo: un fiume in piena, uno che ne ha viste tante, sazio di corse e di gloria. Però quando raccontava della Scirocco gli brillavano gli occhi e lì ho capito che le automobili, certe automobili, possono sorprenderti sempre, anche se vanno a metano; e che forse per questo ci sarà puntuale un modello che ci farà innamorare, che una macchina non sarà mai uguale a un elettrodomestico. E sono andato a letto sereno.

Parigi, la Hyundai e una riflessione

ottobre 4, 2010  |  Industria, Volkswagen  |  125 Commenti  |  Lascia un commento

In giro per il Salone di Parigi mi sono soffermato con i colleghi Roberto Boni (tecnica) e Roberto Lo Vecchio (auto notizie/anteprime) sullo stand della Hyundai dove erano in bella vista diversi esemplari della ix20, il monovolume del segmento B che è l’interpretazione su base Hyundai della Kia Venga.
Oggetto della nostra curiosità non era tanto la linea della vettura ma la sostanza della stessa – per lo stile altri modelli hanno catturato il mio interesse con una spiccata ammirazione per il Coupé Serie 6 della Bmw, la Range Rover Evoque e l’Astra Gtc tra i tanti – e questo per verificare la previsione di Winterkorn, grande capo di Volkswagen, che aveva vaticinato che i veri rivali del Gruppo tedesco negli anni a venire saranno i coreani (segnatamente Hyundai e Kia).
Ebbene la piccola ix20 ha risposto alle attese. Una bella linea, proporzionata per quanto non rivoluzionaria, interni di buona qualità, finiture di carrozzeria apparentemente superiori, vernici luminose, e così via.
In sintesi: un prodotto a prima vista tranquillizzante, con molto del meglio che c’è in circolazione senza nessuna ambizione da segmento premium ma ottima risposta sul piano delle attese.
I coreani, insomma, non volano alti, non propongono mai niente di non già visto, ma quello che montano è tutto ben soppesato trasmettendo un senso di tranquillità al cliente. Auto con tutte le cose al posto giusto che si sposano a listini senza trappole (pochi optional, poche aggiunte frivole).
Eravamo in tre con età differenti e soprattutto con gusti probabilmente differenti, ma siamo rimasti tutti e tre colpiti positivamente. Al punto di convenire che forse Winterkorn ha davvero visto giusto nel temerli, sul breve, più di qualsiasi altro costruttore. Questi ogni anno avanzano, e vendono su tutti i mercati senza essere mai modaioli, senza godere mai di troppa stampa amica, ma un po’ come aveva fatto a suo tempo la Toyota: proponendo prodotti solidi. Non gridano ma convincono; e sgretolano ogni giorno che passa i troppi pregiudizi che ci sono ancora contro di loro.

Se Parigi val bene una mossa

settembre 27, 2010  |  Industria, Mercato  |  32 Commenti  |  Lascia un commento

A Parigi annunciano con puntuale sciovinismo che il Salone dell’auto in avvio questa settimana (e che loro chiamano, ovviamente, Mondial de l’Automobile, per non farsi mancare nulla) vedrà in passerella ben 100 anteprime mondiali.

Di questi tempi annunci roboanti tirano un po’ su il morale perché non è che in Europa l’auto se la passi proprio bene visto che il mercato viaggia con un vistoso trend discendente a dispetto di una Russia che ha ripreso a tirare. Il guaio è che nella melma non c’è soltanto l’Italia, anzi: la Germania soprattutto fatica marciando al 30% in meno.

La domanda, allora, è se le grandi esposizioni abbiano ancora un vero senso. Ormai, infatti, le novità vengono tutte (o quasi) anticipate di qualche giorno e i media non si tirano indietro nel mostrarle. L’effetto sorpresa viene così a mancare e il pubblico comincia a segnare il passo, anche se centinaia di migliaia di persone restano sempre traguardi da non buttare via e nessuno ci vuole rinunciare all’insegna del meglio meno che niente.

Il peggio è che calano anche le vere anteprime importanti: la stessa Volkswagen, che punta apertamente al primato mondiale di vendite nel giro di pochi anni, va a Parigi con soltanto la Passat rivisitata (parlare di auto nuova è un azzardo); così, ad esclusione dei francesi e di qualche costruttore minore, il piatto piange un po’. Da tempo, peraltro, le presentazioni si inseguono giorno dopo giorno, preferendo lanci diversificati alle manifestazioni in comune, perché la paura che assilla i costruttori è che del proprio prodotto non si parli abbastanza se mostrato assieme a quelli della concorrenza. Morale: le luci sempre più forti illuminano modelli sempre meno inediti. A salvare la scena restano allora le sole concept car, auto che adesso sono meno distanti che in passato dalla grande serie. Lì, l’occhio attento può trovare una ragione vera per una visita che un minimo di senso per intuire che domani ci aspetta. Ma può bastare?

Ancora Alfa-VW, ormai non si parla d’altro

agosto 23, 2010  |  Fiat, Industria  |  143 Commenti  |  Lascia un commento

Lo spinoso ma intrigante tema della possibile cessione dell’Alfa Romeo alla Volkswagen è tornato di attualità, perché dopo Quattroruote a occuparsene è anche Automotive News, l’autorevole rivista americana che è sempre molto vicina ai grandi boss del mondo automobilistico. In sintesi anche su AN si ribadisce che da più parti, tra gli alti vertici VW, è sempre più chiaro l’interesse dei tedeschi per il Biscione, ma si riporta (da fonte Fiat autorevole, ma tenuta anonima) l’assoluta non volontà del Gruppo torinese a dare via il marchio Alfa, tanto più che nei piani di Marchionne c’è il nuovo obiettivo da raggiungere entro il 2014: 500 mila auto vendute contro le attuali 100.
Sempre Automotive News scrive che dati ufficiosi denuncerebbero per l’Alfa Romeo perdite annue comprese i 200 e i 400 milioni di Euro per tutto l’ultimo decennio, una cifra che, se confermata, oltre a mettere i brividi, giustificherebbe da sola una possibile vendita dell’ex Casa milanese. Però esiste il cuore e pure una nuova strategia, quasi che a Torino (o a Detroit, ognuno la veda come gli pare) ci si penta di quanto fatto in passato e si voglia recuperare il terreno perduto, magari dicendo definitivamente addio a quell’Alfa Romeo così cara ai suoi nostalgici innamorati (che però le auto le amano ma non le comprano) a favore una nuova linea di prodotti più vicini al mercato generalista. Credo che l’argomento sia davvero caldo, e non soltanto perché è ancora estate, e di sicuro qualche cosa succederà in tempi brevi con un solo cruccio: meglio l’Alfa americana o quella tedesca?